REBAC: la risposta africana per la cura del pianeta

Fascicolo: 

Alla vigilia della COP 21 (Parigi, 30 novembre - 12 dicembre 2015), la prestigiosa rivista National geographic dedicò ai cambiamenti climatici il numero di novembre 2015, intitolato «Cool it» («Raffreddatela!»), riservando grande attenzione alla foresta amazzonica, con tanto di mappa allegata, ma senza nessuna menzione della foresta del bacino del Congo. Eppure, essa costituisce il secondo grande polmone “verde” del pianeta dopo l’Amazzonia, ha un’estensione di 220 milioni di ettari (sette volte l’Italia) ed è la più grande riserva di biodiversità del continente africano.

A differenza del silenzio del National Geographic, l’enciclica Laudato si’ è ben consapevole del rilievo della foresta del bacino del Congo, tanto da legarne la sorte a quella della ben più nota foresta amazzonica: «Ricordiamo, per esempio, quei polmoni del pianeta colmi di biodiversità che sono l’Amazzonia e il bacino fluviale del Congo, o le grandi falde acquifere e i ghiacciai. È ben nota l’importanza di questi luoghi per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità» (LS, n. 38).

L’attenzione dedicata dall’enciclica alla foresta del bacino del Congo da un lato e la scarsa conoscenza della sua importanza a livello globale dall’altro hanno interpellato molto la Chiesa africana. La risposta ecclesiale si è concretizzata nella creazione di una nuova struttura regionale: la Rete ecclesiale per la protezione della foresta del bacino del Congo (REBAC, Réseau Ecclésial du Bassin du Congo), che ha il compito di coordinare le iniziative condotte nella regione per una gestione sostenibile della foresta e di far conoscere l’apporto che essa dà nel contrasto ai cambiamenti climatici.

 

La foresta del bacino del Congo e le ragioni della sua salvaguardia

I cambiamenti climatici, la distruzione degli ecosistemi, la diminuzione delle risorse naturali sono fenomeni mondiali e richiedono una risposta collettiva e unitaria di tutti i Paesi per far fronte alle loro conseguenze, che minacciano direttamente la sopravvivenza dell’umanità. Tale risposta unanime è necessaria anche per delineare un nuovo modello di sviluppo, che non sia più a spese dell’ambiente. In questo scenario, le foreste tropicali rivestono un’importanza centrale, perché svolgono il ruolo primordiale di regolatore climatico, di protezione dell’ecosistema e di riserva delle risorse naturali. La loro preservazione è perciò indispensabile per salvare l’umanità e il pianeta.

Questa considerazione vale anche per la foresta del bacino del Congo, che da sola costituisce il 26% della superficie di foresta tropicale del pianeta, estendendosi sul territorio di sei Paesi dell’Africa centrale1, di cui ricopre interamente alcune parti, ed è la “casa comune” di oltre 85 milioni di persone. In essa vivono più di 10mila specie di piante, mille specie di uccelli e 400 specie di mammiferi, a testimonianza della sua ricchezza anche dal punto di vista della biodiversità. Inoltre, fornisce cibo, acqua potabile e farmacopea tradizionale a milioni di abitanti.

Vi sono anche altre ragioni a favore della preservazione di questa foresta. In primo luogo, è essenziale alla sopravvivenza dell’umanità poiché produce una parte dell’ossigeno che contribuisce alla qualità dell’aria respirata dagli uomini nel mondo. Inoltre, il suo contributo al rallentamento del riscaldamento globale è fondamentale, poiché trattiene e immagazzina l’anidride carbonica. Infine, svolge un ruolo unico nella stabilità climatica agendo come regolatore delle precipitazioni locali e regionali: la maggior parte delle piogge nel continente africano trova la sua origine in questa regione.

Per questo, la tutela della foresta tropicale è anche fondamentale per l’accesso all’acqua potabile, tema particolarmente sentito a causa della vulnerabilità dei Paesi africani a questo riguardo. Gli studi scientifici affermano che i cambiamenti climatici si ripercuoteranno sulla disponibilità di acqua2, con la cui limitazione già oggi devono fare i conti 200 milioni di africani, pari al 20% della popolazione del continente. Questa situazione potrebbe far aumentare ancora la diffusione di malattie legate alla scarsità o insalubrità delle acque, che sono uno dei fattori principali della mortalità infantile in Africa.

