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Un’economia per la cura della casa comune

Fascicolo: 

L’enciclica Laudato si’ (LS) è un testo fortemente organico, ma non sistematico nel senso manualistico del termine: l’economia non è così l’oggetto di un capitolo specifico, come accade in altri documenti del magistero (ad esempio la Gaudium et spes o il Compendio della dottrina sociale della Chiesa), ma piuttosto uno degli «assi portanti» che, come spiega il n. 16, vengono continuamente ripresi e arricchiti1. Nell’elenco di questi assi portanti, due in particolare si riferiscono all’economia. Il primo è «l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso»: l’attenzione è dunque dinamica, orientata al futuro e alla ricerca di alternative, il che ovviamente incorpora anche un implicito giudizio negativo sulla realtà presente. Questo si lega con il secondo asse, cioè «la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita»: infatti per papa Francesco proprio la cultura dello scarto è la matrice di una «economia che uccide»2.

Mettere correttamente a fuoco ciò che l’enciclica ha da dire sull’economia richiede dunque di ripercorrerne il testo lungo uno dei suoi assi portanti. È questa l’operazione ermeneutica a cui sono dedicate le pagine che seguono, dove esamineremo dapprima l’analisi critica del sistema economico a partire dalla prospettiva della cura della casa comune, per concentrarci in seguito su quei semi di novità che papa Francesco scorge e rilancia alla famiglia umana, perché li faccia germogliare e crescere.


Paradigma tecnocratico e profitto speculativo

Ricorrendo a una analogia organica, possiamo dire che l’enciclica si appoggia su una constatazione: il mondo – sia quello naturale, sia quello umano e sociale – è gravemente malato, tanto che la sua sopravvivenza è a rischio. Ebbene, proprio l’economia è l’organo in cui l’infezione si annida. Più precisamente, la radice del problema viene identificata nella saldatura tra il paradigma tecnocratico e la ricerca spasmodica del profitto di tipo speculativo, ossia a breve o brevissimo termine (cfr LS, n. 109).

Con l’espressione “paradigma tecnocratico” la LS intende l’assunzione di un atteggiamento che vede in ogni realtà – fisica, biologica, umana o sociale che sia – solo un oggetto infinitamente disponibile alla manipolazione da parte dell’essere umano (cfr LS, n. 106). Può essere legittimo e fruttuoso in determinate situazioni – ad esempio è alla base del metodo scientifico, a cui si devono i tanti progressi che l’enciclica esplicitamente apprezza (cfr LS, n. 102) –, ma diventa un problema quando si erge a unico paradigma del rapporto con il mondo. Ne deriva un pericoloso riduzionismo, che il n. 20 esprime con particolare efficacia: «La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri». La ricerca del profitto rappresenta lo scopo a cui è rivolto il dominio della realtà reso possibile dal paradigma tecnocratico. Il profitto diventa misura di tutte le cose, o almeno il criterio unico del loro valore: è ad esempio il caso della biodiversità, di cui si propone la tutela come potenziale risorsa futura (cfr LS, n. 33).

La saldatura tra paradigma tecnocratico e ricerca del profitto è l’origine della cultura dello scarto: si getta ciò che si ritiene senza valore perché non più in grado di produrre profitto, a prescindere dal suo valore intrinseco in quanto creatura o essere umano. Lo scarto è il destino che accomuna oggetti inutili, prodotti obsoleti, aree industriali dismesse e contaminate, lavoratori anziani espulsi dal mercato del lavoro o giovani che non riescono a entrarvi. La precarietà e l’esclusione che ne derivano sono persino peggio dello sfruttamento che segnava altre epoche: «Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (EG, n. 53). Questa mentalità è anche alla base della convinzione che sia possibile una crescita illimitata: per quanto sia in grado di entusiasmare gli economisti e i teorici della finanza e della tecnologia, dobbiamo piuttosto considerarla una illusione, che riposa sulla «menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite» (LS, n. 106).

 

Distorsione concettuale e degrado etico

Anche la ricerca del profitto come unico criterio dell’agire in campo economico costituisce una forma di riduzionismo e, dal punto di vista scientifico, rappresenta una patologia specifica dell’economia contemporanea: «Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente» (LS, n. 195). Questa distorsione si riversa anche sulla cultura condivisa, sulle scelte di vita e sui comportamenti prevalenti: «Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico» (LS, n. 203) e costituisce un sintomo di isolamento e autoreferenzialità (cfr LS, n. 204).

