Pedro Arrupe a 25 anni dalla morte: un profeta globale

09/02/2016
Il 5 febbraio del 1991 moriva a Roma, dopo una lunga malattia, Pedro Arrupe, Padre Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983. Pubblichiamo - nella traduzione dell'Osservatore Romano - un articolo uscito in occasione dell'anniversario sul quotidiano spagnolo ABC, firmato da Julio Luis Martínez, gesuita, rettore della Pontificia università Comillas di Madrid. 
Sull'eredità umana e spirituale di Pedro Arrupe segnaliamo anche un articolo del nostro archivio, firmato dall'attuale direttore di Aggiornamenti Sociali, Giacomo Costa SJ: «Fede e giustizia»: le intuizioni di Pedro Arrupe 


Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario della morte di padre Pedro Arrupe (1907-1991). Per l’occasione vorrei ricordare alcune sue riflessioni ed esperienze che hanno fatto di lui uno straordinario testimone e profeta dell’incontro tra culture e religioni. I cambiamenti socioculturali degli anni Sessanta servirono da “input” dell’impressionante divenire e delle circostanze vissute da Arrupe. Senza quei componenti difficilmente potremmo capire come un superiore generale appena eletto della Compagnia di Gesù, nel 1965 — l’anno della chiusura del concilio — abbia potuto parlare di cultura dicendo che è «scienza e arte, amore e azione, tecnica e vita politica; è anche adorazione e preghiera, infinita aspirazione religiosa e religione determinata». 

Questa comprensione armoniosa e inclusiva fissa come primo compito di ogni cultura quello di «riunificare l’uomo reintegrando il suo sapere», perché la frammentazione finisce col generare un immenso vuoto spirituale che né il progresso tecnico né il benessere materiale possono colmare. Il Vangelo è dunque cammino solo se s’incarna in una cultura, ed essendo radicalmente culturale, è anche transculturale. 

Tutte queste considerazioni il gesuita bilbaino non le traeva dagli studi, ma erano parte della sua esperienza vitale più profonda. Di fatto, non avrebbe potuto farle senza la sua appassionante avventura esistenziale; soprattutto senza i suoi ventisette anni in Giappone e senza la spiritualità degli esercizi spirituali di un altro grande basco nato a Loyola. 
Arrupe entrò nella Compagnia di Gesù a 19 anni, interrompendo gli studi di medicina che stava seguendo a Madrid. Il fuoco della vocazione lo sentì a Lourdes: «Ho sentito Dio così vicino nei suoi miracoli che mi ha trascinato violentemente dietro di sé». 

La sua formazione fu molto movimentata: lo scioglimento della Compagnia di Gesù nel 1932 in Spagna lo portò prima in Belgio e in Olanda con i gesuiti tedeschi cacciati anch’essi dal loro Paese, e poi negli Stati Uniti, dove concluse gli studi. Tanti spostamenti non furono però vani: imparò varie lingue e soprattutto si aprì a prospettive e a sensibilità diverse, più vaste e più varie di quelle delle sue origini. Il 15 ottobre 1938 sbarcò nella baia di Yokohama, con nell’animo il desiderio di convertire i 98 milioni di abitanti della nazione più colta, materialista e potente dell’Estremo oriente. Si era preparato bene in teologia morale — e ciò ha a che vedere con il suo interesse per la medicina — ma alla fine non arricchì la tradizione dei teologi moralisti della Compagnia. Abbiamo perso un moralista ma abbiamo guadagnato un profeta. 

Per quasi tre decenni il Giappone fu lo scenario della sua attività apostolica e allo stesso tempo una palestra per allenarsi - difficilmente avrebbe potuto trovarne un’altra più appropriata - per la sua futura missione come generale della Compagnia. Visse l’esplosione della bomba atomica a Hiroshima; prima ancora aveva dovuto affrontare la durissima prova di trovarsi in una cultura tanto diversa da quelle conosciute fino ad allora e immergersi in essa fino in fondo, imparando una lingua strana e difficilissima - «dalla mattina alla sera, giapponese e ancora giapponese» -assimilando costumi, e soprattutto una mentalità e una sensibilità, mai immaginati prima e che all’inizio lo lasciarono disorientato.

Fu una grande esperienza di “inculturazione”, ossia d’incarnazione della vita personale e del messaggio cristiano in un’area culturale concreta, di modo che quella esperienza non solo poté esprimersi con gli elementi propri della cultura locale - il che fu molto più di un superficiale adattamento - ma poté divenire anche il principio ispiratore normativo e unificatore per trasformare e ricreare quella cultura, dando così origine a una sorta di “nuova creazione”.
Arrupe sapeva che la chiave era sempre l’«inculturazione personale interiore». Poneva al centro la persona: la persona di Gesù, il Figlio inviato a partire dal dialogo di amore nella comunità di persone che è Dio, per la redenzione di un mondo con tanta diversità e tanta difficoltà. Da qui il suo appello per una «educazione alla giustizia» nelle università e nei collegi gesuiti, che rimase immortalato nella frase «uomini e donne per gli altri». 

La necessità di inculturazione è universale. Non riguarda solo i Paesi cosiddetti di missione. I concetti di “missione”, “terzo mondo”, “oriente-occidente” e così via, sono relativi e dobbiamo quindi trascenderli, considerando tutto il mondo come un’unica famiglia dove tutti i membri sono coinvolti dai vari problemi. Quando a McLuhan ancora non era venuta in mente l’espressione «villaggio globale», Arrupe parlava già di “caserío planetario” [borgo planetario] del mondo. La verità è che tutta l’esperienza vissuta e il discernimento dei processi da lui compiuto ne fecero un cittadino del mondo e un’icona della globalizzazione molti anni prima del suo avvento grazie alla rivoluzione delle comunicazioni.

Arrupe guardava al mondo con fiducia, una fiducia che non gli veniva da se stesso ma dal sentirsi parte attiva dello sguardo amorevole e impegnato di Dio che in Gesù si fa “sì” totale all’umanità e alla vita. Non troveremo mai in lui un atteggiamento di fuga di fronte ai problemi del mondo o di lamento paralizzante dinanzi alla dolorosa realtà che conobbe da vicino. Né quella del mondo né quella della Chiesa, che a sua volta lo fece soffrire. Il suo era un atteggiamento di «ottimismo realista, pieno di fiducia nello Spirito», come ha detto padre Kolvenbach; un atteggiamento non di ottimismo ingenuo, come alcuni hanno sostenuto, ma di speranza cristiana che si fonda sulla misericordia divina e ci invia in missione.

Julio Luis Martínez SJ


09/02/2016

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