Evangelii gaudium: un “motore” per la Laudato si’ (II)

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Il contributo pubblicato nel numero scorso[1], dopo aver analizzato la diversa indole dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013, EG) e dell’enciclica Laudato si’ (2015, LS) di papa Francesco, mostrava la fecondità di un approccio sinottico alla loro lettura, in particolare ricorrendo a EG per esplicitare l’orizzonte motivazionale e di fede di LS e l’immagine del rapporto Chiesa-mondo su cui si basa la sua redazione. In queste pagine il lavoro prosegue con l’esame dei principi su cui si basa “l’impianto” di entrambi i documenti: la tesi è che LS metta in atto, nella concretezza del tema di cui si occupa, quello che EG enuncia a livello di metodo. Guardare insieme una elaborazione teorica e una sua attuazione pratica permette di cogliere meglio la profondità e la coerenza di un progetto complessivo. Si potrà poi così cogliere come la “gioia del Vangelo” sia il fondamento e criterio di verifica di questo progetto.


Un soggetto collettivo per un progetto comune

L’ascolto del lamento della terra per l’abuso dei suoi beni da parte degli esseri umani spinge papa Francesco a rivolgere non solo alla Chiesa, ma all’umanità intera un appello a unire le forze in vista di un progetto comune: «La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. [...] L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune» (LS, n. 13). Il primo passo per affrontare la «sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS, n. 139) è dunque per papa Francesco la costruzione di un soggetto collettivo – la famiglia umana unita – che si assuma il compito comune di cercare soluzioni e metterle in atto.

Quella che a una prima lettura potrebbe sembrare una invocazione alla concordia quasi di maniera acquista invece tutto il suo spessore alla luce del n. 220 di EG: nel capitolo dedicato a «Il bene comune e la pace sociale», papa Francesco ricorda come la loro promozione richieda proprio di impegnarsi nello sforzo di costruire un popolo. Per farlo, propone «quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale [...] che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (EG, n. 221): è così che va compreso l’appello a unire la famiglia umana di LS, n. 13. A sua volta, la «cura della casa comune», a cui la LS è dedicata, specifica in che cosa consista il «progetto comune» di EG. I quattro principi – descritti nel paragrafo seguente – sono richiamati in LS perché «la loro applicazione può rappresentare un’autentica via verso la pace all’interno di ciascuna nazione e nel mondo intero» (EG, n. 221), una pace che, con lo sguardo dell’enciclica, arriva ad abbracciare l’intera creazione.

L’analisi del n. 221 di EG consente anche di mettere a fuoco la natura per così dire operativa di questi principi. Si tratta infatti di criteri a cui riferirsi per dare attuazione ai «grandi postulati» della dottrina sociale della Chiesa: dignità della persona umana, bene comune, sussidiarietà e solidarietà[2]. Si tratta di un collegamento alla tradizione che non si limita a una rievocazione retorica e inefficace, ma ne elabora una modalità di declinazione concreta e dinamica per il mondo di oggi. EG non esplicita chiaramente questa relazione, che possiamo invece vedere in azione in LS: nel suo sviluppo essa coniuga la prospettiva della solidarietà con quella della sussidiarietà e articola un orientamento al bene comune (a tutti i livelli, dal locale al globale) presupponendo e valorizzando la dignità di ogni persona e di ogni comunità. È proprio il legame con la dottrina sociale che rende i quattro principi pertinenti a LS: al di là delle occorrenze letterali, essi ne informano l’intera concezione strutturale.
Prima di esaminarli più da vicino, vale la pena ricordare come questi principi, sempre in vista della costruzione di un soggetto collettivo, siano frutto di un lungo percorso di elaborazione cominciato da Jorge Mario Bergoglio ancora prima di essere consacrato arcivescovo di Buenos Aires[3], fino a diventare una proposta rivolta all’intera Argentina in vista delle celebrazioni del bicentenario[4]. Il gesuita argentino Juan Carlos Scannone nota il legame con la teologia del popolo propria del suo Paese[5], ad esempio nel ricorso al concetto di nazione o nell’enfasi sulla dimensione dinamica, processuale e storica (cfr EG, n. 220). In questa impostazione, la sottolineatura delle caratteristiche di un popolo – storia comune, stile di vita o cultura comune e progetto di bene comune – non è un modo per sopprimere pluralismo e differenze, ma per dare evidenza alla volontà di vivere insieme e di agire di conseguenza; il popolo è concepito come «soggetto e attore comunitario di una storia e di una cultura comune, di azione e di passione nella storia»[6]. Questi principi e questo processo cambiano di scala, ma forse anche di portata, quando Francesco li propone alla Chiesa universale (EG) e all’intera umanità (LS).


