Cinque anni di guerra civile in Siria: per comprendere lo scontro interno all'Islam

14/03/2016
La guerra civile in Siria, come tutte le guerre dell'epoca contemporanea, non ha naturalmente un giorno "ufficiale" di inizio. C'è però una data convenzionalmente accettata dalla maggior parte di studiosi e osservatori: il 15 marzo 2011 a Daraa, nel sud del Paese, la polizia arresta un gruppo di studenti, tra cui alcuni bambini, “rei” di avere intonato canti contro il presidente Bashar al Assad e di avere disegnato alcuni graffiti anti-governativi; genitori e amici scendono in piazza, la polizia spara sulla folla e sul terreno restano almeno 6 vittime. È l'inizio di una rivolta popolare contro il dittatore allargatasi presto ad altre città, rivolta che covava da tempo e che solo negli anni successivi ha visto emergere un soggetto, lo Stato islamico, protagonista di violenze persino peggiori di quelle perpetrate per decenni dal regime di Damasco. 
A cinque anni dallo scoppio della guerra in Siria non si scorgono ancora soluzioni a breve termine al conflitto, ma è sempre più chiaro il ruolo cruciale che hanno le contrapposizioni religiose interne all’islam. Qual è la situazione attuale in Siria? Chi sono i diversi attori coinvolti? Quali sono le correnti interne all’islam e come le loro differenze condizionano i rapporti internazionali? Sono domande a cui - nel numero di marzo di Aggiornamenti Sociali - cerca di rispondere Jaume Flaquer, gesuita, dottore in studi islamici e responsabile dell'area teologica di Cristianisme i justicia, centro studi e rivista dei gesuiti della Catalogna. Pubblichiamo di seguito un paragrafo dell'articolo.


Il dibattito musulmano sulla legge islamica

Numerosi gruppi terroristici agiscono in nome dell’islam. Questa constatazione ci obbliga a considerare la dimensione religiosa: non si può trovare una risposta alla violenza attuale che prescinda da una sua rilettura critica. 

Il problema principale ruota intorno alla legge islamica medievale e alla sua applicazione nelle odierne società globalizzate, sempre più plurali e interconnesse. La questione ha aspetti politici, giuridici e sociali, oltre che economici, ma solo una risposta che tenga in conto la dimensione religiosa potrà trovare una pacifica accoglienza da parte della maggioranza della comunità islamica. Considerata l’importanza della componente religiosa nei Paesi islamici, è necessaria una lettura credente della propria tradizione (e non solo agnostica o critica) per assumere una modernità che non sia ridotta alla sola costruzione di grattacieli o all’uso della tecnologia di punta, come avviene ad esempio nei Paesi del Golfo. 

Il dibattito è in gran parte intra-islamico. Le primavere arabe - peraltro poi fallite - sono iniziate quando le società arabe hanno smesso di attribuire tutte le responsabilità della loro condizione al sottosviluppo coloniale e all’interferenza degli Stati Uniti. Non potendo negare la propria parte di responsabilità, il mondo arabo si è chiesto: la situazione in cui ci troviamo dipende da noi? I responsabili principali sono i nostri leader? Nei regimi dittatoriali la società civile spesso attribuisce ad altri la responsabilità per i propri limiti e difficoltà. L’islam potrà dare l’avvio a una propria riforma solo se riconoscerà di avere un problema da affrontare. 

Per questo le dichiarazioni con cui i leader musulmani condannano gli attacchi terroristici e proclamano che «l’islam è pace», pur essendo sincere, suonano vaghe agli orecchi di chi non è musulmano. Limitarsi ad affermare che «lo Stato islamico o al-Qaida non sono l’islam» non è nemmeno un primo passo verso una soluzione. È necessario smontare l’ideologia del jihadismo prendendo le mosse non solo da una rilettura della tradizione musulmana, ma da una visione critica di essa. Bisogna tornare a studiare le vere origini dell’islam, la storia della composizione del Corano e della redazione dei detti (Hadíth) del profeta Maometto. Demitologizzazione delle origini e rilettura sono due compiti ineludibili.

Il problema della legge islamica non è solo politico o sociologico, ma essenzialmente teologico-giuridico: se Maometto ricevette la rivelazione ultima della legge da Dio, che autorità ha l’uomo per abrogarne alcune prescrizioni (per quanto barbariche possano sembrare oggi), per sospenderne l’applicazione o addirittura per creare un nuovo corpus giuridico adeguato alla complessità di uno Stato moderno? Per l’islam, Dio sceglie di guidare l’umanità in ogni epoca rivelando una guida e un orientamento in forma di legge divina. Rivelò a Mosè una legge per gli ebrei nella Torah abrogandola con la legge cristiana dell’amore, a cui tutto il popolo avrebbe dovuto aderire. In seguito, nel VII secolo, Dio rivelò a Maometto una legge, la sharia, che ha abrogato la legge cristiana. Di conseguenza, ogni cristiano avrebbe dovuto convertirsi all’islam. Tuttavia, data l’importanza di Mosè e di Gesù, la comunità islamica fu tollerante verso i cristiani e gli ebrei che rifiutavano di convertirsi, imponendo però il versamento di un’imposta (cfr Antoine Courban, «Essere cristiani in Medio Oriente», gennaio 2016). 

Questa dottrina tradizionale è rimessa in discussione quando il mondo entra nella modernità e appaiono nuove esigenze giuridiche dettate dalla complessità degli Stati. Dimenticare la sharia non significa riconoscere implicitamente che Maometto non era l’ultimo profeta della legge? Questo è l’argomento utilizzato dai fondamentalisti.


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14 marzo 2016

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