• L’istruzione difficile
Scheda di: 

L’istruzione difficile

I divari nelle competenze fra Nord e Sud
P.F. Asso – L. Azzolina – E. Pavolini (edd.)
Donzelli, Roma 2015, pp. 390, € 30
Fascicolo: 

La differenziazione territoriale contraddistingue innumerevoli ambiti della realtà italiana: benessere economico, senso civico, rendimento istituzionale, ruolo della famiglia, condizioni occupazionali, infrastrutture, religiosità, comportamenti elettorali, stili di consumo e molto altro ancora. Non sono un fatto nuovo neppure i divari territoriali nei livelli di competenza degli studenti italiani, i quali costituiscono una caratteristica ricorrente delle indagini internazionali volte a eseguire comparazioni delle prestazioni dei sistemi formativi nazionali, a partire dalle rilevazioni promosse dall’International Association for the Evaluation of Educational Achievement (IEA). Nel 1977, a commento dei risultati degli studenti italiani evidenziati nel Six-Subject Survey promosso pochi anni prima dall’IEA, l’autorevole pedagogista Aldo Visalberghi aveva denunciato l’«abbassamento pauroso delle medie via via che si procede dal Nord al Sud del Paese». Differenze analoghe sono state rilevate nelle successive indagini IEA e più recentemente nelle iniziative pluriennali Progress in International Reading Literacy Study (PIRLS), Trends in International Mathematics and Science Study (TIMSS), Programme for International Student Assessment (PISA, promosso dall’OCSE), nonché in ricerche di carattere nazionale.

In Italia le disparità geografiche riferite al sistema dell’istruzione sono state a lungo studiate e dibattute in merito ad alcune questioni centrali (la dispersione scolastica, ad esempio), ma è solo di recente (e con ritardo rispetto ad altri Paesi) che vengono approfondite secondo la prospettiva della qualità dell’istruzione, delle competenze che sono effettivamente trasmesse agli studenti, del capitale umano che si forma nelle organizzazioni scolastiche.

Il volume qui preso in esame espone i risultati di una ricerca promossa dalla Fondazione RES (Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia) e ne costituisce il 6° rapporto annuale. La Fondazione promuove indagini sullo sviluppo regionale e locale, ponendo particolare attenzione sui rapporti tra economia e società in Sicilia e nel Mezzogiorno. La consapevolezza circa la natura strategica che l’istruzione riveste per lo sviluppo economico meridionale (e dunque nazionale) motiva la scelta dell’argomento del volume, che – mediante lo sforzo dei 21 studiosi (sociologi, storici, economisti e statistici) impegnati nella sua redazione e anche di altri collaboratori – si pone l’obiettivo di individuare i fattori che danno conto delle ragguardevoli differenze territoriali nei rendimenti scolastici, di tratteggiare il ruolo delle famiglie e del contesto economico e sociale, di saggiare il peso dell’operato dei dirigenti scolastici e degli insegnanti e, infine, di suggerire possibili linee di intervento. Il lavoro è articolato in due parti: la prima ospita capitoli dedicati a descrivere i caratteri e le cause dei divari territoriali; la seconda rispecchia la volontà di rafforzare la prospettiva comparata del progetto per mezzo dello sviluppo di alcuni studi di caso.

La prima parte si apre (capp. I e II) con una documentazione dei divari territoriali negli apprendimenti in italiano e in matematica degli studenti delle scuole secondarie di I e di II grado e del ruolo svolto dalle scuole e dal contesto locale; in questi capitoli si evidenzia la forte collaborazione offerta al progetto dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). I risultati fanno risaltare una profonda disparità Nord-Sud, a sfavore degli alunni del Meridione in genere e della Sicilia in particolare. Anche il meno noto fenomeno del cheating – le pratiche messe in atto (da studenti ma anche da docenti) per falsare gli esiti delle prove usate per rilevare i livelli di preparazione degli alunni – risulta più diffuso nel Mezzogiorno. L’analisi degli elementi che contribuiscono a spiegare i dislivelli di competenza – divisi in tre categorie: le caratteristiche delle famiglie di origine degli studenti, il contesto socioeconomico in cui operano gli istituti scolastici e il comportamento degli operatori scolastici (e i cosiddetti “fattori di agenzia”) – restituisce diverse conclusioni di rilievo. In primo luogo, la diversa configurazione delle risorse familiari e (soprattutto) dei contesti socioeconomici spiega in misura significativa ma non esauriente le disparità territoriali. In secondo luogo, il Meridione e la Sicilia si caratterizzano (anche al netto delle suddette influenze ambientali) per una maggiore polarizzazione – sia fra istituti scolastici, sia entro le stesse scuole – fra studenti più preparati e meno preparati. In altre parole, al Sud c’è una maggiore probabilità che i comportamenti di docenti e dirigenti scolastici (in termini di basso assenteismo, continuità di sede, rapporti con il territorio, contrasto alla segregazione tra classi e altro ancora) abbiano un impatto negativo sugli apprendimenti.