I quattro principi

Entriamo dunque in un esame più dettagliato dei quattro principi, prestando particolare attenzione al modo in cui LS declina in concreto la proposta di EG.

1. Il tempo è superiore allo spazio: lo scopo
Al primo principio, ripreso in LS, n. 178, sono dedicati i nn. 222-225 di EG. La loro lettura permette di rendersi conto di quale “impresa” LS sia agli occhi di papa Francesco. Poiché l’obiettivo non è occupare spazi, l’enciclica non può essere interpretata come una sintesi dell’ecologia cattolica, come il tentativo di piantare la propria bandiera nel campo “verde” o come l’espressione – peraltro tardiva – di una voce cattolica sui temi ambientali di cui esigere che il dibattito pubblico tenga conto. LS non si colloca in una prospettiva identitaria di occupazione del territorio e presidio dei confini (anche epistemologici e dottrinali).

L’obiettivo, dichiarato in apertura (cfr LS, n. 3) e poi proposto a più riprese e agito come metodo, è invece il dialogo, che, se è autentico, ha una natura di processo aperto, di cui non è possibile predeterminare l’esito. Per questo troviamo il riconoscimento che tanti «hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione» (LS, n. 7; cfr anche n. 14), a prescindere dalla loro collocazione ideologica o confessionale. Al tempo stesso molti altri, più numerosi, anche nella Chiesa (cfr LS, nn. 14, 217), sono insensibili alla questione ecologica. Occorre dunque avviare quelli che l’enciclica indica come «percorsi di dialogo» (n. 163) e una «conversione ecologica» (n. 217): entrambi i termini ne indicano il carattere processuale, ma non il punto di arrivo. A oggi nessuno è in possesso delle soluzioni, sulle quali non vi è consenso e occorre promuovere un serio dibattito. Questo vale anche per la Chiesa, che su molte questioni «non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione» (n. 61). La scommessa è piuttosto che questo investimento sul dialogo faccia procedere anche il progetto di costruire un popolo e unire la famiglia umana.

Un tratto del primo principio permette di cogliere anche la prospettiva con cui papa Francesco guarda al processo avviato dalla LS: «Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati» (EG, n. 223). L’invito è dunque a staccarsi con decisione dall’“immediatismo” che oggi schiaccia anche la politica sui risultati di breve o brevissimo termine, accettando di avere fiducia nelle persone e nel loro impegno e assumendo una prospettiva di libertà interiore di fronte agli inevitabili cambiamenti dei piani, in una strada che può essere complicata e dura.

2. L’unità è superiore al conflitto: lo stile
Al secondo principio, citato nel n. 198 di LS, EG dedica i nn. 226-230. Sarebbe ingenuo irenismo ritenere che basti l’appello al dialogo a eliminare il conflitto. Cruciale diventa il modo con cui lo si attraversa, che definisce anche lo stile con cui realizzare il progetto comune. Rimanere imprigionati dal conflitto equivale a ritardare la ricerca di soluzioni. Intanto i poveri e la terra continuano a subire violenza e a gridare il loro dolore.
Tre verbi utilizzati nel n. 227 di EG ci paiono particolarmente significativi: «sopportare», che alla luce dello spagnolo sufrir va inteso non come subire con uno sforzo di pazienza, ma come accettare di portarne il peso; nel già citato articolo (cfr nota 3), Scannone sottolinea come nella riflessione del card. Bergoglio questo verbo avesse un chiaro riferimento cristologico (cfr ad es. Colossesi 1,20), rimandando anche alle parole di René Girard, secondo cui il Signore supera la violenza soffrendola in prima persona. Il secondo verbo, «risolvere», implica il riconoscimento della dignità umana dell’avversario e del legame originario di solidarietà tra tutte le persone e tutte le creature; questa è la base su cui costruire non una pace negoziata, né un percorso di assorbimento delle differenze in chiave sincretica, che le annullerebbe, ma la loro comunione, in una amicizia sociale capace di conservare in sé «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (EG, n. 228) e di «trasformarle» – il terzo verbo chiave – in energia che genera nuova vita.
 