Sul piano etico, la LS afferma senza mezzi termini che questa situazione va qualificata come degrado (LS, n. 56). Il n. 123 ne identifica la causa nella «cultura del relativismo», in cui trovano giustificazione le infinite forme di sfruttamento della natura e delle persone, così come la fiducia strumentale nelle pretese capacità di autoregolazione dell’economia. Una seconda radice del degrado è la facilità con cui la tecnica sembra in grado di offrire soluzioni a qualunque problema senza che sia necessario porsi la domanda sul senso umano dell’azione: «Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica» (LS, n. 109). Icasticamente, il n. 203 afferma: «Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini».

Procedendo nella lettura dell’enciclica, si compone una costellazione di termini che esprimono la diagnosi del male che affligge il pianeta: profitto (contrapposto a valore), speculazione (e speculativo), tecnocratico (contrapposto a tecnologico), enfasi sul breve termine o sui risultati immediati3, finanza (contrapposta a economia reale). Il n. 190 ne è un esempio.

 

Finanza vs economia reale

Vista la rilevanza del fenomeno all’interno del sistema economico globale, vale la pena soffermarsi su come la LS considera la finanza, contrapponendola all’economia reale. Alcuni passaggi paiono un commento alle vicende di molte banche – italiane e non solo – che riempiono le pagine dei nostri giornali (cfr, ad esempio, LS, n. 189). L’impressione è di una condanna senza appello, come se l’attività finanziaria in sé fosse un male da estirpare. Per evitare equivoci, questa impressione va composta con l’intenzione pratica e non teoretica dell’enciclica: l’obiettivo non è la classificazione analitica dei fenomeni, anche in termini morali, ma una lettura della realtà che evidenzi l’urgenza del cambiamento e spinga all’azione. Così il giudizio negativo della LS non riguarda l’attività finanziaria in teoria, ma la forma concreta di cui oggi facciamo esperienza: la “finanza casinò”, che traffica valori fittizi o virtuali e utilizza la creatività umana per costruire prodotti speculativi sempre più sofisticati, andando così a rappresentare l’esito estremo della saldatura tra paradigma tecnocratico e ricerca del profitto immediato.

Prima della LS, si era occupata di finanza la Caritas in veritate di Benedetto XVI, che riflette proprio sulla crisi apertasi nel 2008 con il fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers. L’obiettivo di papa Benedetto era arrivare a distinguere la finanza buona, che risponde alla vocazione di «strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo»4, da quella cattiva. Per questo sottolineava la responsabilità degli operatori finanziari, che «devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori»5. Ma il problema rappresentato dalla speculazione è diagnosticato con la stessa chiarezza della LS: «Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo»6. Purtroppo – sottolinea con rammarico la LS – la crisi non ha rappresentato una occasione di rinnovamento e recupero del vero senso dell’attività finanziaria.

 

Per un’economia capace di cura

L’obiettivo della LS non è però la critica fine a se stessa, ma spingere con decisione verso la costruzione di alternative. Questo riguarda anche il campo dell’economia. In termini di stile di vita, la terapia al consumismo esasperato è l’esatto opposto, la sobrietà7, non come mortificazione, ma come liberazione in vista di una maggiore pienezza: «La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario» (LS, n. 223). Si tratta di imparare a distinguere la qualità dalla quantità. Questa proposta viene declinata anche in chiave politico-sociale, attraverso il richiamo a «una certa decrescita» e a «rallentare un po’ il passo» del n. 193.

A livello di riflessione teorica e di pratiche economiche, contrastare il riduzionismo imperante richiede di ampliare lo sguardo, applicando allo specifico dell’economia la proposta dell’ecologia integrale8, che punta proprio a mettere in evidenza legami e connessioni. Secondo il n. 141, questo ampliamento dello sguardo ha due nomi, entrambi particolarmente significativi. Il primo è «ecologia economica», che propone di “impiantare” l’ottica e il metodo ecologico all’interno delle logiche dell’economia. Il secondo è «umanesimo», la cui necessità si fa impellente e «che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante». Va sottolineato come qui il sapere economico sia l’unico espressamente menzionato; l’economia, “la grande malata”, non va eliminata, ma guarita: del sapere economico – ovviamente senza distorsioni concettuali – l’ecologia integrale e la cura della casa comune non possono fare a meno. Con altri termini, si tratta di «ridefinire il progresso», su una base diversa da quella unidimensionale del profitto: «Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di “cambiare il modello di sviluppo globale”, la qual cosa implica riflettere responsabilmente “sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni”» (LS, n. 194).

