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Laudato si’: il valore rivoluzionario dei gesti quotidiani

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Leggendo la Laudato si’ (LS) si è colpiti dai numerosi riferimenti a gesti della vita quotidiana, presentati come pratiche virtuose meritevoli di essere conosciute e promosse perché volte alla cura della casa comune. Solo per citare qualche esempio, e senza nessuna pretesa di completezza, si può menzionare l’invito a prestare maggiore attenzione nel riciclo della carta (LS, n. 22), a non sprecare un bene prezioso come l’acqua (LS, n. 27), a non cucinare in eccesso e a non buttare il cibo non consumato (LS, n. 50), a non abusare del ricorso ai condizionatori (LS, n. 55), a fare attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti e al riciclo dei prodotti (LS, n. 192), a ridurre l’uso di materiale plastico, piantare alberi, spegnere le luci inutili (LS, n. 211), ecc. Accanto a questi gesti che possono essere compiuti dai singoli, vi sono anche altri esempi che invece hanno una dimensione sociale più ampia, dato che riguardano il mondo delle imprese e della ricerca (LS, n. 112) o le collettività urbane, come il miglioramento del sistema di trasporto pubblico per ridurre il ricorso alle vetture private (LS, n. 153).

Un così alto numero di esempi concreti pone alcuni interrogativi. Vanno considerati come un’ulteriore espressione dello stile di papa Francesco, che comunica in modo immediato e si cala nella realtà delle persone? Sono un riconoscimento tributato alla saggezza popolare, attenta a non sprecare le risorse a disposizione, a cui il Papa è sensibile? Sono la traduzione pratica e puntuale dell’impegno etico e civile che l’enciclica propone alle «persone di buona volontà» a favore della cura del pianeta (LS, n. 62)? Probabilmente si può dare una risposta positiva a tutte queste domande. Ciascuna di esse mette in luce un aspetto presente nel retroterra della redazione della Laudato si’. Riteniamo, tuttavia, che sia possibile individuare un’altra spiegazione: per il Papa questi gesti testimoniano la possibilità che ha l’umanità di resistere al degrado ambientale, umano e sociale che è sotto i nostri occhi, costituendo una controproposta culturale concreta.
 

Il paradigma tecnocratico:
una visione totalizzante del mondo


Esaminando le cause che sono all’origine della odierna crisi dai molti volti (sociale, morale, ambientale, economica, finanziaria), l’enciclica dedica un grande spazio al paradigma tecnocratico, ritenuto «un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla» (LS, n. 101). Nella Laudato si’ non vi è una condanna del progresso, frutto della creatività e dell’intelligenza che l’umanità ha ricevuto in dono da Dio stesso (cfr LS, n. 103), ma l’attenzione si concentra sul modo in cui i beni della creazione sono utilizzati.

Le scoperte e i progressi registrati in campo scientifico e tecnologico possono suscitare una sorta di ebbrezza nell’umanità, generando l’impressione di poter spostare sempre più in là i limiti naturali, di poterli prima o poi superare. La convinzione di detenere un potere capace di risolvere ogni problema si traduce in un crescendo di sicurezza e di autonomia a cui non si accompagna «uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (LS, n. 105). In effetti, la consapevolezza delle potenzialità enormi intrinseche al potere tecnologico non si accompagna con una valutazione adeguatamente approfondita sulle ripercussioni determinate da un suo esercizio del tutto avulso da riferimenti di carattere etico, culturale e spirituale.

«Il riflesso soggettivo del paradigma tecnico-economico» è dato dal consumismo ossessivo (LS, n. 203), che spinge a credere che il benessere coincida col consumo, che la propria libertà sia costituita – e trovi la sua manifestazione – nel fatto di poter acquistare i beni e i servizi offerti sul mercato e ampiamente pubblicizzati. Ancora una volta il richiamo di papa Bergoglio intende mettere in guardia contro un eccesso: il consumismo compulsivo, vissuto in modo distorto e malato, privo di un’etica, di un senso sociale e ambientale (LS, n. 219).