Attraversare i conflitti con questo stile significa assumere il ruolo di mediatore, che papa Francesco stesso, opponendolo a quello di intermediario, ha offerto come modello ai sindaci italiani: «il pericolo è diventare un sindaco non mediatore, ma intermediario. E qual è la differenza? È che l’intermediario sfrutta le necessità delle parti e prende una parte per sé [...]. Invece mediatore [...] è colui che paga con la sua vita per l’unità del suo popolo, per il benessere del suo popolo, per portare avanti le diverse soluzioni dei bisogni del suo popolo»[7].
Nel testo stesso di LS non mancano esempi in cui questo stile è coerentemente praticato. Pensiamo ad esempio alla scelta di puntare sull’espressione «ecologia integrale», abbandonando sostanzialmente quella di «ecologia umana», già attestata nella dottrina sociale, ma fonte di incomprensione e di polemica con varie componenti del movimento ecologista. In una chiave identitaria poteva avere senso mantenerla, ma con il rischio di rimanere imprigionati in un conflitto. In questa ottica si colloca anche il riconoscimento libero e onesto dei limiti di una certa esegesi del racconto della Genesi: «Anche se è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (n. 67).

In questa linea LS rappresenta anche uno “sblocco” del conflitto secolare tra scienza e fede, come testimonia la ricezione attenta di cui ha goduto nel mondo scientifico, senza precedenti per un documento del Magistero[8]. L’enciclica infatti assume i risultati della ricerca senza alcuna pretesa di giudicarli dall’esterno o di conferire loro una sorta di patente di autorità magisteriale, rispettando fino in fondo il metodo di formazione del consenso in campo scientifico, fondato sul dibattito degli esperti sui risultati conseguiti e pubblicati, anzi difendendolo nei casi in cui la libertà e l’onestà della ricerca rischiano di piegarsi agli interessi di ricchi e potenti. Allo stesso tempo la scienza è sfidata ad abbandonare la pretesa di ritenersi in possesso della chiave unica e ultima di accesso alla realtà, per entrare in dialogo e lasciarsi integrare con altre forme di conoscenza e di sapienza umana, compresa quella religiosa. Ci sembra un buon esempio di che cosa significa non «puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (EG, n. 228) e siamo certi che le energie così liberate dalla dinamica conflittuale saranno a lungo in grado di generare nuova vita. Per molti versi, non siamo ancora capaci nemmeno di immaginare un mondo, una cultura e una politica in cui razionalità scientifica e fede religiosa sono alleate e non avversarie.

3. La realtà è superiore all’idea: il metodo
Il terzo principio (EG, nn. 231-233, ripreso in LS, nn. 110 e 201) presenta molte affinità con il secondo, in quanto punta alla gestione di un conflitto frequente e paralizzante, non tra persone, gruppi o istituzioni, ma tra la concretezza della realtà e il mondo delle idee. Anche in questo caso si tratta di polarità di cui mantenere la tensione, articolandola correttamente. Separare i due poli o invertire il loro ordine di priorità significa condannare le idee alla rilevanza dell’astrazione – l’errore di molti leader, politici e anche religiosi, secondo EG, n. 232 –, ma anche rinunciare al potenziale di attivazione di cui sono portatrici. Infatti, ciò che interpella e mette in moto la creatività in vista dell’azione non è la realtà tout court, ma «la realtà illuminata dal ragionamento» (ivi).

LS è consapevole della necessità di una sana articolazione tra realtà e idee fin dalla sua impostazione strutturale. Secondo il n. 15, infatti, l’assunzione dei migliori frutti della ricerca scientifica sulle questioni ambientali ed ecologiche, a cui è dedicato il primo capitolo, ha come scopo non accumulare informazioni, ma stimolare un profondo coinvolgimento – come abbiamo visto, è un segno di sinergia tra realtà e ragionamento – e fornire «una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue»: senza la realtà, anche spiritualità ed etica si perdono nell’etere delle idee astratte. D’altra parte è altrettanto chiaro che l’accesso alla realtà non può essere una operazione precedente a qualunque idea e dunque ideologicamente neutra: «un “vedere” totalmente asettico, un “vedere” neutro, […] è irrealizzabile. Sempre il vedere è influenzato dallo sguardo. Non esiste un’ermeneutica asettica»[9]. Occorre essere consapevoli che anche guardare la realtà è un’operazione ermeneutica, in modo da riconoscere e se possibile scegliere il proprio angolo visuale.