Più in generale, la già debole situazione sanitaria africana potrebbe essere compromessa in modo serio da un aumento, anche minimo, della temperatura. Allo stato attuale, ad esempio, si registra una maggiore diffusione della malaria in regioni una volta considerate non a rischio, come l’Africa australe o le montagne dell’Africa orientale. Inoltre, l’impatto dei cambiamenti climatici su nuove malattie infettive non è ancora completamente studiato e potrebbe essere imprevedibile e sorprendente, come è già accaduto con l’epidemia di ebola.

Anche su questo tema si è fatta sentire la voce del Papa, che ha ricordato la serietà del problema della scarsità di acqua di buona qualità per quanti sono più poveri (cfr LS, n. 29) e ha denunciato la tendenza «a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato», negando così a chi è privo dei mezzi necessari «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (LS, n. 30). In altri termini, negare l’accesso all’acqua equivale a rendersi complici della morte dei poveri: siamo al cuore di una questione etica e di coscienza che rinvia a un più profondo lavoro culturale e formativo da svolgere3.

 

L’appello di papa Francesco

Nella sua analisi a proposito dei «polmoni del pianeta pieni di biodiversità» (LS, n. 38), la Laudato si’ richiama l’attenzione su due aspetti, l’ecosistema e la biodiversità, mettendo in guardia dai pericoli che li minacciano. In particolare, si sofferma sui rischi di un rapido processo di deforestazione, che potrebbe rendere queste terre aride e desertiche e causare, come conseguenza, la scomparsa definitiva di specie animali e vegetali, con ripercussioni notevoli sulla vita degli abitanti della regione.

Se ci concentriamo sulla situazione della foresta del bacino del Congo, bisogna però riconoscere che la sua salvaguardia costituisce un dilemma per i Paesi dell’area. La sfida principale con la quale devono confrontarsi è la conciliazione tra lo sviluppo economico e la preservazione dei beni e dei servizi forniti dalla foresta. I meccanismi internazionali preposti al contrasto dei cambiamenti climatici e alla protezione delle foreste africane, come il programma REDD4, si sono rivelati spesso inefficaci, perché propongono soluzioni globali che non sempre sono adatte al contesto ambientale locale, mentre le iniziative ideate a livello locale non sono sostenute in modo sufficiente, dato che non rientrano negli schemi definiti dai meccanismi internazionali. A loro volta gli Stati, a causa della scarsità di risorse economiche e della dipendenza finanziaria dall’estero, mettono in atto politiche pubbliche di gestione dell’ambiente e delle foreste basate su principi e filosofie che non appartengono alla cultura delle loro popolazioni. Spesso poi non vi è un modo partecipato di definire le politiche da attuare e le regole da applicare, in modo che siano legittime e legali.

La conseguenza di queste politiche inadeguate è che le popolazioni, e con esse le Chiese locali, non sono sufficientemente informate e sensibilizzate riguardo ai problemi ambientali e, per questo motivo, non sono consapevoli del ruolo che possono svolgere perché la foresta sia utilizzata in modo più ragionevole. Inoltre, non percepiscono che unendo i loro sforzi possono contribuire a questa lotta globale per contrastare i cambiamenti climatici. Al contempo, l’esperienza quotidiana insegna che le nostre popolazioni e le nostre Chiese sono esse stesse le prime e più vulnerabili vittime dei cambiamenti climatici.

Proprio il bacino del Congo è un esempio in tal senso, essendo oggi in pericolo a causa della deforestazione selvaggia: secondo studi recenti due milioni di ettari di foresta spariscono ogni anno5. Le Nazioni Unite ritengono che la deforestazione abbia un impatto negativo sulla vita dei popoli e minacci la fauna e la flora. Gli scienziati stimano che i due terzi della foresta potrebbero sparire entro il 2040, se non saranno rapidamente messi in opera sforzi adeguati per la sua salvaguardia6. D’altronde, in Africa la deforestazione va di pari passo con altri problemi non meno gravi, come l’accaparramento delle terre (land grabbing) da parte delle multinazionali e delle élite locali e internazionali, le espulsioni delle persone dalla loro terra e le conseguenti migrazioni forzate, l’espansione dell’industria estrattiva, l’inquinamento delle acque, dell’aria e della terra, l’insicurezza alimentare. A questi fenomeni si aggiunge poi la diffusa violazione dei diritti umani. Per fermare questa vera e propria calamità, la Chiesa africana si è impegnata sul tema dell’ambiente e ha sollecitato la solidarietà di tutti.