Questa ridefinizione del progresso è un obiettivo ancora da raggiungere, ma a più riprese la LS riconosce l’importanza degli approcci alternativi già esistenti, sottolineando come questa pluralità di piste sia una ricchezza e soprattutto come renda necessaria una opzione metodologica per un dialogo autentico, onesto e trasparente (cfr LS, n. 60). Anzi, è proprio il metodo del dialogo a costituire l’apporto specifico della Chiesa per la soluzione di problemi tanto complessi quanto controversi: «ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» (LS, n. 188; cfr anche LS, n. 61).

Un punto di vista specifico da integrare in questo dialogo è quello dell’etica: «Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale» (LS, n. 110). Non si tratta di una esigenza teoretica e nemmeno della rivendicazione di un posto per gli specialisti dell’etica al tavolo delle decisioni, ma di una posizione con precisi risvolti pratici. Ad esempio, come spiega il n. 185, le domande sul senso devono fare parte dei processi decisionali in materia economica, a tutti i livelli (globale, nazionale e locale). A conferma della necessità di uscire dalla logica unidimensionale del profitto, si precisa che «deve rimanere fermo che la redditività non può essere l’unico criterio da tener presente» (LS, n. 187).

Il metodo del dialogo va proposto, ma anche difeso, tutelandone le condizioni di effettiva praticabilità, in particolare laddove la sproporzione delle forze e delle risorse su cui possono contare le diverse parti in causa rischiano di trasformarlo in una farsa prima ancora che riesca a partire: «Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia» (LS, n. 53). A questo riguardo, l’enciclica insiste sull’importanza degli strumenti normativi e delle autorità che hanno il potere di istituirli e di farli rispettare. In linea con la tradizione della dottrina sociale, il loro compito è di tutelare la libertà sostanziale di tutti, non solo quella formale, il che richiede di agire concretamente per contrastare disuguaglianze e sperequazioni (cfr, ad esempio, LS, n. 129).

 

Economia e speranza

Tra gli effetti dei riduzionismi oggi imperanti vi è la limitazione della capacità di vedere che le alternative sono possibili, anzi, che almeno a uno stadio incipiente sono già in atto. Serve uno sguardo diverso per riconoscere opportunità e risorse là dove paradigma tecnocratico e logica del profitto vedono solo scarti. Per questo, grazie all’esperienza personale come arcivescovo di Buenos Aires, papa Francesco assegna un’importanza strategica alle periferie e alle forme di auto-organizzazione degli esclusi. Lo ha affermato in occasione dei due incontri con i movimenti popolari9: «nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti»10, capaci di generare alternative solidali11. Il Papa stesso testimonia che si tratta di realtà già in atto: «Ho conosciuto da vicino diverse esperienze in cui i lavoratori riuniti in cooperative e in altre forme di organizzazione comunitaria sono riusciti a creare un lavoro dove c’erano solo scarti dell’economia idolatrica. E ho visto che alcuni sono qui. Le imprese recuperate, i mercatini liberi e le cooperative di raccoglitori di cartone sono esempi di questa economia popolare che emerge dall’esclusione e, a poco a poco, con fatica e pazienza, assume forme solidali che le danno dignità. Come è diverso questo rispetto al fatto che gli scartati dal mercato formale siano sfruttati come schiavi!»12.

La tenacia nella ricerca di alternative13 ha una radice propriamente teologica, in particolare in quella speranza teologale che percorre tutta la LS, dall’affermazione che «Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato» (LS, n. 13), a quelle – logicamente conseguenti – che «la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, e di metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale» (LS, n. 112) e che «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (LS, n. 205).

Questa speranza, concretamente incarnata nella storia, obbliga papa Francesco, e con lui ogni credente, a non smettere di cercare alternative anche in campo economico, anzi a sforzarsi di riconoscere quelle che sicuramente lo Spirito ha già suscitato. Per questo l’ecologia integrale non è solo il “no” al paradigma tecnocratico e al profitto speculativo, ma è anche il “sì” convinto ed entusiasta alla capacità della creatività umana di costruire alternative: «Se non abbiamo ristrettezze di vedute, possiamo scoprire che la diversificazione di una produzione più innovativa e con minore impatto ambientale, può essere molto redditizia. Si tratta di aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo. […] La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro. Questa sarebbe una creatività capace di far fiorire nuovamente la nobiltà dell’essere umano, perché è più dignitoso usare l’intelligenza, con audacia e responsabilità, per trovare forme di sviluppo sostenibile ed equo, nel quadro di una concezione più ampia della qualità della vita. Viceversa, è meno dignitoso e creativo e più superficiale insistere nel creare forme di saccheggio della natura solo per offrire nuove possibilità di consumo e di rendita immediata» (LS, nn. 191-192).

