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Smascherare gli inganni

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Un “classico” è «un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» e “classici” sono «quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato» (Calvino I., Perché leggere i classici, Mondadori, Milano 1995, 7-8). Da questo punto di vista, alcune pagine bibliche si possono senz’altro definire classiche, ad esempio i primi capitoli della Genesi.

Il legame fra lettura e cultura rende sempre attuale e stimolante il lavoro di interpretazione di questi testi, soprattutto quando si tratta di liberarli dalle proiezioni di questioni ad essi aliene. Così, l’esegesi recente ce ne ha restituito un’intelligenza più profonda, in particolare del capitolo 3 della Genesi.


Una parola che guida

In un precedente articolo (cfr Teani M., «Il vangelo della creazione», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2016] 164-167), si è visto come l’essere umano è chiamato a custodire e far crescere il giardino (il mondo), secondo l’intenzionalità di dono che lo fonda e lo attraversa. Per questo egli riceve una parola-guida, che lo aiuti a discernere, nelle diverse circostanze, il sentiero della vita. È il comandamento: Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire (Genesi 2,16-17). Si tratta di prevenire la cupidigia, cioè la pretesa di possedere e di dominare tutto, che finisce per rivelarsi devastante. Il comandamento pone l’essere umano «di fronte a una alternativa di vita e di morte, a una scelta di cui egli è l’unico protagonista […] Adam è reso signore del giardino; ma la qualità della sua natura è rivelata soprattutto dal fatto che non è un essere che esegue automaticamente un programma prefissato, fosse pure sublime, ma è una persona che assume liberamente la decisione di obbedire alla vita» (Bovati P., Parole di libertà. Il messaggio biblico della salvezza, EDB, Bologna 2012, 31).

Il comandamento non è affatto una imposizione arbitraria: è dato in funzione della difesa e della promozione della vita. Infatti, dopo aver menzionato la presenza nel giardino di ogni sorta di alberi, il testo attira l’attenzione su due di essi: l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male (2,9). La vita, quindi, è posta al centro, è il cuore dell’opera creatrice. Attraverso il comandamento Dio cerca «di proteggere l’uomo dalla morte che consiste nel voler accaparrare tutto per sé. Poiché voler accaparrare tutto significa chiudersi alla relazione. Ora, è proprio la relazione ad essere vitale, nella Bibbia come nella vita» (Wénin A., L’uomo biblico. Letture nel Primo Testamento, EDB, Bologna 2005, 42).

Posta davanti a un limite, come reagirà l’umanità appena creata? È la domanda che sottende il terzo capitolo della Genesi, dove vengono «evocati i complessi meccanismi della coscienza libera» (Bovati P., Parole di libertà, 32).

Il versetto iniziale segna una svolta (cfr Genesi 3,1-7): Dio esce di scena, non fa più percepire la sua presenza in modo immediato per evitare di mantenere l’essere umano in una condizione di dipendenza infantile. Vuole invece che scelga responsabilmente l’orientamento da dare alla propria vita. Per questo si ritira, lasciando però un segno della sua presenza: il comandamento. In concomitanza con il “ritrarsi” di Dio, entra in scena un nuovo personaggio: il serpente, che nel Vicino Oriente antico è parte di una complessa simbologia. In ambito cananeo è connesso alle forze della natura e compare nei culti della fertilità. In ambito mesopotamico raffigura il mostro primordiale in stretto collegamento con le forze del caos. Nel mondo egiziano è considerato simbolo di sapienza. Infatti, con il suo strisciare furtivo, si presta bene a suggerire l’idea di scaltra abilità e di guardinga accortezza, significato adottato anche dalla Bibbia.
 

Il serpente e la donna

Il testo non dice perché il più astuto di tutti gli animali (3,1) adotti la tattica di parlare solo a uno dei componenti la coppia primordiale e perché proprio alla donna. Questa lacuna del racconto apre lo spazio delle interpretazioni. Una lettura di stampo maschilista, funzionale a sostenere una cultura patriarcale, ha proiettato sul testo la propria visione della donna naturalmente tentatrice, pericolosa per un uomo bisognoso di mantenere il controllo della situazione, di imporre al mondo l’ordine che egli ritiene giusto. Ma tale interpretazione non è giustificata né da questo racconto, né da altri testi della Bibbia. Infatti, una delle conseguenze negative di cui Dio stesso prende atto e che stigmatizza nel suo intervento successivo alla trasgressione è proprio il dominio dell’uomo sulla donna: Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su te (Genesi 3,16).

