Gli italiani, popolo fertile?

22/09/2016

Pubblichiamo in anteprima l'editoriale del numero di ottobre di Aggiornamenti Sociali, firmato dal direttore Giacomo Costa SJ.


La campagna di lancio del Fertility Day, promosso dal Ministero della Salute nella data del 22 settembre, non sarà certo ricordata come un modello per future iniziative di sensibilizzazione. Fermarsi, però, a considerare solo gli errori comunicativi di questa campagna maldestra e a tratti fuorviante sarebbe riduttivo e rischierebbe di oscurare una questione tutt’altro che secondaria. Le numerose e appassionate reazioni, in larga parte critiche e polemiche, confermano che quando si affronta il tema della fertilità si entra nella sfera più intima e profonda delle persone, e dunque in un ambito estremamente delicato e sensibile, dove a volte sono presenti ferite e sofferenze molto vive.

Il tema della fertilità incrocia anche altri ambiti e livelli, a loro modo altrettanto sensibili e su cui troppo facilmente si chiudono gli occhi, come la natalità e la propensione ad avere figli: la demografia ci dice che i valori estremamente bassi che l’Italia registra a questo proposito rappresentano un problema destinato a farsi sempre più acuto con il passare del tempo e con il progressivo invecchiamento della popolazione. Non a caso, il primo punto alla base della elaborazione del Piano nazionale per la fertilità da parte del Ministero della Salute è proprio che «L’attuale denatalità mette a rischio il welfare» (p. 2, in <www.salute.gov.it>). Peraltro l’obiettivo del Fertility Day – sebbene le polemiche suscitate autorizzino dubbi sull’adeguatezza degli strumenti scelti – è mettere al centro dell’attenzione il tema della fertilità e della sua protezione, declinandolo in chiave non solo personale, ma anche collettiva, sociale e politica, come si evince dallo slogan della campagna «Per te. Per noi. Per tutti».

Le polemiche sorte intorno all’iniziativa e le riflessioni che ne sono scaturite costituiscono l’occasione per soffermarsi su una questione che racchiude in sé profili egualmente importanti ma diversi, che non possono essere confusi se non si vuole scadere in generalizzazioni riduttive.


Fertilità, fecondità e natalità

Uno degli aspetti più delicati, e fonte di non poche confusioni, è stato la sovrapposizione tra due aspetti che, pur contigui, è però bene tenere distinti: la fertilità e la fecondità.

L’iniziativa del Ministero della Salute intende porre la fertilità, cioè la capacità di generare da parte delle donne e degli uomini, «al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese» (Piano nazionale per la fertilità, p. 1), a partire dalla constatazione della scarsa consapevolezza dei fattori e dei comportamenti che possono metterla a rischio: anche la fertilità è un aspetto della salute non scontato e ben si giustifica quindi il lancio di una campagna di informazione sanitaria, analoga a quelle che riguardano la prevenzione di altri rischi, nell’ambito della tutela del diritto alla salute costituzionalmente sancito e di una corretta gestione delle risorse del sistema sanitario. Ovviamente tutto questo ha ben poco a che vedere con la promozione della natalità. In questo senso, il ricorso a un linguaggio e a immagini che sono state interpretate come moralistiche e ricattatorie, se anche raggiunge l’obiettivo di “bucare gli schermi”, mal si concilia con la necessità di fornire informazioni chiare in campo medico e non solo: entrano in gioco, infatti, anche componenti psicologiche. Urtare la sensibilità delle persone non aiuta la comunicazione.

Se parlare di fertilità si colloca sul piano delle condizioni che rendono possibile o che ostacolano la generazione, il termine fecondità fa invece riferimento al fatto di diventare effettivamente genitori. Genericamente le due parole sono considerate sinonimi, ma in ambito scientifico non lo sono. Come ci ricorda l’Enciclopedia Treccani delle scienze sociali, «In demografia col termine fertilità si intende la capacità biofisiologica posseduta da un individuo o da una coppia di produrre figli, indipendentemente dal fatto che tale capacità venga effettivamente esercitata: è l’attitudine a concepire e la sterilità rappresenta il suo contrario», mentre il termine fecondità è riservato «al “risultato” del comportamento prolifico», cioè al fatto di procreare. La fertilità è una condizione necessaria, ma non sufficiente della fecondità; generare è infatti un atto che richiede una scelta, una decisione, e come tale interseca molti altri piani: in primo luogo la libertà e l’autonomia inviolabili delle persone coinvolte, come singoli e come coppia, nonché il piano dei loro desideri e progetti di vita; poi tutti quei fattori economici, sociali e culturali che in vario modo possono incidere sull’autonomia personale, incentivando oppure ostacolando le scelte di fecondità.

