• Oltre le passioni tristi
Scheda di: 

Oltre le passioni tristi

Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa
Miguel Benasayag
Feltrinelli, Milano 2016, pp. 118, € 18
Fascicolo: 

La riflessione di Miguel Benasayag, psicologo argentino che vanta un solido background filosofico, nasce da una pratica clinica affinata nel corso di una carriera lunga e feconda. Con questo lavoro l’A. ci offre una nuova, preziosa bussola per orientarci nel nostro mondo occidentale che, per un verso, presenta le stesse caratteristiche di quello descritto dodici anni fa nel suo precedente volume L’epoca delle passioni tristi, per l’altro ha virato in una direzione ancor più cupa. Benasayag critica il presente con una verve polemica spietata, in pendant tuttavia con una positività speranzosa che gli permette di non soffermarsi cinicamente a osservare le macerie, ma d’individuare possibili alternative.

La diagnosi prende avvio dallo stato di salute mentale dell’uomo d’oggi, punto di partenza per una riflessione di ben più ampio respiro. Benasayag tratteggia una cultura del “si salvi chi può” generalizzato, dove lo stato d’emergenza non innesca la ricerca condivisa di risposte ai problemi, secondo una logica generosa-generativa per cui l’altro è un bene per me e non un antagonista da togliere di mezzo, quanto un fuggi fuggi collettivo, in cui diventa vitale occupare il posto più sicuro e stabile dell’edificio sociale, che frana inesorabile e tende al collasso: ebbene, che almeno noi possiamo essere gli ultimi a scomparire tra i flutti! Non è forse questa l’irreprensibile logica di quanto continua ad avvenire nel Mediterraneo? Di fronte alla brutalità della vita, l’unica alternativa è trincerarsi dietro uno scudo immaginario, fatto di piccole certezze, equilibri, assicurazioni, che rimuove e allontana il male, adeguandosi in modo incattivito all’ideologia della crisi. Appare normale, così, che l’educazione dei figli non si configuri più come invito a desiderare, ma assuma le fattezze di un freddo «Sii più forte e spietato degli altri!».

Libero, in tale scenario, sarebbe quindi chi domina la propria fragilità, armato fino ai denti, e si conforma a quanto presentato come “normale”, divenendo un lupo performante pronto a sbranare deboli e non integrati. L’A. rifiuta tale visione: per lui la deviazione non è devianza in quanto tale, la lontananza dalla norma è guardata con simpatia, le righe storte sono opportunità, fragile bellezza da preservare. La differenza non è una patologia, bensì è desiderio singolare nell’atto di essere se stesso. Uno sguardo simile è ciò di cui abbiamo bisogno in un mondo apparentemente favorevole al diverso, ma in fondo ostile a ogni minima deviazione dall’intimazione a produrre, consumare e morire. La sofferenza di non esser performanti non è allora giudicata dall’A. come sintomo da trattare, ma come indice di un giudizio falso sull’uomo. Essa può essere segno potente di un non-sapere liberante, condiviso tra psicologo e paziente, che non deve essere subito cancellato, quanto investito nel cammino positivo del desiderio. Occorre contrastare il desiderio indotto di normatività, aiutando le persone a liberarsi dalla tirannia della regola, dando credito in primis alla propria geografia interiore.

Riferendosi a buona parte della psicanalisi contemporanea, lo psicologo argentino ne denuncia l’allineamento col sistema di consumo mondiale, con il quale condivide il mito di un io integro, senza vuoti o ferite. Il paziente-consumatore può concedersi un veloce pit stop per riorganizzare le forze, ma non ha alcuna voglia d’investire tempo per dedicarsi davvero a sé: il performante perfetto non ne ha bisogno. Tutto ciò che non si conforma all’efficienza – dolore, lutto, affetto vero, tempi morti, attese e deviazioni, il “resto” prodotto da scarto e negazione (sintomi, fragilità, ferite e mancanze) – costituisce ciò che il paziente chiede di normalizzare o cancellare rapidamente, come uno scomodo segreto. Medicalizzare come disumanizzare? La medicalizzazione della vita, ovvero il modello considerato adeguato, deve uniformare, riorientare la complessità della vita? Obesi, malati, vecchi, barboni, profughi, anoressici: fuori. È un cammino costellato da riduzioni fondamentali, in particolare la riduzione della sofferenza esistenziale sempre e comunque a sofferenza patologica. Invece, ci dice l’A., la sofferenza è incontro benefico con i propri limiti, tappa obbligata nel cammino per diventare uomo. Perdere di vista questo significato provoca un’ansia di restare indietro nella corsa alla performance che genera sofferenza.