Il Papa, che proviene da un Paese del Sud del mondo, è consapevole che gli Stati da soli non possono far fronte a tutte queste sfide. Ecco perché nei suoi interventi incoraggia la società civile, e anche la Chiesa, a impegnarsi in modo concreto: «È lodevole l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi meccanismi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi ad ambigui interessi locali o internazionali» (LS, n. 38). È proprio questo appello del Papa ad aver ispirato la rete REBAC.

 

La nascita della rete REBAC

«Seguendo l’esempio della Rete ecclesiale panamazzonica (REPAM), le Commissioni giustizia e pace africane si impegnano a creare una rete delle Chiese africane che raggruppi in particolare i Paesi confinanti con la foresta equatoriale al fine di promuovere una gestione trasparente e responsabile di questa eredità comune che è destinata a tutta l’umanità»7: questa presa di posizione ufficiale della Chiesa africana è all’origine dell’iniziativa di REBAC.

Per tradurre in pratica questa risoluzione, la Rete dei centri sociali gesuiti in Africa (JASCNET), in collaborazione con la Commissione per la Giustizia, la pace e lo sviluppo del SECAM (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) e con Caritas Africa, ha convocato nell’ottobre 2015 una riunione a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, con l’obiettivo di «riflettere, alla luce dell’enciclica Laudato si’ del papa Francesco, sul contributo della Chiesa cattolica alla salvaguardia del bacino del Congo»8. Nel comunicato conclusivo i partecipanti si sono impegnati a «costituire e rendere operativo il comitato provvisorio di REBAC»9. Questo impegno è stato confermato da una decisione del Comitato permanente del SECAM, che «sostiene pienamente lo sviluppo di appropriate politiche e di attività pianificate dalle Conferenze regionali ed episcopali confinanti col bacino del Congo»10.

Dopo questo sostegno esplicito della gerarchia della Chiesa cattolica in Africa è venuto il momento della pianificazione. Questo processo ha avuto inizio col seminario tenutosi a Brazzaville il 23-25 giugno 201611, in cui si è definita la visione di REBAC: «Un bacino del Congo nel quale tutti hanno accesso a una vita di qualità superiore grazie a una gestione responsabile e durevole delle risorse energetiche, ittiche, biologiche, forestali e animali disponibili». Alla base vi è una visione inclusiva che tiene conto delle popolazioni del Nord e del Sud del mondo, dei popoli autoctoni e delle comunità locali, delle generazioni presenti e di quelle future. La missione di REBAC è stata definita in più punti chiave:

Accompagnare ogni abitante del bacino del Congo, in particolare i giovani, a prendere coscienza sia della problematica dei cambiamenti climatici e dell’ambiente sia della visione di REBAC.

Riflettere, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, in particolare dell’enciclica Laudato si’, sul contributo della Chiesa cattolica, specialmente quella africana, alla salvaguardia e al ripristino del bacino del Congo.

Definire azioni concrete da intraprendere per realizzare la visione di REBAC.

Agire sui poteri pubblici e le istituzioni internazionali affinché si impegnino a concepire e attuare politiche compatibili con la preservazione e la conservazione degli ecosistemi del bacino del Congo nel contesto della lotta contro i cambiamenti climatici.

Incoraggiare la creazione e il rafforzamento delle organizzazioni della società civile e delle comunità locali affinché si impegnino in favore della preservazione e la conservazione degli ecosistemi del bacino del Congo.

Nell’incontro di Brazzaville sono stati identificati anche quattro assi strategici per il lavoro di REBAC: la raccolta di dati, la comunicazione e l’advocacy, la formazione e il rafforzamento delle capacità, l’individuazione e l’attuazione di soluzioni alternative ai diversi problemi climatici. Per ogni asse è stata individuata una lista di azioni a livello locale, regionale e internazionale.