Dal punto di vista della chiarezza della comunicazione, ma anche e soprattutto per ciò che concerne la predisposizione di politiche pubbliche, è opportuno mantenere i due piani distinti: «la tutela della fertilità, divulgando le conoscenze scientifiche e costruendo la consapevolezza che la salute riproduttiva è alla base del benessere fisico, psichico e relazionale dei cittadini» (Piano nazionale per la fertilità, p. 3), è infatti di per sé un obiettivo di grande valore politico e sociale, che merita di essere perseguito anche senza inquadrarlo tra le strategie «per favorire la natalità» (ivi, p. 1). Quest’ultimo a sua volta è un obiettivo di grande importanza e delicatezza, il cui raggiungimento richiede il ricorso a un ampio ventaglio di strumenti.

Il vero punto critico, che spiega probabilmente la veemenza delle reazioni e delle polemiche, è però che fertilità e fecondità si collocano su una frontiera particolarmente delicata tra tre diversi ambiti. In primo luogo riguardano la sfera più intima della persona, quella del rapporto con il proprio corpo, della propria autorealizzazione come persona e delle scelte di vita tese a raggiungere questo obiettivo, intersecando quindi il piano della libertà e dell’autonomia della persona, e della responsabilità che ne consegue.
In secondo luogo fertilità e fecondità riguardano la vita di coppia e di famiglia, il mondo delle relazioni affettive più strette e importanti, quelle in cui si sperimenta un primo passaggio dall’“io” al “noi”, e dunque una dimensione non strettamente individuale, ma relazionale, di cui la persona non può fare a meno per la propria autorealizzazione; si tratta dell’ambito in cui si sperimentano sia la spinta a trascendersi, cioè a uscire da sé per andare verso l’altro in una dinamica aperta alla generazione del nuovo, sia la propria radicale insufficienza, cioè il bisogno dell’altro per la propria autorealizzazione. Molte reazioni hanno sottolineato l’importanza di tutelare questi contesti, ma è necessario riconoscere anche che non è possibile fermarsi qui. Infatti – e questo è il terzo aspetto in gioco – fertilità e fecondità appartengono evidentemente a pieno titolo anche all’ambito delle questioni sociali e, quindi, politiche: la struttura demografica della società, il cui squilibrio rappresenta un problema significativo da molti punti di vista, è infatti il frutto delle decisioni che, in modo più o meno libero e consapevole, milioni di cittadini e di coppie assumono all’interno dell’ambito della loro inviolabile autonomia, ma non senza che la maggiore o minore disponibilità di servizi sociali e di forme di sostegno alla genitorialità influiscano su queste scelte; al tempo stesso l’infertilità, che rappresenta per coloro che ne sono afflitti una profonda sofferenza, è oggetto di terapie che si collocano all’interno delle prestazioni del sistema sanitario e quindi della relativa spesa.

Proprio l’aspetto sociale e politico si rivela estremamente delicato e fonte di potenziali equivoci assai pericolosi all’interno di una mentalità e di una cultura che sottolineano con forza e a buon diritto l’inviolabilità dell’autonomia personale in tutto ciò che riguarda l’esercizio della sessualità, ma che al tempo stesso rischiano di assolutizzare le pretese individuali trasformandole in diritti incomprimibili (e in doveri per la società), perdendo di vista il legame sociale e l’esigenza di comporre pretese potenzialmente illimitate e risorse non solo economiche, ma anche tecniche, effettivamente disponibili. Con la complicazione aggiuntiva della necessità di operare con una prospettiva che abbracci archi temporali molto lunghi: fertilità e fecondità sono, infatti, questioni sociali in senso intergenerazionale.


Tra tecnica e desiderio

Dobbiamo quindi prendere atto della diversità di piani che vanno articolati e non schiacciati o ridotti. Le polemiche scatenate dal Fertility Day ci rivelano che come società non siamo ancora sufficientemente capaci di “maneggiare” in modo adeguato questioni tanto cruciali quanto complesse e delicate. Per procedere verso questo obiettivo occorre avere presenti gli elementi fondamentali che a vari livelli entrano in gioco.

Un primo elemento che non si può ignorare è che il progresso delle conoscenze scientifiche e delle conseguenti capacità tecniche investe anche fertilità e fecondità. La maggiore conoscenza dei meccanismi biologici, sebbene ancora incompleta, consente infatti a donne e uomini di oggi un controllo della propria fertilità impensabile per larga parte della storia umana. Si tratta di un fenomeno relativamente recente sul piano storico, che risale all’incirca alla metà del secolo scorso.

A livello culturale ciò implica due principali conseguenze. La prima è che l’ampliarsi della sfera del controllo comporta un parallelo ampliamento dell’ambito della possibilità di scelta, ma la capacità di esercitarla in modo libero e responsabile evolve e matura a un ritmo più lento di quello delle scoperte scientifiche e delle innovazioni tecnologiche. Siamo quindi in difficoltà a fare fronte in modo pienamente umano alle nuove possibilità che la tecnica ci consegna, e questo rischia a volte di trasformare la libertà acquisita in un problema o in un fattore di stress.

