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Banchetto

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Punto di partenza è un puro dato statistico: considerando i quattro Vangeli, il racconto di Luca è quello che più di tutti narra scene di banchetti. V’è tuttavia un episodio (Luca 14,1-24) nel quale il banchetto non solo è il quadro della narrazione, ma ne è pure il tema, tanto che la conversazione verte proprio su alcuni di questi momenti conviviali. Dopo aver guarito un idropico durante il pranzo a cui è invitato in giorno di sabato (Luca 14,1-6), Gesù pronuncia infatti tre parabole: gli invitati che cercano i primi posti (Luca 14,7-11), la scelta degli invitati (Luca 14,12-14), il grande banchetto (Luca 14,15-24). Il contesto è il cosiddetto “grande viaggio” di Gesù verso Gerusalemme (Luca 9,51-19,44), il cammino verso la Città santa che domina il terzo Vangelo. Il nostro racconto è inserito nella seconda tappa di questo itinerario (Luca 13,22-17,10), caratterizzata dal tema del capovolgimento: gli ultimi saranno i primi (Luca 13,30), chi si esalta sarà umiliato (Luca 14,11), in cielo c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Luca 15,7), ciò che fra gli uomini è esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole (Luca 16,15).

Tutto il racconto è sotto il segno del convivio. Luca infatti è un ellenista e scrive nel contesto greco-romano, dove è fiorita la letteratura simposiaca: già Omero parlava di banchetti fra gli dèi; poi Senofonte, Platone e Luciano hanno scritto opere il cui tema e titolo è il Simposio. Plutarco, nelle sue Questioni conviviali, ricorda che a tavola non si mettono in comune solo i piatti e il vino ma pure la conversazione e gli svaghi, cioè la parola, la discussione, il dialogo. La prassi del simposio greco prevedeva due momenti distinti: il pasto (deîpnon), fatto di cibo solido di vario genere (pane, verdure, olive, formaggi, pesce e raramente carne), cui seguiva il momento del bere insieme (sympósion) vino tagliato con acqua, durante il quale si dava inizio ai discorsi, come ad esempio il lungo discorso su eros-amore di Platone nel suo Simposio. Luca conosce questa tradizione simposiaca, occorre però domandarsi quale significato abbia il banchetto nell’opera del terzo evangelista e che cosa egli intenda annunciare al suo lettore.


La guarigione dell’uomo idropico

Il banchetto inizia con la guarigione di un idropico (Luca 14,2-6). Perché un simile miracolo mentre si è a tavola? Il testo biblico è caratterizzato da una serie di domande poste da Gesù. Non si tratta solo di domande generali (È lecito o no guarire di sabato?, Luca 14,3), ma pure di domande personali: Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato? (Luca 14,5). A tali questioni i farisei non forniscono alcuna risposta. È più importante un uomo o un asino? La risposta è ovvia e mostra che le necessità dell’uomo hanno l’assoluta precedenza sull’osservanza del sabato. Si può però aggiungere qualcosa di più: Gesù ritrova l’autentico significato del sabato. In quel giorno, infatti, Israele si astiene dal lavoro perché celebra la dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio: come Dio si è riposato, così fa anche l’uomo (cfr Esodo 20,8-11); ma nel giorno di sabato Israele celebra pure la libertà, ricordando la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (cfr Deutoronomio 5,12-15). La guarigione è esperienza di salvezza che tocca l’idropico; così il giorno di sabato risponde interamente alle sue caratteristiche: esso celebra la dignità e la libertà. V’è pure una seconda chiave di comprensione: l’uomo idropico fa parte di una categoria di persone interamente escluse dalla vita sociale, a motivo della loro malattia; proprio un uomo così è il destinatario dell’azione salvifica di Gesù. Si comprende allora perché questa guarigione apra il racconto del banchetto: essa è un segno della buona notizia del Regno annunciata da Gesù, la quale consiste nell’accoglienza di coloro che sono ai margini. Essi sperimentano la forza della salvezza operata da Dio per mezzo di Gesù. L’episodio ha la forza di determinare l’interpretazione delle tre parabole che seguono. Inizia così a chiarificarsi il senso del banchetto: esso non è l’occasione per un discorso filosofico – come nella tradizione classica –, bensì uno spazio d’incontro.


Quali posti occupare?