Un altro aspetto è considerato estremamente critico: la frammentazione del sapere che caratterizza la nostra società. Si è persa la visione di insieme della realtà, privilegiando di volta in volta il punto di vista di un singolo settore, in particolare quello tecnico. Questo approccio, proficuo per conseguire obiettivi concreti, è limitante perché non permette di tenere conto delle relazioni che esistono tra le diverse realtà e di avere una visione d’insieme (LS, n. 110)1. Non cogliere le interconnessioni tra i differenti elementi conduce inevitabilmente all’impoverimento della lettura che un’intera società dà del suo tempo e a un indebolimento nella capacità di progettazione del futuro, dato che manca un orizzonte di senso comprensivo dei tanti elementi presenti e all’opera in una società.

Ci troviamo pertanto di fronte a un sistema retto da un paradigma che ripone una fede assoluta nel progresso assicurato dalla tecnica e che si presenta come unico possibile. Al suo cuore vi è la convinzione di essere in grado di fornire le risposte alle domande dell’umanità sul miglioramento delle condizioni di vita, senza però affrontare le questioni di fondo legate alla vita sulla terra e alla convivenza civile: un’attenzione allo stato di salute del pianeta; un’equa ripartizione delle risorse e delle opportunità; il farsi carico del futuro che attende le prossime generazioni. Di fronte a questo paradigma tecnocratico, che si presume totalizzante al punto da escludere qualsiasi altra visione del mondo, vi sono alternative possibili?
 

La resilienza: «gli esseri umani possono anche superarsi»

La risposta a questi interrogativi è al contempo realista e propositiva. L’enciclica non fa propria una visione rassegnata e pessimista della condizione dell’essere umano nella società contemporanea: il singolo individuo e le comunità non sono soggetti schiacciati da poteri ben più grandi di loro, né sono ridotti a una condizione meramente passiva. Non sono sottovalutati né la diffusione né il radicamento del modo di pensare e agire proposto dal paradigma tecnocratico, ma non si ritiene che esso costituisca una parola ultima e definitiva. Contro le prese di posizione per cui tutto è vano e non vi è più alcuna speranza possibile per un cambiamento, la Laudato si’ sostiene con fermezza che l’essere umano è «capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale» (LS, n. 127). Alle gabbie che possono imprigionare l’umanità in pratiche inique si oppone l’esperienza delle mille insospettate risorse che gli esseri umani sono in grado di mettere in gioco per vivere in modo dignitoso e solidale, sfuggendo all’anonima logica del profitto e del consumo.

Per meglio comprendere questa convinzione di fondo ci viene in soccorso il concetto della resilienza, presente nell’ambito sia dell’ecologia sia della psicologia. Nel primo caso la resilienza identifica la capacità con cui un sistema ecologico ritorna al suo stato iniziale, alterato a causa di un evento naturale o di un intervento umano. Nel secondo caso si riferisce invece alla capacità di una persona di reagire in modo positivo a eventi di natura traumatica, senza soccombere di fronte alle difficoltà e agli ostacoli che si presentano. Pur nella differenza degli ambiti disciplinari esaminati, è evidente la presenza di una nota comune a questi due impieghi del concetto di resilienza: l’intrinseca capacità di una persona, di una comunità, di un ecosistema di far fronte a un’avversità in modo proattivo, mettendo a frutto le risorse di cui dispone per recuperare quanto eventualmente è andato perduto e così ripristinare la situazione ottimale precedente o accedere a una nuova2.

Le riflessioni maturate nelle sfere delle scienze naturali e sociali trovano poi una corrispondenza a livello teologico e biblico nella visione dell’essere umano che, pur essendo «ferito dal peccato» (LS, n. 2), è creato a immagine e somiglianza di Dio, «porta in sé una struttura propriamente trinitaria» (LS, n. 239) e ha una speciale dignità, come più volte ribadito nel corso della Laudato si’. Nel cuore di ogni essere umano alberga, infatti, una scintilla che lo spinge ad agire in un modo corrispondente alla propria dignità e che non può essere del tutto spenta da forze di segno opposto.