Questo accade perché oggi la cura psichiatrica è trattata come un oggetto di consumo tra i tanti. Si verifica così la perfetta identificazione del paziente col suo sintomo, dello psicologo con un tecnico della salute, del corpo umano con una macchina. L’attenzione si sposta, secondo l’A., dal corpo umano al corpo sociale, laddove si cerca l’efficace reintegrazione dell’individuo nel sistema produttivo, in vista della massimizzazione dei profitti; il medico dovrebbe in tal senso aggiustare un oggetto. Invece, l’uomo non si ripara come fosse un orologio: lo psicologo non è un tecnico posto di fronte a un oggetto da aggiustare, ma a un soggetto opaco, ferito di fronte a un’alterità irriducibile. L’A. denuncia così una segreta complicità della psicanalisi col processo di formattazione dell’uomo, uniformato all’ideale tecno-economico, e con la miope convinzione, dilagante in numerose prassi cliniche, per cui ogni reazione, sintomo, desiderio rimanderebbe sempre e solo a un soggetto appiattito sull’individuo, obliandone l’intrinseca relazione con la lunga durata della storia, le vicende del mondo, l’universo spirituale e simbolico entro cui, nell’antropologia antiriduzionista dell’A., ogni uomo è innestato, ne sia o meno cosciente.

Il paziente contemporaneo, per l’A., è incapace di situarsi in un racconto ampio, di collocarsi nella grande storia: il senso del tragico è perduto, la grande narrazione percepita come irrilevante, l’unico racconto che interessa riguarda il singolo io. L’universo di tali individui, spogliati da ogni legame con la Storia, è un microuniverso guidato da una legge che non ha nulla a che fare con la soggettività, quanto con il diktat performativo. La psicanalisi si riduce così a tecnica di benessere. Si fa avanti un nuovo “uomo delle competenze”, ricalcato sul modello informatico, concepito come accumulo di dati da modificare, riordinare e cancellare se necessario: una riparazione antropologica.

A questo riduzionismo l’A. contrappone la terapia situazionale; questa non guarda all’individuo come dato isolato, ma come essere in situazione, laddove questa non si riduce ai legami familiari, ma si orienta al più vasto ordine sociale e storico. Benasayag colloca il paziente nel presente, denso e significativo. La sua ipotesi è che le nuove sofferenze psichiche siano causate (anche) dalla circolazione di un “cattivo presente”, inteso come esteriorità istantanea, come qui e ora della performance. La terapia situazionale non propone facili fughe in utopici altrove; intende piuttosto riconoscere lo spessore di un presente integrale, contrapposto al modello narcisistico smerciato nei market della salute.

Benasayag pratica un lavoro d’integrazione che non riduce la scena e rilancia a un futuro-promessa, dimensione difficile da comprendere in un clima segnato da un’ansia per la sicurezza che cela un più profondo terrore, che di volta in volta assume il volto di un virus, di un’esplosione nucleare, dello straniero che irrompe, del kamikaze in metropolitana. A tale ansia corrisponde, nell’analisi dell’A., un’ossessione per la previsione, applicata a profili ideali di pazienti-fantoccio. A questa barbarie si oppongono la scommessa e il non sapere, fattori che introducono il soggetto-paziente nell’affascinante universo di nuovi compossibili, dove la linea di confine tra sintomo, sofferenza, senso e medicalizzazione non può, non dev’essere tracciata una volta per tutte: la singolarità non s’appiattisce sul profilo anonimo di un umano generico.

Benasayag celebra con gioia un fondamentale antiutilitarismo della vita. Amore, creazione, desiderio: tutto inutile e antiperformativo, irriducibile al tecnico, tutto ingestibile e in stato d’incontrollabile emergenza e felice crisi, tutto non protocollato e disorientante. E quindi profondamente antimoderno, controcorrente, sovversivo: umano, infine. La terapia situazionale si pone per l’A. come valido aiuto a un liberante decentramento e al ribaltamento della prospettiva narcisistica: il dettaglio trascurabile diventa allora non il mondo e la sua complessità, da lasciare sullo sfondo, perché in ultima analisi ciò che conta è l’io con i suoi problemi. Al contrario, è l’io a doversi mettere da parte, poiché «Più mi dimentico, più esisto, perché l’io è la prigione della vita. La terapia situazionale ha precisamente l’obiettivo di favorire questo “oblio”, come si consente alla porta della cella di aprirsi» (p. 120). Si rileva l’importanza strategica delle faglie, della sofferenza esistenziale, fondamentali affinché la potenza d’agire possa dispiegarsi: non dunque guasti al motore, ma occasioni per avviare il desiderio.

In questa proposta, fondamentale è il concetto d’incontro: il paziente arriva, “mi accade”, non posso restare neutrale. Il terapeuta non è esperto della vita, coach o guru, possessore di un sapere esoterico. Più che una cura, nella terapia si gioca la possibilità di aprire nuove dimensioni della singolarità, non si cerca l’equilibrio ma si vuole favorire uno sbilanciamento avventuroso verso la vita, per cui non c’è assicurazione che tenga. Piuttosto si cerca una stabilità, laddove essa significa, paradossalmente, squilibrio in direzione dei possibili del desiderio. Il desiderio, educato qui e ora nonostante lo spettro della catastrofe futura, si pone come efficace antidoto al disastro. È così necessario assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità; e a quest’epoca delle passioni tristi contrapporre, resistendo e dunque creando, un’epoca delle pratiche gioiose.

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