Il silenzio generale dei farisei e dei dottori della Legge offre a Gesù un vantaggio, di cui egli approfitta per narrare la prima parabola (Luca 14,7-11). Il racconto fittizio prende le mosse dall’attenta osservazione del comportamento degli invitati al banchetto che vogliono assicurarsi i primi posti. Anche nella Bibbia ebraica la cosa era conosciuta, al punto che l’autore dei Proverbi così ammonisce: Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: “Sali quassù”, piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante (Proverbi 25,6-7). Tuttavia Gesù non intende offrire una regola di prudenza, di buona educazione o di modestia; tanto meno vuole suggerire una tecnica raffinata ma subdola per essere onorati in pubblico. Al cuore della parabola c’è una preoccupazione teologica riguardante il mistero di Dio che in Gesù non cerca i primi ranghi ma si rivolge a chi è emarginato.

La battuta finale (Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato, Luca 14,11) conferma che il discorso non è sociologico ma teologico; infatti nelle parole di Gesù vi sono due passivi (sarà umiliato e sarà esaltato) che sono da ritenere passivi divini, ossia verbi che hanno Dio come soggetto. Quasi a dire: nella logica del Regno inaugurato da Gesù v’è un vero e proprio capovolgimento delle regole umane; tuttavia questo capovolgimento non può essere solo escatologico (cioè riguardante l’aldilà) ma interessa anche la vita di tutti i giorni, la quale è interpretata secondo la logica di Dio, cioè del Vangelo.


Chi ricambierà l’invito?

Dopo la parabola per gli ospiti, Gesù si rivolge al padrone di casa (Luca 14,12-14) e racconta una seconda parabola. Forse il suo nuovo insegnamento sgorga da qualche considerazione circa gli invitati, probabilmente tutti appartenenti alla stessa cerchia di amici e di parenti. Per mezzo delle sue parole Gesù ribalta una serie di regole sociali ben definite: l’usanza di scambiarsi inviti a tavola fra persone dello stesso ceto era (ed è tutt’ora) molto diffusa. Se era motivo di onore dare l’elemosina ai poveri, non era certo costume invitarli alla propria tavola, in nome di una regola di reciprocità. Anzi, un simile gesto sarebbe stato letto come un’identificazione con il povero e quindi come un atto che avrebbe disonorato sé e la propria famiglia. Gesù invece insiste proprio sul principio di reciprocità, mostrando che, paradossalmente, esso è rispettato, non però dal povero (che certamente non può ricambiare) ma da Dio stesso nell’eternità. Chi accetta questa logica è proclamato beato. Il lettore, prima istruito dalle beatitudini e dai guai (cfr Luca 6,20-26) e ora dalla parabola, comprende che per un ricco v’è un solo modo di essere beato: accogliere i poveri. Il rischio è alto: così facendo si possono offendere la famiglia e gli amici, perdendo addirittura il proprio status sociale e forse pure la propria condizione agiata.


Chi invitare?

Infine v’è la terza parabola, quella del banchetto (Luca 14,15-24).

Il racconto fittizio è altamente drammatico, mettendo in scena una serie di personaggi che prendono la parola e interagiscono fra loro. A creare una forte attesa non è tanto la notizia della grande cena, quanto quella dei molti invitati senza nome che declinano l’invito. Il fatto che tutti siano anonimi appartiene a una strategia comunicativa che spinge all’identificazione: è quasi come se il lettore fosse obbligato a specchiarsi in questi personaggi e a ritrovarsi in uno di loro. L’accumulo delle ragioni presentate come scusa per non partecipare al banchetto fa poi salire la tensione e immaginare una triste conclusione: la festa già organizzata fallirà miseramente. La grande sorpresa narrativa è la decisione dell’uomo, reiterata per ben due volte e che rivela dunque una notevole determinazione, di invitare le persone che nella scala sociale stanno in basso.

Quest’ultima parabola ha una doppia cornice, che suggerisce una duplice interpretazione. La cornice interna è costituita dalle parole di uno dei commensali: Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio! (Luca 14,15), e dalla conclusione che nega agli invitati la partecipazione al banchetto: Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena (Luca 14,24). La parabola, cioè, spingerebbe a interrogarsi su come si accoglie l’invito che Dio rivolge a ciascuno per mezzo di Gesù e mette in guardia dal rischio di lasciar passare la grande occasione della salvezza. Ma v’è una seconda possibile interpretazione, a partire dalla cornice esterna, ossia la parabola degli invitati (Luca 14,12-14) e il successivo discorso di Gesù (Luca 14,25-33). Qui si insiste sul nesso fra coloro che Gesù chiede di invitare (poveri, storpi, zoppi, ciechi: Luca 14,13) e coloro che sono cooptati al banchetto (i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi: Luca 14,21): in questa lettura la parabola diventa il racconto di un uomo che accoglie i poveri alla sua mensa, obbedendo all’insegnamento di Gesù. Le due interpretazioni non sono da contrapporre, ma da integrare: unica condizione per partecipare al banchetto escatologico della salvezza offerto da Gesù è accogliere i poveri. La parabola oppone fortemente due gruppi sociali, fra cui non ci sono contatti, anzi v’è una netta separazione. Il diniego degli invitati causa la radicale e sorprendente decisione dell’uomo: invitare gli emarginati. La parabola non lascia ombre di dubbio sulla logica salvifica del Regno di Dio annunciato da Gesù e obbliga a entrare in un modo nuovo di pensare, per trarre poi le debite conseguenze.