Come abbiamo visto, LS si autodefinisce un percorso. L’appartenenza di papa Francesco alla Compagnia di Gesù ne rende legittimo l’accostamento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio – anch’essi un percorso – e alla pedagogia che li sostiene. In questa impostazione l’esperienza diventa realmente un patrimonio di cui la persona si appropria solo dopo un ritorno riflessivo su ciò che si è vissuto in tutta la sua profondità e ricchezza, intellettuale ed emotiva. È questo passaggio riflessivo a mettere insieme realtà e idee, abilitando a una decisione libera e consapevole in vista di un passaggio all’azione, che diventa la base di una successiva esperienza. Va sottolineato come non si tratti di una operazione astrattamente intellettuale, ma che richiede l’esercizio di tutte le facoltà e capacità della persona, favorendo l’integrazione di mente e cuore, di razionalità, emozioni e desideri: «tanto le dimensioni affettive quanto quelle cognitive della persona vengono incluse, poiché se ciò che si sente interiormente non è unito a ciò che si apprende intellettualmente, ciò che si apprende non spingerà all’azione»[10]. Anche questo fa parte del progetto dell’ecologia integrale: infatti – ricorda ancora LS, n. 15 – il primo obiettivo della ricognizione dei dati scientifici del cap. I è «lasciarcene toccare in profondità»; finché questo non accade, a livello esistenziale si resta nel campo dell’astrazione e dell’intellettualismo, con il conseguente rischio di non trovare una motivazione diversa dall’ideologia per passare all’azione e soprattutto di non riuscire a perseverare nel proprio impegno.

4. Il tutto è superiore alla parte: lo sguardo
Nel contesto della spiegazione del quarto principio (EG, nn. 234-237; LS, n. 141) papa Francesco propone il passaggio dal modello della sfera a quello del poliedro. Nel contributo già pubblicato (cfr nota 1) ne abbiamo sottolineato la valenza di rivoluzione copernicana nell’impostazione del rapporto Chiesa-mondo. Ci soffermiamo ora sulla sua efficacia strutturante dell’intero progetto della LS.

È proprio la consapevolezza della superiorità del tutto e al tempo stesso della peculiarità di ciascuna parte, che dal tutto non viene assorbita, a permettere di concentrare l’attenzione su interrelazioni e connessioni, sottolineando a più riprese che «Tutto è in relazione», «tutto è collegato», «tutto è connesso». Il poliedro risulta una buona immagine anche per descrivere la struttura stessa del testo; come ricorda il n. 16, ciascuno dei sei capitoli affronta una tematica specifica con una metodologia altrettanto specifica: le peculiarità di ciascuno, che possono apparire anche come incongruenze, non vanno “appiattite”, ma rispettate nella loro originalità. Ciò che li tiene insieme non è uno sforzo sistematico astratto, ma quelli che lo stesso n. 16 chiama «assi portanti»: in termini architettonici, vanno pensati come tiranti o, meglio, come cerniere.

La contemporanea attenzione al tutto e alle singole parti consente a papa Francesco di indirizzare la LS a tutti (cfr n. 3) e al tempo stesso a ciascuno con le sue peculiarità. Anche il discorso si fa poliedrico, andando a interpellare in modo specifico scienziati e tecnici, attivisti e militanti, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici; a tutti e a ciascuno è rivolto l’invito a mettersi in gioco con tutte le proprie capacità, risorse e competenze intellettuali e professionali, affettive e spirituali.

Uno sguardo poliedrico è capace anche di non trattare tutto e tutti allo stesso modo, ma di riconoscere dove è necessario accordare una priorità o una preferenza, senza farla diventare fonte di esclusione. Evangelicamente (cfr EG, nn. 197-201) questa non può che andare ai più deboli e ai più poveri, tra i quali (n. 2) va annoverata anche la terra, nostra madre e sorella. Proprio come i poveri sono al cuore del n. 236 della EG, così il loro punto di vista rappresenta la prospettiva focale di elezione dell’intera LS. Non solo perché la loro voce è più debole e hanno quindi bisogno di essere aiutati a farsi sentire, ma soprattutto perché non vada perduta la ricchezza dell’apporto che solo loro possono dare. Se manca anche una sola faccia, il poliedro non è completo.