La visione antropologica presente nell’enciclica si muove pertanto lungo questo asse, operando una sorta di elogio della resilienza dell’essere umano, la quale, insospettata e nascosta agli occhi di quanti detengono il potere, permette agli esseri umani di ritornare a scegliere il bene invece che lasciarsi trascinare nel degrado, di ritornare a costruire cammini di autentica libertà e solidarietà invece che cadere nell’ottundimento della coscienza (cfr LS, n. 205). A livello sia individuale sia collettivo, gli stessi talenti, energie e capacità spendibili per un progetto iniquo possono essere impiegati per costruirne uno fondato su un’apertura al buono, al vero e al bello.

La lettura dell’enciclica rivela quindi una profonda fiducia nelle forze positive e nelle capacità propositive di cui l’essere umano dispone. Se si riconosce la fondatezza di questa convinzione, allora essa può divenire un fattore propulsivo fondamentale di una dinamica di cambiamento grazie all’affermarsi e diffondersi di pratiche e atteggiamenti, in una parola di stili di vita, che rispondono a una logica distinta da quella del paradigma tecnologico.
 

«Un’ostinata resistenza di ciò che è autentico»

La visione resiliente che abbiamo descritto non è sterile e si traduce nella ricerca di una alternativa al paradigma tecnocratico. A tal proposito l’enciclica scarta due possibili posizioni: un cambiamento è possibile solo se si opera a grandi scale, solo se sono coinvolti come attori principali le istituzioni internazionali e gli Stati; un’alternativa non è possibile oggi, ma bisogna attendere un futuro, più o meno prossimo, e lavorare ragionando su un ampio spettro temporale.

Senza sminuire l’importanza degli impegni assunti e portati avanti a livello internazionale o sottostimare la complessità delle questioni in gioco, che richiedono tempo perché vi sia una svolta profonda, papa Francesco ritiene che «L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica» (LS, n. 112). Per questo suggerisce di portare uno sguardo diverso sulla realtà, per cogliervi quei segni che testimoniano la presenza di una logica altra rispetto a quella tecnocratica, già all’opera in modo discreto.

Il Papa si riferisce proprio a quei comportamenti che abbiamo menzionato in precedenza. Preferire mezzi di trasporto meno inquinanti, evitare gli sprechi di risorse naturali, svolgere attività economiche essendo attenti all’impatto ambientale sono forme diverse attraverso cui «un’ostinata resistenza di ciò che è autentico» (ivi) si fa strada nella quotidianità. L’enciclica indica una serie di comportamenti concreti, che sono stati e continuano a essere compiuti all’interno dello stesso sistema tecnocratico (e non, quindi, condotte auspicate nel futuro), richiamandosi però a una logica del tutto diversa. Se è vero che i gesti che compiamo concorrono a rendere ancor più grave la situazione ambientale e sociale, è pure vero che «un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (LS, n. 230), sovvertendo un ordine che si caratterizza per la sua inequità e ingiustizia. La fiducia nelle capacità dell’essere umano è alla base di questa lettura. L’esercizio consapevole e attento della propria libertà può permettere all’umanità di dare un orientamento alla tecnica che non sia in contrasto col proprio bene, ma sia anzi volto al conseguimento di «un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale» (LS, n. 112).