Al tempo stesso si diffonde una eccessiva fiducia nelle potenzialità della scienza e della tecnica, come se fossero capaci di superare qualsiasi ostacolo, inducendo così le persone a ritenere, nel caso specifico, che la medicina sia ormai sempre e comunque in grado di porre rimedio all’infertilità. In realtà non è così; anzi, una delle ragioni a favore del lancio di una campagna informativa sulla tutela della fertilità è proprio che «Le tecniche di Procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresentano un’opzione per il trattamento della sterilità, ma non sono sempre in grado di dare un bambino» (ivi, p. 3). Dunque la fertilità resta un ambito in cui è necessario fare i conti con i limiti della condizione umana.

Oltre al potere della tecnica, fertilità e fecondità incrociano anche la potenza del desiderio che ciascuna persona si porta dentro. L’immaginario della libertà è abitato da due miti: l’autorealizzazione, intesa come possibilità di cogliere un numero crescente di opportunità che ci vengono messe a disposizione; e l’autonomia, considerata come sovranità, assenza di ogni forma di dipendenza e persino di legame. In base a questi miti, essere liberi significa inseguire sempre nuove possibilità in assenza di vincoli: per questo desiderio la promessa della tecnica diventa una seduzione quasi irresistibile. Tutto diventa “merce” disponibile per il consumo da parte di un individuo che non ha altro riferimento che se stesso.

Certo, il consumo è un atto umano, è un modo di stabilire una relazione con la realtà e di essere uniti ad altri, come ricorda anche l’etimologia del termine. In altre parole, consumare, assumere, incorporare, «ricevere per poter essere e perseverare nell’essere», sono una dimensione originaria della nostra natura, che non possiamo eludere, come hanno scritto i sociologi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi nel loro testo Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi (Feltrinelli, Milano 2014, p. 41). Per questo il desiderio del consumo è così potente. Tuttavia sempre Chiara Giaccardi e Mauro Magatti ci ricordano anche che esiste un altro atto altrettanto originario dal punto di vista antropologico, quello del generare, che è iscritto nella nostra memoria biologica e culturale e che, in quanto siamo tutti generati, conosciamo prima ancora di compiere. Il consumo incorpora, il generare “escorpora”. Il primo prende, il secondo dà. Non in maniera contrapposta, ma articolata. Attraverso la nostra capacità di generare, stabiliamo un rapporto con la realtà diverso, ma ugualmente fondamentale. La dimensione più autentica della libertà si gioca proprio nella gestione consapevole del rapporto e dell’equilibrio tra queste due polarità. Evidentemente è una libertà che non riduce ogni cosa a merce, ma che sa aprire spazi perché l’altro da me possa esistere, occupare il proprio spazio e ricevere, anche da me, cura, amore, dedizione, attenzione, pazienza e considerazione. Irriducibile al suo portato meramente biologico – anche se a esso certamente connesso –, il movimento del generare è anche «simbolico, politico, antropologico. È, cioè, farsi tramite perché qualcosa che vale, grazie a noi [...], possa esistere. In questo senso, mettere al mondo include ogni atto di filiazione simbolica» (ivi, p. 44).

Antropologicamente parlare di fertilità e di fecondità significa affrontare la questione del senso e della realizzazione – della persona, della coppia e anche della società – su una pluralità di possibili livelli e scenari, peraltro non necessariamente alternativi: generare un figlio, aprirsi all’adozione o all’affido, dedicarsi a un impegno sociale. Al consumo, anche della gratificazione sessuale, dedichiamo molta attenzione, molte energie e molte parole. Non va demonizzato, tuttavia non basta a garantire la pienezza. La realizzazione del proprio desiderio profondo richiede di dare spazio alla dinamica complementare della generatività, nelle sue molteplici forme. Anche questa è una cultura da promuovere, anche questa è questione di educazione.


Politiche per una società feconda

In una prospettiva personalista, ciò che riguarda la realizzazione del singolo e della coppia mette in gioco il legame sociale e dunque è questione anche pubblica: la società di cui facciamo parte non può essere estranea al desiderio di generazione e di generatività che ciascuno si porta dentro. Da una parte esso non può realizzarsi al di fuori della società, dall’altra è la società stessa che viene meno se questo desiderio si estingue o non riesce a realizzarsi almeno su alcuni dei piani che interseca, dal biologico al culturale, al politico, al simbolico.

