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Tra locale e globale, rilanciamo la democrazia

Le recenti vicende politiche, culminate nell’esito del referendum sulla Brexit, dimostrano la fragilità dell’istituzione democratica. Per rilanciarla, occorre sentirsi parte di una società globale che ci coinvolge tutti in prima persona, tornando a dare valore ai legami sociali e alla solidarietà.
Fascicolo: 
L’esito del referendum sulla Brexit, con la vittoria dei favorevoli all’uscita del Regno Unito dalla UE, ha lasciato sorpresi non solo gli osservatori, ma persino coloro che avevano fatto campagna a favore di questa alternativa. Non è la prima volta che il risultato di una consultazione popolare smentisce osservatori, sondaggi ed exit poll, ma questa volta alla sorpresa si aggiunge una serie di conseguenze politiche ed economiche, per il Regno Unito, per la UE e per il mondo intero, che gli elettori sembrano non aver saputo o voluto prendere in considerazione, preferendo una scelta “di pancia” più che “di testa”.

Il referendum britannico ha così dato ulteriore alimento ai dubbi e alle domande sullo stato di salute della democrazia da tempo in circolazione, ad esempio quando si considerano la disaffezione globale al voto, il successo di formazioni populiste la cui cultura politica appare in evidente contrasto con la tradizione della democrazia, la situazione di blocco in cui sono caduti interi Paesi (è successo al Belgio e più recentemente alla Spagna) o ancora l’irrompere sulla scena politica di personaggi che in altri tempi sarebbero stati definiti improbabili, come il candidato repubblicano alla presidenza americana, Donald Trump.

La democrazia è (ancora) un buon sistema per prendere decisioni? È in grado di assicurare la selezione di classi dirigenti all’altezza della difficoltà dei compiti? Se no, è possibile correggerne i difetti? E come? Non si tratta di dubbi e di domande nuove, anzi la consapevolezza della fragilità della democrazia e della possibilità del suo deragliamento ne accompagna tutta la storia, sia nella versione diretta degli antichi, sia in quella rappresentativa dei moderni. Dobbiamo dunque rinunciarvi? Non sarebbe la prima volta nella storia che questo accade, anche se a conti fatti si tratta di rimedi rivelatisi peggiori dei mali. Non è un caso che voci autorevoli si siano levate anche recentemente per ribadire i vantaggi della democrazia rappresentativa, sottolineando, come fa Massimo Cacciari, che «la democrazia implica fisiologicamente in sé valori aristocratici» («Ma la vera democrazia è aristocratica», in L’Espresso, 1º luglio 2016).

Va da sé che siamo convinti che i motivi per continuare a essere democratici siano di gran lunga più forti dei dubbi e delle remore che pure si affacciano. La lezione più importante che possiamo trarre è probabilmente che con troppa facilità abbiamo dato la democrazia per scontata e acquisita; quello che ci ritorna è invece che si tratta di un ideale alto ed esigente, ma al tempo stesso fragile, per cui è necessaria una continua opera di manutenzione, che inserisca quei correttivi che l’evoluzione della storia mostra di richiedere. Dunque la democrazia è una conquista non solo nel momento in cui una società la ottiene per la prima volta (e non sono pochi i Paesi in cui questo non è mai successo), ma rimane tale ogni giorno, se vogliamo che non sia una parentesi felice, ma qualcosa di duraturo o, con una parola oggi di moda, una forma di organizzazione della società dotata di resilienza, cioè della capacità di resistere agli choc che la colpiscono, ricostruendo continuamente il proprio equilibrio dinamico.

Vale dunque la pena provare a considerare le cause della fragilità della democrazia non in astratto, ma nello specifico della situazione attuale, identificando almeno alcuni dei problemi e delle minacce, e anche le proposte di soluzione che si presentano, vagliandole non solo sulla base delle promesse tecnocratiche di efficacia e di efficienza, ma anche su quella della coerenza con i cardini antropologici ed etici su cui ogni democrazia si regge.