Quanto affermato nell’enciclica fa leva sul valore attribuito alle condotte dei singoli individui, alle iniziative di alcuni riuniti in gruppi di diverso tipo, alle pratiche di imprese o di collettività pubbliche. L’impatto avuto dai comportamenti tenuti da questi soggetti potrebbe essere giudicato minimo nei suoi risultati e velleitario nelle sue pretese. Tale giudizio non è condiviso da papa Francesco, che non smette di evidenziare ogni forma di resistenza ai processi che tendono a ridurre l’essere umano e la creazione a beni di produzione e di consumo. Ricordiamo, ad esempio, le parole rivolte ai partecipanti al primo incontro mondiale dei movimenti popolari a Roma, il 28 ottobre 2014: «Nonostante questa cultura dello scarto, questa cultura delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato ma voi con la vostra abilità artigianale, che vi ha dato Dio, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti e ci state riuscendo... E, lasciatemelo dire, questo, oltre che lavoro, è poesia! Grazie»3 (cfr anche LS, n. 149).

La lettura del Papa richiama per molti aspetti la riflessione svolta dal gesuita francese Michel de Certeau nell’Invenzione del quotidiano sul ruolo dei consumatori in una società resa omogenea dalla massificazione4. Apparentemente schiacciati e obbligati a conformarsi a quanto imposto da coloro che reggono la produzione, i consumatori non costituiscono una realtà informe e passiva, ma attraverso mille maniere di agire, mille modi personali di utilizzare i beni e i servizi offerti e l’atteggiamento interiore che accompagna queste azioni, tracciano un proprio itinerario all’interno di un ordine stabilito da altri. Pur non disponendo di un potere proprio, giocando in questo senso “in trasferta”, su un campo che appartiene ad altri, danno vita a modi di fare e pratiche quotidiane (“tattiche” nel vocabolario di Certeau) che resistono alle strategie stabilite da chi detiene il potere. Le loro condotte possono essere anonime, indistinte, conformi al modello generale imposto, ma possono anche essere l’espressione di una propria e originale maniera di abitare il mondo, adattandosi alla struttura esistente e, allo stesso tempo, conservando quella libertà che permette di non uniformarsi e di poter agire, quando necessario, secondo una logica differente.

Si delinea così una resistenza possibile a una deriva tecnocratica in nome dell’autenticità della vita e della dignità dell’essere umano, che trae la sua forza da «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità» (LS, n. 111). Un’opera di trasformazione dall’interno che non è certo sconosciuta alla storia. Un esempio lo abbiamo nelle popolazioni amerinde e nel modo in cui si relazionavano alle regole, alle pratiche e alle rappresentazioni imposte dai conquistadores: gli indiani d’America «le trasformavano in qualcosa d’altro; le sovvertivano dall’interno – non già respingendole o trasformandole (anche se a volte così accadeva), bensì attraverso mille modi di impiegarle al servizio di regole, costumi e convinzioni estranei alla colonizzazione alla quale non potevano sottrarsi»5. Un simile modus operandi si rinnova ogniqualvolta i comportamenti, che sono ritenuti dalla cultura dominante modi di cavarsela, astuzie o scorciatoie, si rivelano pratiche inventive che provano, a chi sa coglierle, che la folla senza qualità non è obbediente e passiva, ma agisce distaccandosi da quanto è surrettiziamente imposto. Queste riflessioni rinviano, tra l’altro, all’invito della Laudato si’ a riconoscere che l’affermarsi di un diverso paradigma culturale non può avvenire se si continua a ritenere la tecnica uno strumento neutro: il cambiamento da operare è nella logica che guida l’azione.

I gesti e le condotte indicati non sono allora solo atti concreti, ma espressione di una presa di distanza e scelta di un modello di vita e di sviluppo diverso. Nelle pratiche così realizzate si riscopre e si esercita una libertà in cui non è in gioco solo la dimensione pragmatica del fare, ma anche quella etica del giusto e quella estetica del bello, come ricordato dallo stesso papa Francesco nell’incontro con i movimenti popolari.
 

«Una coraggiosa rivoluzione culturale»

I due passaggi esaminati – la resilienza che permette all’umanità di agire diversamente e la resistenza nei confronti di pratiche irrispettose dell’essere umano e del pianeta – ci introducono a una terza fase: porre in essere «una coraggiosa rivoluzione culturale» (LS, n. 114). Con questa formula papa Francesco definisce il cambio di passo che è evocato nel corso dell’enciclica, quella conversione ecologica a cui più volte fa riferimento.