Parlare di fertilità e di fecondità richiede quindi di mettere a tema quanto la società è disponibile a dare accoglienza e a promuovere il desiderio di generare di tutti i suoi membri. Si tratta di un discorso concreto, che investe le forme con cui la società si organizza e le scelte che compie in materia di destinazione delle risorse. Ce lo ricorda il Parlamento europeo, che il 13 settembre scorso ha approvato la Risoluzione sulla creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale (in <www.europarl.europa.eu>). Dopo aver sottolineato che «la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti», la Risoluzione ricorda come questo richieda una traduzione concreta in politiche che per essere efficaci richiedono l’attivazione di un mix coerente di elementi diversi capaci di accompagnare le famiglie lungo il ciclo di vita, dalla nascita dei figli all’assistenza ai genitori anziani: iniziative legislative e non, in materia di congedo per i genitori e per quanti assistono un familiare; servizi di cura e di supporto per bambini, anziani e persone con disabilità, prestando attenzione alla loro accessibilità, qualità e sostenibilità economica; modalità di lavoro flessibili.

La Risoluzione è consapevole della sfida demografica che i Paesi della UE devono affrontare e della minaccia che la trasformazione in società gerontocratiche rappresenta per lo sviluppo sociale ed economico. Soprattutto, afferma con chiarezza che «le politiche a favore della famiglia sono essenziali per innescare tendenze demografiche positive» e che queste politiche «devono essere moderne, incentrarsi sul miglioramento dell’accesso delle donne al mercato del lavoro e sull’equa ripartizione tra donne e uomini delle responsabilità domestiche e di cura».

Il dibattito corrente si focalizza piuttosto su altre misure, dall’incremento degli asili nido, all’aumento del sostegno economico alle famiglie con figli in tenera età, fino alla possibilità di rimpiazzare con gli immigrati il vuoto demografico lasciato dal calo della natalità, lasciando così spazio a una sorta di fecondità surrogata a livello sociopolitico. Il dibattito internazionale tra gli esperti mostra però che non esistono soluzioni miracolose, in grado di risolvere efficacemente il problema: come per la procreazione medicalmente assistita, anche nel campo delle politiche pubbliche occorre guardarsi dal rischio di cadere nell’inganno tecnocratico.

Proprio perché fertilità e fecondità incrociano le profondità del desiderio, occorre un approccio molto più articolato e integrato, capace di modificare anche la cultura. Per convincere le persone ad aprirsi all’accoglienza del nuovo, implicita nella procreazione e nella generazione, è necessario innanzitutto che sperimentino di essere accolte, che sentano che nella società c’è un posto per loro. Per questo, come sottolinea anche la Risoluzione, hanno grande importanza misure apparentemente lontane dal tema della natalità, ma che puntano a rendere la società più inclusiva e accogliente, in particolare nei confronti di due gruppi che oggi si trovano in condizione di forte emarginazione soprattutto rispetto a un mercato del lavoro in cui non riescono a entrare o a rimanere: le donne e i giovani. Pensandoci, è chiaro che si tratta di due gruppi strategici dal punto di vista della fecondità e che una società che non faccia loro spazio non potrà che condannarsi alla denatalità.

Lo spiegava il demografo Massimo Livi Bacci in un’intervista al Corriere della Sera il 9 gennaio scorso: «Anzitutto bisogna ridare autonomia ai giovani. Ormai raggiungono la piena autonomia molto tardi e per conseguenza rinviano molte delle decisioni familiari riproduttive. Finiscono gli studi tardi, entrano nel mercato del lavoro tardi, escono dalla famiglia tardi, rimandano la scelta di fare un figlio fino a trovarsi a ridosso di un’età in cui riuscirci è molto faticoso se non quasi impossibile». E poi, aggiungeva, «è indispensabile dare più lavoro alle donne. Quarant’anni fa, nei Paesi nei quali le donne erano impegnate prevalentemente in lavori domestici e i tassi di occupazione erano bassi, la natalità era più elevata. Oggi avviene l’inverso: dove c’è un’occupazione femminile alta si fanno più figli e dove c’è un’occupazione bassa se ne fanno meno. Una famiglia ha bisogno di più fonti di reddito, non può più puntare su un solo procacciatore di risorse».

Dal punto di vista politico è necessaria una rivoluzione copernicana: smettere di considerare le spese a sostegno della famiglia – quelle per realizzare il mix di strumenti invocato dalla Risoluzione del Parlamento europeo –, come un costo da comprimere nella generalizzata caccia alla riduzione della spesa pubblica, iniziando invece a guardarle come un investimento che si ripaga nel tempo. Solo promuovendo i diritti e l’inclusione sociale e lavorativa, di donne e giovani in particolare, si tutelano le opportunità di crescita e di sviluppo per la società e per il Paese. Del resto, è abbastanza intuitivo che crescita e sviluppo si pongano sulla linea del generare più che del consumare: in una società poco attenta alla propria fertilità e fecondità, nel senso integrale che abbiamo cercato di tratteggiare, questi piani sono inevitabilmente destinati a una scarsa dinamicità.

22 settembre 2016

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