Alcune debolezze della democrazia oggi

È innegabile che un assetto democratico incorpori una buona dose di utopia egualitarista, implicita nell’idea che a ciascun cittadino, attraverso l’esercizio del diritto di voto, è consegnata una fetta di potere identica a quella di tutti gli altri membri della società. Sappiamo bene che questa utopia è sostanzialmente irrealizzabile nella sua radicalità, ma per evitare che suoni come una pretesa irrealistica, se non come una presa in giro, è necessario che nel funzionamento concreto delle istituzioni sociali sia almeno percepibile una tensione verso l’uguaglianza. Non è un caso che la democrazia entri in crisi in un mondo in cui le disuguaglianze sono in aumento sia a livello globale, sia all’interno dei singoli Stati. L’astensionismo, specie quando non è una protesta occasionale ma si trasforma nella sostanziale rinuncia a partecipare da parte di intere fasce della società, come accade in alcuni Paesi, è probabilmente un segnale che la forza con cui la realtà sociale contraddice l’utopia egualitarista della democrazia ha superato il livello di guardia. Lo stesso vale in quei casi in cui si è tentati di descrivere l’esito delle urne come maionese impazzita.

L’analisi del voto referendario britannico evidenzia ad esempio come l’opzione Brexit sia stata scelta dalle porzioni meno favorite della popolazione per protestare nei confronti dei più garantiti, a prescindere da ogni altra considerazione; come ha scritto Chris Patten, ultimo governatore britannico di Hong Kong e poi Commissario europeo per le relazioni esterne dal 1999 al 2004, «una crescente disuguaglianza sociale ha contribuito a fomentare una rivolta verso quella che è percepita come una élite metropolitana», (Patten C., A British Tragedy in One Act, 24 giugno 2016, in <www.project-syndicate.org>). Dunque il referendum è diventato il modo con cui chi è normalmente “meno uguale” ha segnalato che le cose non gli stanno bene, pur senza probabilmente contribuire ad avanzare verso la soluzione del problema. Anche in altri Paesi, Italia compresa, la mappa del voto di protesta o per formazioni politiche antisistema, quando non a rischio di essere antidemocratiche, pare in buona misura sovrapponibile con quella delle aree di minore integrazione sociale.

Un secondo fattore di criticità è che per essere credibile qualunque sistema politico ha bisogno di essere efficace, cioè di produrre risultati o “mantenere le promesse”. Questo è vero anche per la democrazia, che a questo riguardo si scontra con le dinamiche della globalizzazione. La democrazia è infatti in vigore negli Stati nazionali e nelle loro articolazioni interne, ma questo livello di esercizio del potere si rivela inadeguato per affrontare tutti quei problemi – e sono di gravità e di numero crescenti – che a buon diritto possiamo definire globali: dai cambiamenti climatici ai movimenti migratori, dall’accaparramento delle risorse (energetiche, idriche, ecc.) al funzionamento dei mercati finanziari internazionali. A livello globale non mancano forme e strumenti di governance, ma si tratta per lo più di soggetti privati (ad esempio le agenzie di rating esercitano un potere più che tangibile anche sugli Stati, senza alcuna forma di accountability verso soggetti diversi dai loro azionisti) o di istituzioni sostanzialmente tecnocratiche (come molte grandi agenzie internazionali), che operano tutt’al più in rapporto ai Governi, ma senza alcuna considerazione delle eventuali possibilità di partecipazione democratica al loro funzionamento (spesso tutt’altro che trasparente). Inevitabilmente questo fa risultare le istituzioni democratiche, che pure restano pienamente operanti a livello nazionale, come un simulacro privo di reale capacità di incidere sui fenomeni più problematici, minandone la credibilità: ci troviamo in una sorta di paradosso in cui chi ha legittimità in termini democratici non ha poi però effettivo potere e competenza, mentre chi esercita potere e competenza è sprovvisto di legittimità democratica.

Risultati analoghi sono prodotti dai fenomeni di corruzione e malaffare, che molti osservatori ritengono in crescita esponenziale a livello globale, o dall’aumento del peso delle lobby: al di là dei risvolti penali, si tratta sempre di casi di scollamento tra l’esercizio di un potere reale (cioè capace di produrre effetti) e la dinamica delle istituzioni democratiche, che rischiano di apparire una finzione scenica.