Inoltre, la tentazione necessita della divisione per raggiungere il suo scopo e per questo il serpente cerca innanzitutto di rompere l’armonia della relazione originaria. Rivolgendosi solo a uno dei due pone le basi di una situazione in cui l’uno possa gettare la colpa sull’altro, come avverrà in seguito. Sceglie la donna perché è in questione la vita e agli occhi degli antichi è lei a custodirne in grembo il segreto. Anche un’analisi strutturale del testo evidenzia il ruolo centrale della figura femminile. Nel primo momento (3,1-7) viene messo a fuoco l’atteggiamento antitetico al senso della creazione: il farsi padrone della vita (il peccato). Qui i personaggi intervengono nell’ordine seguente: prima il serpente (v. 1a), poi la donna (v. 1b), infine l’uomo (v. 6b). Il secondo momento (3,8-13) descrive l’“inchiesta” che Dio conduce attraverso l’“interrogatorio” dei soggetti coinvolti (al fine di smascherare il peccato). Gli “inquisiti” sono, nell’ordine, l’uomo (v. 9), la donna (v. 13a) e il serpente (v. 13b). Il terzo momento (3,14-21) riporta la “sentenza” (le conseguenze del peccato) che Dio pronuncia, rispettivamente, nei confronti del serpente (v. 14), della donna (v. 16) e dell’uomo (v. 17). Come si vede, la donna occupa sempre la posizione centrale in ognuna delle sequenze. Ciò lascia supporre che, nell’economia del racconto, la figura femminile – proprio come quella del serpente, con cui è posta in relazione – abbia una valenza simbolica, strettamente connessa al ruolo che essa riveste nella storia stessa (cfr Doglio C., «L’origine della disarmonia [Genesi 3,1-24]», in Parole di Vita, 52 [2007] 4-16).

Nel serrato dibattito (cfr 3,1b-5) sul senso del comandamento e della realtà è in gioco la capacità di distinguere ciò che fa vivere da ciò che arreca morte. Tenendo presente questa atmosfera sapienziale, la valenza simbolica della donna si può agevolmente individuare se si ricorda che nella tradizione biblica la sapienza (così come la stoltezza) viene rappresentata come una figura femminile. Classico è il testo di Proverbi 9, caratterizzato dal confronto tra due personificazioni contrapposte, la donna-sapienza e la donna-follia (la straniera). Vi si illustra l’alternativa decisiva di fronte alla quale si trova ogni persona: o prestare ascolto alla voce della Sapienza o farsi sedurre dalle parole (apparentemente sagge, ma in realtà ingannatrici) della Follia. Ambedue «parlano “come una donna”… ma non sono identificabili tout court con le donne» (cfr Bonora A., «La “donna straniera” in Pr 1-9», in Ricerche storico bibliche, 6 [1994] 101-109).
 

L’inganno

La donna, quindi, posta in primo piano, simboleggia ogni essere umano che, alle prese con il senso enigmatico della realtà, si trova esposto al dubbio su Dio e sulla bontà del suo comandamento. È utile, allora, esaminare più da vicino come agisce l’inganno.

L’iniziativa è presa dal serpente, che butta là un’affermazione con ostentata indifferenza: Così dunque, Dio ha detto: «Non dovete mangiare di nessun albero del giardino» (3,1). Più che porre un interrogativo, esprime, in maniera tendenziosa, perplessità per quanto Dio avrebbe detto (cfr Wénin A., Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo, EDB, Bologna 2008, 68). Soprattutto, ne stravolge il senso. Mentre Dio aveva posto l’accento sul dono (potrai mangiare di tutti gli alberi [2,16]), il serpente pone l’accento sulla proibizione, deformandola (non dovete mangiare di nessun albero). Dio è presentato come un despota, che impartisce ordini e divieti per salvaguardare il suo dominio sull’umanità.