Ancora un’osservazione. Gli invitati non accampano scuse banali, ma portano ragioni del tutto pertinenti. Un campo acquistato da un coltivatore decide il futuro della sua attività; cinque paia di buoi sono per un contadino un investimento costato una fortuna ed egli non può essere superficiale prima di concludere l’acquisto; la scelta di sposarsi comporta una serie di doveri cui non ci si può sottrarre. La cura della proprietà, il lavoro e la famiglia non sono occupazioni straordinarie, né tantomeno lussi. Eppure nella logica radicale del Vangelo queste occupazioni ordinarie e doverose possono rappresentare un rischio, quello di non accogliere il Regno. Si tratta di un avvertimento che inquieta la coscienza ma insieme la tiene desta: le cose normali dell’esistenza, quelle di cui ci si occupa tutti i giorni, possono essere il modo con cui si accoglie il Regno di Dio nella vita, ma possono anche rappresentare un enorme ostacolo che si antepone al Regno stesso. Ancora una volta, è richiesto il discernimento.


Il senso della convivialità per noi

Che cosa rappresenta dunque la convivialità nel Vangelo di Luca? Essa non è semplicemente la cornice ambientale dove si svolge una scena, ma attraverso i dialoghi e le azioni intorno alla tavola l’evangelista tratteggia l’identità di Gesù, il quale accoglie gli inviti a tavola, prende cibo, racconta, guarisce, rimprovera, esorta, rivela il mistero del Regno. Per mezzo della convivialità, uno dei simboli fondamentali di condivisione e di comunione, Luca rivela che Gesù si è seduto a tavola con ogni persona. Il mistero dell’incarnazione non è solo da leggere nei termini dell’assunzione della fragilità della carne, ma anche come assunzione di tutto quello che è dell’uomo, della sua natura e della sua cultura di cui il banchetto è segno. Inoltre, sedendosi alla nostra tavola il santo ci ospita alla sua mensa, entra in comunione con noi, ci offre se stesso, manifesta la sua misericordia, ci salva. Il banchetto diventa così una cifra della salvezza offerta da Dio in Gesù. Non è certamente un caso che Gesù abbia anticipato il senso della sua morte salvifica proprio a tavola, spezzando il pane e condividendo il calice, ordinando ai discepoli di ripetere quel gesto in sua memoria.

Lettori e destinatari del testo lucano, anche noi ci troviamo oggi sollecitati a chiederci quale sia il senso della convivialità nella nostra società alla luce del modo di viverla di Gesù, quali siano le persone ai margini da invitare alla nostra tavola per condividere non solo il cibo ma anche le storie, intessute di speranze e fatiche, di gioie e sofferenze. Da questa convivialità del Signore con noi nascono relazioni nuove. Chi è stato raggiunto dalla grazia della salvezza ha un altro sguardo sulla realtà, ha un altro modo di sedersi alla tavola del mondo, ha un’altra considerazione delle persone, da lui ritenute fratelli.



I banchetti nel Vangelo secondo Luca

Il primo banchetto si svolge in casa di Levi il pubblicano (5,27-39), il secondo in quella di Simone il fariseo (7,36-50); v’è poi la moltiplicazione di cinque pani e due pesci (9,12-17). Anche nelle parabole si evoca l’immagine del convivio: è la grande festa imbandita dal padre che accoglie il figlio prodigo e invita pure il figlio maggiore, ricolmo d’ira (15,23-24.29); sono i lauti banchetti del ricco che festeggia ogni giorno, senza mai considerare il povero Lazzaro che giace alla sua porta (16,19-21). Alla vigilia della sua passione Gesù si siede a tavola coi suoi (22,7-38), ma pure dopo la sua risurrezione condivide la mensa, a Emmaus (24,13-35) e durante l’apparizione agli undici (24,36-43).


Luca 14,1-6

1Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. 3Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». 4Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». 6E non potevano rispondere nulla a queste parole.


Luca 14,7-11

7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».


Luca 14,12-14

12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Luca 14,15-24

15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».



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