• Bella e perduta

Bella e perduta

di Pietro Marcello
Cinecittà Luce,Italia 2015, Documentario, Durata: 86 min.
Fascicolo: 
Dalle viscere del Vesuvio, Pulcinella, servo sciocco, viene inviato nella Campania dei giorni nostri per esaudire le ultime volontà di Tommaso, un semplice pastore: mettere in salvo un giovane bufalo di nome Sarchiapone. Nella Reggia di Carditello, residenza borbonica abbandonata a se stessa nel cuore della terra dei fuochi, delle cui spoglie Tommaso si prendeva cura come custode volontario, Pulcinella trova il bufalotto e lo porta con sé verso nord. I due servi, uomo e animale, intraprendono un lungo viaggio in un’Italia bella e perduta, alla fine del quale non ci sarà quel che speravano di trovare.


Può esistere in Italia un cinema che esca in sala, venga visto e discusso da migliaia di persone e che si possa dire al contempo sperimentale? Pietro Marcello, regista partenopeo dalla lunga e peculiare carriera nel documentario, prova a cimentarsi con un’opera ibrida a metà tra fiaba, racconto apologetico e documentario sociale, facendo riflettere su contenuti di scottante attualità attraverso un racconto formalmente sperimentale. Il suo ultimo lavoro Bella e perduta lancia, infatti, una vera a propria sfida allo spettatore, provando, dopo La Bocca del lupo – che gli valse la vittoria al Torino Film Festival nel 2009 – a portare avanti un cinema di ricerca, indifferente a qualsivoglia distinzione fra finzione e documentario, ancorato saldamente al reale, ma senza rinunciare a una trasfigurazione visionaria e poetica.

Bella e perduta muove i suoi passi nel casertano, raccontando contemporaneamente le nefandezze dei crimini ambientali de “la terra dei fuochi” e una storia di amicizia tra un essere soprannaturale – Pulcinella – e un bufalo parlante. Il film non nasce però come una strana, e talvolta ermetica, fiaba italiana. In origine doveva essere un documentario su Tommaso Cestrone, piccolo eroe contemporaneo, che decise di mantenere, ripulire e riaprire la reggia borbonica di Carditello a sue spese, nonostante le minacce della criminalità organizzata. Con queste parole Pietro Marcello ha raccontato l’inizio del suo progetto filmico: «Quando mi sono imbattuto nella reggia di Carditello e nella favola – perché di favola si tratta – di Tommaso, “l’angelo di Carditello”, il pastore che con immensi sacrifici ha deciso di dedicare tanti anni della sua vita alla cura di un bene artistico abbandonato, ho visto una potente metafora di ciò che sentivo la necessità di raccontare: dopo la morte di Tommaso, prematura e improvvisa, Bella e perduta – nato inizialmente come un “viaggio in Italia” destinato a toccare altre tappe – è diventato un altro film, sposando fiaba e documentario, sogno e realtà» (in <http://news.cinecitta.com/IT/it-it/news/53/64314/l-italia-bella-e-perduta-di-pietro-marcello.aspx>). Tommaso Cestrone, dopo anni di lotte contro le istituzioni locali compromesse con la criminalità organizzata e con la malavita, muore improvvisamente, stroncato da un infarto, prima di vedere riaperta la reggia e soprattutto prima della conclusione del documentario.

Abbandonato il progetto originario, Pietro Marcello ha deciso di affidarsi alla penna di Maurizio Braucci, già sceneggiatore di Gomorra e L’intervallo, al fine di creare un nuovo film in cui poter far coesistere nuove immagini insieme a quelle già girate a Carditello. L’intervento creativo di Braucci permette così di riprendere in mano i fili spezzati della narrazione dopo la morte di Cestrone, inventando il personaggio di un bufalo maschio, Sarchiapone (di proprietà proprio dell’“angelo di Carditello” e presente in una delle scene già girate per il documentario), e Pulcinella, creatura proveniente dalle viscere del Vesuvio, capace di parlare il linguaggio degli animali, grazie al suo status di intermediario tra il mondo dei vivi e dei morti. Il compito di Pulcinella, dopo la morte di Tommaso, è quello di mettere in salvo il bufalo dal destino di macellazione che attende gli esemplari maschi della sua specie, inutili alla produzione del latte. Inizia così il loro viaggio verso nord, attraverso una terra “bella e perduta”. Come lucidamente ha scritto Emanuele Sacchi su MYmovies: «La tragedia di Sarchiapone diviene il punto di vista, o il fish eye, da cui osservare le storture e la mancanza di alternative dell’umanità circostante; il tentativo di salvare le sorti dell’animale di fronte alla sua inutilità e quindi alla sua impossibilità di vivere, diviene un donchisciottesco tentativo di sovvertire ciò che è già scritto».