Il termine “rivoluzione” è immediatamente associato a una sollevazione popolare, a un moto, sovente violento, che determina la rovinosa caduta di chi è al potere e la sua sostituzione con una nuova realtà politica e istituzionale. Intendere in questi termini la rivoluzione di cui parla l’enciclica ci sembra fuorviante. Il riferimento alla dimensione culturale non può essere considerato un mero dettaglio. Il cambiamento radicale a cui si fa riferimento riguarda la sfera importante e cruciale dell’ethos comune di una società. La rivoluzione qui menzionata può forse essere meglio compresa se si associa il termine al suo significato astronomico: il moto di un corpo celeste. Per secoli, almeno fino alle rivoluzioni della fine del Settecento, la parola “rivoluzione” era infatti riferita al ritorno al punto di partenza6.

Seguendo questa interpretazione la rivoluzione da realizzare consiste nel ritornare a un certo modo di concepire il rapporto tra l’umanità e il pianeta improntato al rispetto e alla custodia, alla cura e alla promozione di quanto è necessario per la sua salvaguardia, anche nel futuro (cfr il capitolo II della LS). Non si tratta perciò di un ritorno al passato – il Papa lo scrive chiaramente quando afferma che «Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne» (LS, n. 115) –, ma di riprendere coscienza che la ricerca del progresso e del benessere dell’umanità non è veramente tale nel momento in cui ignora o calpesta i «ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore» (LS, n. 71). La rivoluzione da compiere è proprio quella di riconoscere di nuovo l’esistenza di questi ritmi e dei relativi limiti e di riprendere a rispettarli in modo sapiente, dato che non si tratta di riproporre soluzioni e ragionamenti del passato, ma di trovare le risposte più adeguate tenendo conto della situazione attuale.
 

La Laudato si’: un documento da vivere

Resilienza, resistenza, rivoluzione: abbiamo visto che questo trittico di parole può essere un modo per riassumere il contenuto della Laudato si’. Ha il pregio di mettere in luce alcuni tratti salienti del testo di papa Francesco, in primis lo sguardo realistico rivolto alle condizioni del pianeta, alle cause delle crisi che stiamo vivendo, al ruolo che è svolto dall’umanità in tutto questo e alle vie che è possibile percorrere per dare una risposta integrale a questi mali che affliggono l’uomo e la terra.

Il riferimento alla resilienza evidenzia, in particolare, la condizione dell’essere umano: ferito perché degradato nella sua dignità ma non sconfitto, irretito in una logica che avvelena le relazioni tra gli uomini e mina il vivere sociale, ma ancora capace di farsi promotore di una parola e di un’azione che fanno appello a una logica diversa. Una battaglia che va vissuta fino in fondo per poter accedere a una nuova sintesi, che non è solo auspicata ma è anche possibile, dato che la dimensione di autenticità non è certo venuta meno nell’uomo. La via da percorrere indicata è quella della resistenza, qualificata come ostinata perché deve permanere ed essere ferma anche di fronte alla mancanza di risultati evidenti ottenuti in tempi brevi. Una resistenza che si sostanzia di azioni semplici, che rivelano però criteri di scelta, discernimento e giudizio che fanno capo a una visione in cui il profitto non prende il posto della persona, la realizzazione del bene del singolo non va a detrimento della solidarietà, l’attenzione al tutto si accompagna a quella verso le singole parti, ritrovando un equilibrio andato smarrito e realizzando così una vera e profonda rivoluzione culturale.