Il profilo dei dirigenti scolastici (cap. III) evidenzia, in un generale contesto di rinnovamento della categoria professionale, una loro maggiore anzianità e una maggiore mobilità di sede al Sud. Tuttavia, gli orientamenti (autodichiarati) di leadership e di interpretazione del ruolo suggeriscono che il grado di “pro-attività”, che risulta positivamente associato alle prestazioni degli studenti, sia tendenzialmente invariante in termini territoriali. Anche l’esame del profilo motivazionale, esperienziale e professionale degli insegnanti (cap. IV) restituisce un quadro di omogeneità territoriale, sebbene al Sud emergano una maggiore anzianità, una più spiccata propensione alla mobilità di sede e una convinzione circa l’inconsistenza delle differenze territoriali negli apprendimenti degli scolari. I contributi conclusivi della prima parte (capp. V e VI), incentrati sulla spesa per l’istruzione e sull’uso dei fondi europei, ricordano il basso (e decrescente) livello di investimento in Italia in chiave comparata, il ruolo del ricorso al tempo pieno/prolungato e delle dimensioni delle classi nel determinare la spesa per docenti (la principale voce di spesa), la contrazione più marcata della dotazione di personale docente nelle Regioni meridionali, le peggiori condizioni generali degli edifici scolastici al Sud. Quanto all’impiego dei fondi strutturali europei, negli ultimi anni il mondo dell’istruzione appare più capace, rispetto ad altri settori, di fruirne e di farne un uso diffuso attraverso progetti che sembrano aver sortito effetti positivi, anche se l’assenza di valutazioni formalizzate (con l’apprezzabile eccezione della Puglia) rende difficile rilevarne l’autentica efficacia.

La seconda parte del volume (capp. VII-XI) – imperniata, come si è detto, su studi di caso – amplia alcuni spunti emersi dalla prima parte e cerca di cogliere i processi mediante i quali i fattori familiari, contestuali e soprattutto “di agenzia” impattano sui livelli di competenza degli studenti in un insieme di scuole. Si tratta di istituti situati – oltre che, ovviamente, in Sicilia – in Puglia, Toscana e Lombardia; entro ogni Regione sono stati individuati 30 istituti che hanno manifestato nel corso del tempo prestazioni particolarmente alte o basse, al netto delle caratteristiche socioeconomiche degli alunni. Nel complesso sono state effettuate 198 interviste semistrutturate con dirigenti scolastici, insegnanti di italiano e matematica, responsabili per la valutazione e rappresentanti dei genitori. Il materiale raccolto è stato esaminato alla luce di due dimensioni articolate, facenti capo alla criticità del contesto in cui le scuole operano e alla capacità degli istituti stessi di realizzare risultati soddisfacenti. In linea generale, l’analisi sottolinea come l’ambiente socioeconomico tenda a influire sul grado di pro-attività della scuola, che a sua volta influisce sul livello delle prestazioni degli studenti; ne consegue che il modo in teoria più efficace per intervenire sulle competenze dei giovani consisterebbe nel ridurre le disparità socioeconomiche. Esistono comunque alcune “eccezioni” degne di nota. In primo luogo, si riscontrano prestazioni inferiori a quelle attese laddove, per privilegiare materie di indirizzo, è minore il peso curricolare delle competenze di base (quelle usate per individuare le scuole: italiano e matematica). In secondo luogo si registrano prestazioni migliori di quelle attese in alcune scuole, forse dovute all’autoselezione del personale, capace di partorire – anche senza risorse economiche aggiuntive – soluzioni didattiche e organizzative all’altezza delle sfide. In termini più generali, il saper istituire reti di cooperazione fra le diverse categorie di portatori di interesse costituisce un vantaggio nella realizzazione di prestazioni migliori, a testimonianza del rilievo dei fattori “di agenzia”, su cui gli operatori scolastici hanno facoltà di incidere.

Il volume si apre con un’introduzione (di due dei co-curatori) che offre un’efficace sintesi dell’itinerario di ricerca e si chiude con una postfazione (di Alessandro Cavalli) che pone in risalto lo spazio d’azione entro cui le politiche scolastiche possono incidere per ridurre i divari territoriali. Sottolineiamo alcune importanti qualità del lavoro, tra cui la sensibilità e la competenza metodologica, la consapevolezza circa il potenziale e i limiti dei dati usati, il livello di dettaglio delle analisi (sia nella prima parte sia, in particolar modo, nella seconda), la capacità di rendere in linguaggio semplice gli esiti anche di elaborazioni statistiche complesse, l’utile apparato di grafici e tabelle, il sapiente uso di appendici per valorizzare informazioni tecniche, l’individuazione di puntuali azioni per affrontare specifici problemi. Il percorso di ricerca intrapreso è un apprezzabile esempio di uso di un approccio evidence-based per esplorare i processi sottesi al funzionamento di un sistema complesso come quello dell’istruzione e costituisce – al di là della specificità settoriale e del focus sul caso siciliano – un modello per la valutazione delle politiche pubbliche.


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