Al rischio di assorbire nel tutto la peculiarità delle parti fa da contraltare quello opposto, di assolutizzare una parzialità perdendo di vista tutte le altre. È dunque ancora il quarto principio a guidare papa Francesco a riconoscere nei tanti riduzionismi in circolazione il principale ostacolo sulla strada dell’ecologia integrale, a partire da quello che sta al cuore del paradigma tecnocratico (cfr ad es. LS, n. 107). Per non cadere in questo duplice rischio è necessario che ciascuna parte assuma deliberatamente la propria parzialità, riconoscendo ancora una volta la superiorità del tutto. La conseguenza è l’apertura di uno spazio reale di dialogo. Proprio su questo fondamento la LS, che al dialogo dedica l’intero cap. V, lo presenta come per «uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS, n. 163). Dal canto suo, EG aveva proposto il dialogo alla Chiesa come componente irrinunciabile dell’evangelizzazione, diffondendosi (EG, nn. 238-259), a indicare come portarlo avanti con gli Stati, con la società, con le culture e le scienze e con i credenti non cattolici. Si tratta di un tema che meriterebbe un approfondimento che qui non è possibile. Ci limitiamo a sottolineare come per papa Francesco l’opzione per il dialogo richiede alla Chiesa di rinunciare a qualsiasi pretesa di occupare una posizione privilegiata, persino rispetto a temi scottanti quali quelli bioetici, come ha affermato il 28 gennaio scorso nel suo Discorso al Comitato nazionale per la bioetica.

Per portare avanti il progetto: la gioia
I quattro principi della EG, che la LS richiama, illuminano in profondità lo scopo, il metodo, lo stile e lo sguardo che animano la costruzione dell’enciclica. Uno sguardo sinottico ai due documenti rintraccia un legame a un livello di sintesi e di profondità ancora maggiore. La gioia, che di EG è il tema, compare a più riprese nella LS. Due occorrenze ci paiono meritare particolare attenzione: la prima nell’introduzione (LS, n. 10), in riferimento a san Francesco, e l’ultima, quasi in chiusura: «Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza» (LS, n. 244). Riteniamo che si tratti di una sorta di inclusione densa di significato.

L’ecologia integrale, o la cura della casa comune – da questo punto di vista possiamo intenderle come sinonimi –, è presentata dall’enciclica come una esperienza umana integrale – quella di cui Francesco di Assisi è modello – e come uno stile di vita proposto a ciascun essere umano e a tutta l’umanità. Nella nostra società pluralista circolano molti altri progetti di vita, a partire da quello della gratificazione consumistica che «è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico» (LS, n. 203). Con quale criterio ne sceglieremo uno anziché un altro e a quali risorse faremo appello per rimanervi fedeli quando inevitabilmente si manifesteranno difficoltà e ostacoli?

Secondo papa Francesco, la gioia è la risposta a questa domanda. Da una parte segnala come «il progresso attuale e il semplice accumulo di oggetti o piaceri non bastano per dare senso e gioia al cuore umano» (LS, n. 209; si noti il profondo parallelo con EG, n. 2), dall’altra ribadisce che la spiritualità cristiana «incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo» (LS, n. 222). La sobrietà non chiude, ma «apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale» (ivi).

È chiaro che la gioia, che insieme al dramma percorre l’intera enciclica (cfr LS, n. 246), non è una euforia spensierata e superficiale, destinata a finire nello stordimento o nella delusione al primo scontro con la realtà. È piuttosto il gusto profondo che lascia ogni esperienza di pienezza umana autentica, che «ci restituisce il senso della nostra dignità, ci conduce ad una maggiore profondità esistenziale, ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo» (LS, n. 212). Una volta provato, questo gusto resta impresso nella profondità della persona, diventando così stimolo a cercare nuove occasioni per sperimentarlo, criterio per valutare la bontà delle proprie scelte e riserva di energie a cui attingere per confermare l’impegno di fronte alle inevitabili difficoltà e sconfitte.