Lo splendore figurativo delle sequenze iniziali di Bella e perduta, che mostrano con gli occhi di un bufalo il suo ingresso in un macello, conferma lo straordinario talento visivo del regista casertano, che per questo film ha scelto di lavorare in pellicola, sfruttando la natura viva del supporto, la sua deteriorabilità, la sua grana, girando addirittura con materiali scaduti per dare un senso di irrealtà (la pellicola scaduta genera dei viraggi cromatici che amplificano i contrasti, rendendo i colori vagamente surreali). Questi strumenti tecnici, che richiamano una ricerca astratta sul linguaggio cinematografico, sono nel film al servizio di un racconto civile: i colori innaturali del cielo richiamano agli occhi dello spettatore una dimensione inquinata e aliena, che rispecchia, nell’alterazione cromatica, il paesaggio contaminato del casertano. Il viaggio che compiono Sarchiapone e Pulcinella attraversa tutta la regione del casertano, passando per i Regi Lagni e giungendo ai comuni di Lo Uttaro e Masseria del Pozzo-Schiavi, luoghi in cui la contaminazione da metalli pesanti e da diossina ha moltiplicato i casi di tumore (l’indice di mortalità per tumore al fegato, su un campione di 100mila abitanti sfiorava nel 2004 il 38,4% per gli uomini e il 20,8% per le donne, mentre la media nazionale è del 14%, cfr Mazza A., «Italian Triangle of Death linked to Waste Crisis», in The Lancet Oncology, 9, 2004, 525-527).

La macchina da presa, attraverso gli occhi immaginari di un bufalo, racconta la condizione di chi, tra camorra e abusivismo, vive una condizione di ultimo tra gli ultimi; numerosi sono infatti gli incontri fortuiti con i personaggi che abitano il casertano: bracconieri, tombaroli e contadini. In un road movie atipico, il percorso di Sarchiapone e Pulcinella non si ferma al casertano ma prosegue, affiancato da numerose immagini di repertorio di lavori documentali degli anni ’50, attraversando tutto il Centro Italia. «Ho imparato a guardare l’Italia contemplando il suo paesaggio dai treni, riscoprendo di volta in volta la sua bellezza e la sua rovina», ha detto Pietro Marcello durante la conferenza stampa al Festival del cinema di Locarno. «Spesso ho pensato di realizzare un film itinerante che attraversasse la provincia per provare a raccontare l’Italia: bella, sì, ma perduta. Anche Leopardi la descriveva come una donna che piange con la testa tra le mani per il peso della sua storia, per il male atavico di essere troppo bella» (ivi). Ma non c’è nulla del documentario ambientale in Bella e perduta (genere rispettato da un film come Sacro GRA di Gianfranco Rosi), nessuna idea di creare un “documento”, quanto piuttosto quella di cogliere l’Italia come luogo metafisico, di sondare l’invisibile del Paese, qualcosa che la cronaca e i reportage non possono per loro natura raccontare.

Il tentativo è di restituire una poetica italiana – data dai monologhi di Sarchiapone o dai dialoghi di Pulcinella –, cercando di mostrarne il folclore e l’eredità artistica (spesso in rovina). Perché, come ha dichiarato lo stesso regista, la vita non può essere spiegata, tutt’al più si può amarla. Ma come spesso accade nelle fiabe – si pensi a quelle dell’autore campano del Seicento Giambattista Basile, mai concilianti e con l’happy end – sfuggire al proprio destino è impossibile: Sarchiapone, nel momento in cui sembra essersi salvato, capisce di non potere nulla contro la sorte, finendo nuovamente nelle mani di chi vuole macellarlo, mentre Pulcinella si arrende e getta la maschera. I due personaggi abbandonano la loro missione e il finale del film torna a essere il buio corridoio del mattatoio dell’incipit. Per l’Italia contemporanea, sembra dirci Pietro Marcello, non c’è speranza nel futuro, il destino è quello di essere una nazione tragicamente bella, ma irrimediabilmente perduta.

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