Un ulteriore elemento problematico è che la democrazia consegna a ciascun cittadino un pezzo di potere, magari piccolo o piccolissimo (a seconda del numero dei concittadini), ma nulla garantisce che questo sia poi esercitato responsabilmente. La corrispondenza tra potere e responsabilità è un problema della democrazia, non solo la massima che guida la coscienza dell’Uomo Ragno. La crescente complessità di tutti i problemi e di tutte le scelte rappresenta indubbiamente un ostacolo aggiuntivo a un corretto esercizio di questa responsabilità. L’effetto è aumentato dalla progressiva erosione di quegli apparati o corpi intermedi, come partiti di massa o grandi associazioni a base identitaria, che per lungo tempo, in particolare nell’epoca delle ideologie, si sono incaricati del discernimento della realtà per presentare ai propri membri l’opzione responsabile. Queste istituzioni, oggi in parte anacronistiche, sono però state sostituite da una comunicazione politica che mescola la logica dell’intrattenimento mediatico e quella della manipolazione propria del marketing, tanto che in occasione della campagna referendaria britannica è stata coniata l’espressione post-truth politics (“politica post-verità”): un gioco comunicativo in cui le parti, chi più chi meno, mentono tutte, i dati più “duri” vengono contestati senza fornirne altri ugualmente validi dal punto di vista scientifico e viene così svuotato anche il ruolo di garanzia degli esperti. Certo, la trasformazione del corpo elettorale in pubblico o audience non è priva di ricadute in termini di qualità della democrazia.

In questo percorso gioca probabilmente una parte anche la diffusione di una mentalità individualista, che rende sempre più difficile percepire la differenza antropologica ed etica tra l’esercizio del diritto di voto e l’indicazione di gradimento (like) sulle pagine di un social network; la seconda è legittimamente l’espressione di preferenze individuali, mentre votare è un atto i cui effetti coinvolgono anche tutti gli altri miei concittadini: si tratta dunque di una scelta dalla quale l’orizzonte sociale non è eliminabile. Certo, ci si scontra anche con le peculiarità di un meccanismo (quello del voto) che funziona aggregando un numero elevatissimo di opzioni individuali, ciascuna delle quali, singolarmente considerata, risulta con buona approssimazione irrilevante. Così, un voto “irresponsabile” non ha alcun peso se la maggioranza dei concittadini si comporta responsabilmente, mentre il sistema si inceppa quando i comportamenti “irresponsabili” (decisioni di “pancia”, voti di protesta volutamente non costruttivi, ecc.) iniziano a diffondersi e a diventare numericamente significativi: una democrazia di cittadini irresponsabili non è sostenibile, come aveva già indicato la filosofia politica classica a proposito del rapporto tra la virtù dei cittadini e la felicità della polis.


Novità e fascinazioni

A fronte di questi problemi, come dicevamo, si diffondono anche tentativi di soluzione o si ipotizzano possibilità di alternative.

Un primo elemento degno di nota è la fioritura di gruppi di pressione o azione politica a base digitale, che propongono la velocità e la potenzialità della rete di attivare le persone come alternativa alla scarsa efficacia della politica. È il caso di alcune piattaforme di raccolta di firme per petizioni on line o di promozione di campagne di mobilitazione civica e di consumo responsabile, o ancora di lobbying on line. Si tratta di iniziative interessanti, soprattutto quando riescono a generare forme di partecipazione e di impegno che durano nel tempo, andando al di là del semplice clic con cui si sostanzia, ad esempio, l’adesione a una campagna. Ma non possiamo pensare che si tratti di una panacea. Occorre infatti fare i conti con possibili derive tecnocratiche: l’enfasi su efficacia ed efficienza di questi sistemi rischia di occultare il fatto che la democrazia non può non restare anche un problema che ogni giorno dobbiamo affrontare, mentre la tecnologia può costituire una scorciatoia o una soluzione a basso prezzo. Inoltre l’effettivo funzionamento di queste piattaforme risulta spesso tutt’altro che trasparente, in quanto è molto difficile, se non impossibile, sottomettere il controllo delle infrastrutture informatiche, e delle possibilità di guadagno che ne derivano per chi le gestisce, a forme di accountability propriamente democratiche.