Il credente non faticherà a riconoscere l’affinità tra questa gioia e quella del Vangelo, che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (EG, n. 1). Nei primi numeri LG ripete l’annuncio di questa gioia, il nucleo stesso del kerygma, mentre il resto del testo è dedicato a suggerire alla Chiesa le modalità e lo stile che possano renderlo credibile oggi. È questa in sintesi la missione di evangelizzazione che definisce l’identità della Chiesa: anche di questo Francesco di Assisi è maestro e modello. Quando la Chiesa la porta a termine, aiuta le donne e gli uomini di ogni tempo, compreso il nostro, a non cadere nella grande tentazione che l’umanità si trova di fronte fin dalla sua origine: quella di credere che Dio è nemico della pienezza umana, che Dio non vuole la nostra gioia. Per questo la gioia del Vangelo, radicata nell’evento pasquale di cui porta le stimmate, può diventare il criterio di verità della fede e quello della verifica delle prassi ecclesiali[11].

Con le differenze di linguaggio e di indole che abbiamo evidenziato, nell’enciclica e nell’esortazione scorre la stessa intuizione vitale. Per questo, all’interno della Chiesa non ha senso leggere la LS e la EG una senza l’altra. Della prima la seconda offre ai cristiani la chiave non solo per accedere a una più profonda comprensione di quello che abbiamo voluto chiamare il suo “implicito ecclesiale”, ma anche quella per avviare il motore di un impegno duraturo e fecondo, nella linea di una progressiva conversione ecologica.



NOTE


 
1. Costa G. – Foglizzo P., «Evangelii gaudium: un "motore " per la Laudato si' (I)», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2016) 156-163.

 
2. Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004, n. 160. EG definisce «grandi postulati» quelli che, con una locuzione più abituale, il Compendio chiama «principi permanenti» per evitare la possibile confusione con i quattro principi che l’esortazione stessa propone. In questo modo ne chiarisce anche l’ordinamento gerarchico.

 
3. Cfr Scannone J. C., «Cuatro principios para la construcción de un pueblo según el Papa Francisco», in Stromata, 71 (2015) 13-27.

 
4. Bergoglio J. M., Noi come cittadini noi come popolo. Verso un bicentenario in giustizia e solidarietà 2010-2016, Jaca Book – LEV, Milano – Città del Vaticano 2013 (ed. or. 2011).

 
5. Cfr Scannone J. C., «Papa Francesco e la teologia del popolo», in La Civiltà Cattolica, 3930 (15 marzo 2014) 571-590.

 
6. Scannone J. C., «Cuatro principios [...]», cit., 15.

 
7. Papa Francesco, Discorso all’Associazione Nazionale Comuni Italiani, 5 aprile 2014.

 
8. Cfr Edenhofer O. – Flachsland C., «La cura dei beni comuni secondo la Laudato si’», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2016) 66.

 
9. Papa Francesco, Discorso in occasione dell’incontro con i vescovi responsabili del Consiglio episcopale latinoamericano (C.E.L.A.M.), 28 luglio 2013; cfr anche EG, n. 50.

 
10. La pedagogia ignaziana. Introduzione alla pratica, Centro Ignaziano di Spiritualità, Napoli 1994, n. 42.

 
11. Per un approfondimento delle caratteristiche della gioia del Vangelo e del suo valore di criterio apostolico, cfr Costa G., «La gioia del Vangelo: il segreto di papa Francesco», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2014) 5-11.



CITAZIONI


 
Evangelii gaudium, n. 220
In ogni nazione, gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita configurandosi come cittadini responsabili in seno ad un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti. [...] Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia.

 
Evangelii gaudium, n. 223
Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. [...] Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

 
Evangelii gaudium, n. 226-227
Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà. 227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. «Beati gli operatori di pace» (Matteo 5,9).

 
Evangelii gaudium, n. 232
L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa.

 
Evangelii gaudium, n. 236
Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.

 
Laudato si’, n. 107
Possiamo perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà, umana e sociale, si constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni.

 
Discorso al Comitato nazionale per la bioetica, 28 gennaio 2016
È noto a tutti quanto la Chiesa sia sensibile alle tematiche etiche, ma forse non a tutti è altrettanto chiaro che la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità e dei valori costitutivi della persona e della società. Infatti, proprio questa responsabile maturità civile è il segno che la semina del Vangelo – questa sì, rivelata e affidata alla Chiesa – ha portato frutto, riuscendo a promuovere la ricerca del vero e del bene e del bello nelle complesse questioni umane ed etiche.

 
Laudato si’, n. 222
La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri.


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