L’articolazione dei tre passaggi che abbiamo individuato mostra che la Laudato si’ ha un’ambizione ben precisa e alta: non è tanto un documento da leggere, ma un itinerario da vivere in vista di impegni da assumere e comportamenti da attuare tenendo conto delle molteplici crisi odierne7. È scritto chiaramente fin dall’inizio: «L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (LS, n. 19). Il testo, perciò, interpella direttamente la coscienza e la responsabilità sia del singolo sia delle comunità. Contro la tentazione di rinunciare a impegnarsi o ad agire in modo diverso, ritenendo ininfluente il proprio contributo per cambiare la realtà, l’enciclica sottolinea il rilievo rivestito dal portare avanti il proprio impegno per la cura della casa comune ai vari livelli e contesti: non uniformarsi a pratiche inique e generalizzate non è un dato irrilevante, ma è l’espressione di una presa di posizione in cui i singoli e le comunità si rifiutano di concorrere al perpetrarsi di ingiustizie. Trovare nella propria umanità le risorse necessarie per porre un atto di resistenza rispetto alle logiche inique diviene allora una forma di rivoluzione culturale e si traduce nel vivere, in modo consapevole e fino in fondo, la propria dignità di essere umano.


NOTE


1. Cfr Costa G. – Foglizzo P., «Evangelii gaudium: un “motore” per la Laudato si’ (II)», in Aggiornamenti Sociali, 3 (2016) 248-250.

2. Sull’impiego del concetto di resilienza in ambiti diversi da quelli dell’ecologia o della psicologia, ad esempio quello della finanza, cfr Dron D., «L’ecologia: un modello per la finanza?», in Aggiornamenti Sociali, 3 (2016) 209-220.

3. Papa Francesco, Discorso ai movimenti popolari, 28 ottobre 2014, in <www.vatican.va>. Cfr Czerny M. – Foglizzo P., «La forza degli esclusi. L’incontro mondiale dei movimenti popolari in Vaticano», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2015) 14-25.

4. L’accostamento tra le riflessioni di papa Francesco e quelle di Michel de Certeau non è una forzatura gratuita, dato che il Papa ha dichiarato la sua predilezione per il pensiero di Certeau (cfr Spadaro A., «Intervista a papa Francesco», in La civiltà cattolica, 3918 [2013] 450), definendolo di recente «il più grande teologo per il mondo di oggi» (Denis J.-P., «Conversation politique avec le Pape», in La vie, 3680 [2016] 10 marzo, 21).

5. Certeau M. de, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001, 66.

6. Cfr Certeau M. de, Lo straniero o l’unione nella differenza, Vita e Pensiero, Milano 2010, 107-110.

7. Una dinamica che ricorda quella presente negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola.


CITAZIONI


Laudato si’, n. 103
La tecnoscienza, ben orientata, è in grado non solo di produrre cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano, a partire dagli oggetti di uso domestico fino ai grandi mezzi di trasporto, ai ponti, agli edifici, agli spazi pubblici. È anche capace di produrre il bello e di far compiere all’essere umano, immerso nel mondo materiale, il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli? Vi sono preziose opere pittoriche e musicali ottenute mediante il ricorso ai nuovi strumenti tecnici. In tal modo, nel desiderio di bellezza dell’artefice e in chi quella bellezza contempla si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana.

Laudato si’, n. 112
È possibile, tuttavia, allargare nuovamente lo sguardo, e la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, e di metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale. La liberazione dal paradigma tecnocratico imperante avviene di fatto in alcune occasioni. Per esempio, quando comunità di piccoli produttori optano per sistemi di produzione meno inquinanti, sostenendo un modello di vita, di felicità e di convivialità non consumistico. O quando la tecnica si orienta prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri, con l’impegno di aiutarli a vivere con più dignità e meno sofferenze. E ancora quando la ricerca creatrice del bello e la sua contemplazione riescono a superare il potere oggettivante in una sorta di salvezza che si realizza nel bello e nella persona che lo contempla. L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa. Sarà una promessa permanente, nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?

Laudato si’, n. 149
Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza. Tuttavia mi preme ribadire che l’amore è più forte. Tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e si superano le barriere dell’egoismo. Questa esperienza di salvezza comunitaria è ciò che spesso suscita reazioni creative per migliorare un edificio o un quartiere.

Laudato si’, n. 205
Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.


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