Resta infine aperta la domanda sulla concezione antropologica di cittadino che queste piattaforme incorporano: quanto risulta debitrice di una visione liberale individualista modellata sul profilo del consumatore, tendenzialmente anonimo? Sarebbe invece importante integrare questi strumenti con l’esperienza di forme di democrazia deliberativa, che promuovono l’interazione e la discussione reale tra i cittadini.

Una seconda fascinazione al cui ritorno stiamo assistendo è quella per sistemi politici che affidano il potere a élite o a tiranni illuminati: se il popolo è così impreparato e irresponsabile, che senso ha affidargli tanto potere? Da teorica la domanda è diventata pratica nel momento in cui la Cina ha superato i sistemi democratici dal punto di vista della performance economica, dimostrandosi anche più efficiente nell’affrontare percorsi impegnativi di riforma (ad esempio del sistema di welfare), che in Occidente sembrano richiedere tempi sempre più lunghi e mediazioni che rischiano di minarne l’effettiva incisività. L’efficienza decisionale genera un consenso per questi regimi che i sistemi democratici sembrano aver smarrito; lo segnala il dossier «What’s gone wrong with democracy» («Che cosa è andato storto nella democrazia») sul sito del settimanale inglese The Economist, in cui si cita ad esempio l’opinione di due intellettuali cinesi, secondo cui la democrazia «sta distruggendo l’Occidente, perché istituzionalizza l’impasse decisionale, impoverisce i processi di decisione e promuove leader mediocri come George W. Bush», rende complicate cose semplici e consente ai politici più abili di ingannare la gente. Per questo, vari Paesi emergenti – come Ruanda, Emirati Arabi Uniti, Vietnam – sono tentati di preferire i rapporti con il modello cinese a quelli con i Paesi democratici, che pretendono garanzie sulla tutela dei diritti, ma in cambio offrono minori prospettive di crescita economica.

Nei Paesi occidentali, almeno per il momento, questa fascinazione non arriva alla proposta di abbandonare la democrazia e soprattutto i diritti civili che le dittature illuminate non si fanno scrupolo a calpestare, ma assume la forma della domanda se non occorra scommettere sull’efficienza anche in democrazia, persino a costo di allentarne alcuni capisaldi teorici. Alcuni modelli di leadership oggi diffusi in molti Paesi e spesso indicati come contigui al populismo rappresentano una concretizzazione di questa domanda.


Quali risorse per una democrazia resiliente?

Di fronte alla fragilità radicale delle istituzioni democratiche non ci sono ricette facili, men che meno in un’epoca complessa come la nostra; anzi, in questo campo più che in altri occorre saper resistere al fascino della semplificazione, implicito nei casi che abbiamo appena esaminato.

Gli ostacoli e le minacce sono molteplici, ma in modi diversi sembrano rimandare a un punto cruciale: persino etimologicamente, non può esserci democrazia senza demos, cioè senza popolo, il soggetto collettivo a cui il potere è affidato. È la convinzione su cui si regge anche la nostra Costituzione, che all’art. 1 afferma: «la sovranità appartiene al popolo». Ma chi è oggi questo popolo, di fronte a sfide che sono fortemente locali ma allo stesso tempo intrinsecamente globali? Qual è la base della sua identità e della sua coesione, che l’affermarsi della complessità e della multiculturalità non permette più di rintracciare in riferimenti culturali comuni (lingua, religione, costumi, ecc.)? Ma soprattutto, in che modo possiamo oggi prenderci cura del demos, in modo da ottenere una democrazia resiliente?