 

Una rete per costruire il futuro insieme

La rete di REBAC è perciò un’iniziativa che si propone di organizzare e rafforzare il contributo dato dalla Chiesa africana agli sforzi di contrastare i cambiamenti climatici, costituendo una risposta concreta all’appello a salvare la nostra «casa comune» lanciato da papa Francesco con la Laudato si’. Tra le sue azioni prioritarie vi sono la diffusione della conoscenza della stessa enciclica, la sensibilizzazione, la sinergia tra le azioni già intraprese in diversi Paesi dalla Chiesa, la messa in comune delle buone pratiche dell’attenuamento e dell’adattamento ai cambiamenti climatici nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della pesca, l’advocacy per le comunità vittime, il sostegno alle comunità isolate nelle foreste e la promozione di energie rinnovabili e pulite.

Alla base vi è la convinzione che la lotta contro i cambiamenti climatici a livello mondiale non sia possibile senza un’attenzione specifica per il bacino del Congo, una riserva unica di biodiversità. Allo stesso modo, è necessario affrontare insieme la questione dei cambiamenti climatici e quelle della distruzione degli ecosistemi e della diminuzione delle risorse. La rete si propone come luogo dove i rappresentanti delle comunità ecclesiali di base presenti nei sei Paesi del bacino del Congo possano forgiare una visione comune ed elaborare le modalità pratiche per articolare azioni future al fine di approfondire le conoscenze, impegnarsi per combattere i cambiamenti climatici, proteggere la biodiversità, promuovere un modello di sviluppo sostenibile ed entrare in dialogo con altre reti africane e internazionali.

La Chiesa africana non riuscirà a far fronte a queste sfide da sola. Ha bisogno della solidarietà degli altri continenti. La questione dei cambiamenti climatici è mondiale, gli sforzi per limitare i danni non possono essere sostenuti da un solo continente. Per questo motivo, REBAC sollecita la cooperazione di tutti coloro che nel mondo sono impegnati nello sforzo di «salvare la nostra casa comune».




NOTE


1. Camerun, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo.

2.Munang R. – Andrews J., «L’Afrique face au changement climatique», in Afrique Renouveau 2014, <www.un.org/africarenewal/fr/magazine>; Panel International Sur Les Changements Climatiques, Quatrieme Rapport d’evaluation, Section sur l’Afrique, in <www.unep.org/Roa/Amcen/Docs/Amcen_events/Climate-change/2ndExtra_15Dec/ExecutiveSummary_IPCC_Africa_FR.pdf>.

3. Cfr anche la Dichiarazione dei capi religiosi del mondo riuniti a Parigi per il Vertice delle coscienze (21 luglio 2015), che risponde alla domanda «Why do I care?» (in inglese «Perché mi sta a cuore?», in <www.whydoi care.org>).

4. La sigla REDD (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation, Ridurre le emissioni provocate da deforestazione e degrado delle foreste) fa riferimento a un’iniziativa internazionale promossa nel 2008 sotto l’egida di ONU, imprese e istituzioni internazionali. Cfr <www.un-redd.org>.

5. Deonarain B., 8 impacts du changement climatique qui affectent déjà l’Afrique, in <https://350.org>.

6. Cfr la sezione dedicata alle foreste del sito Global wittness, «Forest under threat», in <www.globalwitness.org/en/campaigns/forests/>; Commission des forets de l’Afrique central (Comifac), Analyse prospective sur les écosystèmes forestiers du bassin du Congo à l’horizon 2040, in <http://ur-forets-societes.cirad.fr/>.

7. Symposium des conférences Episcopales d’Afrique et Madagascar (SECAM), Justice and peace at the service of reconciliation and integral development of Africa, Windhoek (Namibia), 15 marzo 2015, <https://secam.org/2015-congress-of-secam-justice-and-peace-commissions-2/>.

8. SECAM – Caritas Africa – JASCNET, Rapport de l’atelier consultatif sur la mise en place du reseau ecclesial pour la sauvegarde du bassin du fleuve Congo, Kinshasa, 8-9 ottobre 2015, <www.jesamsocialapo stolate.org>.

9. Ivi.

10. SECAM, Secam position paper on the creation of an African ecclesial network for the protection of Congo basin forest, febbraio 2016.

11. Il titolo del seminario era «Formation des formateurs sur la Protection et la Conservation des Écosystèmes Forestiers du Bassin du Congo et sur l’Éducation Environnementale dans le contexte de lutte contre les changements climatiques en Afrique», in <www.jesamsocialapostolate.org>.




CITAZIONI


Laudato si’, n. 139

Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.

Laudato si’, n. 29

Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.

Laudato si’, n. 30

L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.

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