La donna sembra non abboccare alla provocazione del serpente. Interviene, infatti, dicendo: Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare (3,2). Subito dopo, tuttavia, afferma: Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» (3,3). In contrasto con quanto Dio aveva detto, la donna si è convinta che l’albero della conoscenza del bene e del male si trovi al centro del giardino, mentre in realtà c’è l’albero della vita (2,9). Nella percezione della donna, ormai, i due alberi sono confusi, non è più chiaro del frutto di quale dei due non bisogna mangiare e questa confusione altera la comprensione di ciò che è bene o male, ciò che dà vita o morte.

Così il serpente riesce a far breccia nella sua coscienza, portandola a pensare che il divieto sia il centro della relazione con Dio. Il serpente può tornare alla carica. Prende spunto dalle ultime parole della donna (altrimenti morirete) per sostenere l’esatto contrario: Non morirete affatto! (3,4). Mette in dubbio quanto Dio ha detto, facendo balenare il sospetto che «Dio è geloso della propria superiorità e dei propri privilegi e che intende mantenere l’essere umano a distanza» (Wénin A., L’uomo biblico, 16). Da notare che il serpente non dà prova alcuna di quello che sostiene. Le sue affermazioni richiedono un’adesione di “fede”! La donna viene a trovarsi di fronte a una alternativa precisa: credere alla bontà di Dio o alla versione del serpente. A chi dare la propria fiducia?

La questione cruciale diventa quella della intelligenza (spirituale) della realtà. La donna, invece di misurarsi con la parola impegnativa del comandamento, dà spazio alle parole seducenti del serpente, che fanno balenare un futuro straordinario: Sarete come Dio, conoscendo il bene e il male (3,5). Lasciano intendere che l’essere umano si realizza appropriandosi di quanto ha ricevuto, nel desiderio di essere e di avere tutto. Così, agli occhi della donna, l’albero della conoscenza cambia di aspetto, le appare attraente, desiderabile: crede sia saggio mangiarne il frutto (3,6a). La donna pensa di agire con sapienza e, invece, s’inganna e coinvolge anche l’uomo nel suo errore. Sottolineando la condivisione del frutto, l’autore biblico conferma che ogni essere umano è coinvolto nella trasgressione del comandamento (Borgonovo G., «La “donna” di Gen 3 e le “donne” di Gen 6,14. Il ruolo del femminino nell’eziologia metastorica», in Ricerche storico bibliche, 6 [1994] 71-99, qui 93).

Come la coppia primordiale aveva sperimentato una solidarietà nel bene – i due erano nudi, ma non ne provavano vergogna (2,25) – così ora la sperimenta nel male: si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi (3,7). La paura della propria vulnerabilità porta i due a nascondersi e ad accusarsi vicendevolmente. In tale situazione compromessa, l’intervento di Dio sancisce quello che è avvenuto e conferma la loro corresponsabilità: le conseguenze ricadono su entrambi, sebbene in modo differente. Da notare come sia la donna a diventare nemica giurata del serpente e come Dio profetizzi la distruzione del male da parte di uno dei suoi figli: nel cammino di redenzione è lei, ingannata, a poter svelare l’inganno e a generare chi lo potrà neutralizzare. Nell’interpretazione cristiana, sarà Gesù, figlio di Maria.

La lettura simbolica del testo è decisamente più conforme alla mentalità dell’autore biblico e indica il ruolo centrale della donna in una vicenda in cui simbolizza l’umanità chiamata a discernere il bene dal male quando è posta di fronte a un limite invalicabile, dando la vita a tutti invece della morte. Anche l’uomo, da parte sua, è chiamato a distinguere la Sapienza dalla Follia. La coppia primordiale, infatti, rappresenta il minimo nucleo sociale originario in cui la Bibbia – aliena da una mentalità individualista e attenta alle conseguenze sociali del peccato – può ravvisare le «strutture di peccato» (cfr Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, nn. 36-40). Pertanto non è la differenza a generare il conflitto, quanto la rimozione della responsabilità personale e collettiva, nel tentativo di allontanare da sé le conseguenze delle proprie scelte libere che ricadono – in forme diverse – su tutti, uomini e donne.


Genesi 3,1-7

1Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 
4Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. 7Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

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