Nei termini tradizionali della filosofia politica si tratta della questione del “mediatore regale”, cioè dell’istanza in cui simbolicamente proiettarsi per riconoscersi uno oltre le molteplicità individuali, attraverso la cui mediazione fare cioè l’esperienza di essere demos. In termini più contemporanei si tratta di tornare a porsi la domanda sul fondamento del legame sociale, cioè su quella forza capace di tenerci uniti al di là delle infinite differenze individuali. Tecnologia, mercato e finanza si sono candidati con forza a svolgere questo ruolo, ma dobbiamo riconoscere che incontrano una resistenza via via crescente. Altre proposte vanno alla ricerca di questo fondamento in territorio prepolitico, identitario, talvolta persino religioso: non è un caso che il tema della laicità continui a emergere. Tuttavia il recupero alla sfera pubblica di queste risorse di ordine simbolico, certamente molto potenti, non può esimerci dalla responsabilità di inventare e costruire insieme il futuro della nostra società globale: è un compito che richiede pazienza e capacità di mediare e di attraversare i conflitti senza rimanerne prigionieri.

La chiave è assumere la solidarietà che di fatto già ci lega, anche a livello globale, e lavorare su come questa può essere percepita e fatta propria da parte delle persone nelle differenti situazioni in cui si trovano. Questa autoistituzione della società globale ha però bisogno di una fede, o meglio di qualcuno che dia fiducia al futuro senza oscurarlo con visioni ideologiche o interessi particolari. In questo senso dobbiamo affermare che la democrazia è questione di fede, di una fede pratica nella dignità di ogni essere umano e nella sua capacità di partecipare.

Di fronte alle molte “tentazioni”, tecnocratiche o populiste che siano, dare credito e spazio a questa fede richiede qualcosa di più della competenza nell’uso delle risorse che la democrazia mette a disposizione per la costruzione di una società più giusta: si tratta di un’azione troppo esposta al rischio di inefficacia e alle logiche della divisione o della manipolazione. Inoltre questa competenza, anche quando è animata da buone intenzioni, si dimostra incapace di curare i luoghi della dissipazione, della lacerazione e dello scollamento, in cui si generano sfiducia, apatia e cinismo rispetto alle dinamiche della vita sociale e politica. In altre parole, non basta la “tecnica democratica” a generare la fiducia di cui la democrazia ha bisogno per sopravvivere.

Come dunque sarà possibile tornare ad attingere alle sorgenti della fede nella dignità di ogni essere umano e nella partecipazione? In qualunque posizione della società globale complessa ci si collochi, riteniamo che la risposta a questa domanda cruciale risieda nel preoccuparsi di ascoltare, sostenere, risarcire, promuovere, integrare e far partecipare coloro che finiscono “dalla parte sbagliata” dei mutamenti prodotti dalla globalizzazione, cioè vedono peggiorare le proprie condizioni di vita. Anche se fossero soltanto una minoranza, occuparsi di loro è l’unico modo per alleviare uno smarrimento e un’angoscia che, nella transizione, possono colpire tutti e che, come oggi tragicamente vediamo, arrivano al punto di generare mostri. Tornando all’utopia egualitarista che ogni ideale democratico incorpora, questo equivale a mostrare che si crede al valore di una uguaglianza – o almeno di una riduzione della disuguaglianza – in termini sostanziali e non solo formali, ogni giorno e non solo il giorno delle elezioni. In fin dei conti la democrazia è anche un sistema che sa dire di no ad alcuni (ricchi e potenti) per rispetto degli ultimi.

Operare così ricostruisce la fede e quindi la democrazia, generando una leadership credibile. Come cittadini, il primo compito è imparare a discernere i segni di questa fede, ovunque si manifestino nella società, apprezzarli e incoraggiarli, e soprattutto farli crescere. Questo è l’unico modo – sempre relazionale e capace di rispettare la dignità di ciascuno – di tornare a “fare verità” nella nostra politica, arginando la violenza in tutte le forme in cui si manifesta. Il risultato non è garantito, ma siamo convinti che questa sia la strada per una democrazia resiliente, in grado non solo di resistere, ma anche di offrire alle nostre società stancamente democratiche nuovi orizzonti e nuove energie.

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