In queste righe appare un termine assai significativo per l’economia: «redditizio»; con la stessa decisione con cui denuncia la tossicità del profitto speculativo, l’enciclica riafferma la salubrità di una redditività ancorata all’economia reale e soprattutto alla preoccupazione per gli effetti ambientali dei processi produttivi. La valutazione del profitto non ha dunque nulla di ideologico, ma semplicemente esclude considerazioni a priori o teoriche, indipendenti dal discernimento del modo in cui esso viene prodotto e degli effetti che ne conseguono. Risulta quindi superficiale e poco documentata la critica di chi vede nelle posizioni di papa Francesco un generico anticapitalismo.

Queste considerazioni trovano conferma nella sottolineatura della funzione positiva dell’imprenditorialità, che – pare opportuno ricordarlo – appartiene all’economia reale e non al mondo della rendita e della speculazione. Secondo il n. 129, «L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune». Per la LS, dunque, produzione di ricchezza (oggetto di valutazione positiva) non è sinonimo di massimizzazione del profitto (identificata invece come patologia) e sarebbe un passo avanti se anche il lessico ordinario dell’economia – intesa sia come insieme di pratiche, sia come analisi scientifica – tornasse ad appropriarsi di questa fondamentale differenza.




NOTE


1. Per una più approfondita analisi della struttura del testo della LS, cfr Costa G. – Foglizzo P., «Laudato si’: un’enciclica poliedro», in La Rivista del clero italiano, 7-8 (2015) 485-496.

2. Papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG), 2013, n. 53.

3. L’originale spagnolo dispone di un termine di grande efficacia, inmediatismo (con l’aggettivo derivato inmediatista), la cui traduzione italiana richiede per lo più il ricorso a una perifrasi.

4. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 65; cfr anche n. 36.

5. Ivi, n. 65.

6. Ivi, n. 40.

7. A riguardo cfr Tintori C., «Nuovi stili di vita comunitari», in Aggiornamenti Sociali, 6-7 (2016) 510-514.

8. Per un approfondimento della categoria di ecologia integrale e dei suoi molteplici significati, cfr Costa G. – Foglizzo P., «L’ecologia integrale», in Aggiornamenti Sociali, 8-9 (2015) 156-163.

9. Cfr Czerny M. – Foglizzo P., «La forza degli esclusi. L’incontro mondiale dei movimenti popolari in Vaticano», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2015) 14-25.

10. Papa Francesco, Discorso ai movimenti popolari, 28 ottobre 2014, in <www.vatican.va>.

11. È perché la Chiesa possa imparare questi valori e questa dinamica che papa Francesco le chiede di uscire e di andare in periferia, ovvero, con il linguaggio del n. 189 di Evangelii gaudium, di lasciarsi evangelizzare dai poveri.

12. Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al II Incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, in <www.vatican.va>

13. Per una più approfondita analisi di questa tenacia, cfr Riggio G., «Laudato si’: il valore rivoluzionario dei gesti quotidiani», in Aggiornamenti Sociali, 5 (2016) 416-424.


CITAZIONI


Laudato si’, n. 109
Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale.

Laudato si’, n. 190
Quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una riserva di risorse economiche che potrebbe essere sfruttata, ma non si considerano seriamente il valore reale delle cose, il loro significato per le persone e le culture, gli interessi e le necessità dei poveri.

Laudato si’, n. 56
Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi.

Laudato si’, n. 190
Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui. È realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni? All’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della natura, ai suoi tempi di degradazione e di rigenerazione, e alla complessità degli ecosistemi che possono essere gravemente alterati dall’intervento umano.

Laudato si’, n. 189
Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. [...] La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo.

Laudato si’, n. 185
In ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà? In questo esame ci sono questioni che devono avere la priorità. Per esempio, sappiamo che l’acqua è una risorsa scarsa e indispensabile, inoltre è un diritto fondamentale che condiziona l’esercizio di altri diritti umani. Questo è indubitabile e supera ogni analisi di impatto ambientale di una regione.

Laudato si’, n. 129
Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica.


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