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Il vangelo della creazione

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Nell’enciclica Laudato si’ (LS) papa Francesco dedica l’intero capitolo secondo a quello che egli chiama «il vangelo della creazione», in cui individua «motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili» (n. 64). Fermiamo allora l’attenzione sui racconti contenuti nei primi capitoli della Genesi, a cui rimanda esplicitamente l’enciclica (cfr, in particolare, i nn. 65-67), la cui lettura attenta fa emergere ciò che, secondo la Bibbia, è a fondamento dell’impegno per la salvaguardia del creato e per la promozione di un mondo più giusto e fraterno.

Una precisazione: i racconti di creazione intendono descrivere ciò che è costitutivo della condizione umana. Essi offrono un’interpretazione teologica della storia, cercano, cioè, di gettare luce sull’attuale situazione del mondo e dell’umanità a partire dal “fondamento”, da ciò che è alla base della realtà. La loro finalità non è di spiegare “come” il mondo si sia formato né “come” sia apparso l’uomo, ma di far emergere il “senso” che fonda il nostro mondo e la nostra storia. In questa prospettiva si comprende anche il fatto che vi siano due racconti, tra loro diversi, e non un’unica narrazione: non si tratta di scegliere l’uno a scapito dell’altro, ma di riconoscerne la complementarità e leggere l’uno tenendo conto dell’altro.
 

I racconti della creazione in Genesi

Prendiamo in considerazione il racconto di creazione presente in Genesi 1. Notiamo, innanzitutto, che in esso ricorre dieci volte l’espressione: Dio disse (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29). Poiché il dieci indica completezza, ne risulta che tutto ciò che esiste è stato chiamato all’esistenza da Dio. Ogni realtà ha la sua origine nella Parola che Dio pronuncia e, conseguentemente, accede alla vita solo rispondendo all’appello che le viene rivolto. Il dinamismo di vita messo in moto da Dio è accompagnato dalla ripetizione della frase: E Dio vide che era cosa buona (vv. 4.10.12.18.21.25). Stando all’ebraico, si può anche tradurre: E Dio vide che era cosa bella. Questa espressione è tipica della lode, dà voce allo stupore di fronte a qualcosa di straordinario, che fa nascere spontanea l’esclamazione: «Che bello!». È come se l’autore del testo invitasse il lettore a riconoscere la grandezza del creato e a celebrare con animo riconoscente l’opera di Dio, che trova il suo vertice nella creazione dell’essere umano (Adam). Dopo di essa, infatti, ritorna per la settima volta, e con più enfasi, l’espressione di meraviglia: Dio vide che era cosa molto buona (v. 31). È altresì significativo che, proprio a questo punto, ritorni l’espressione Dio disse, ma con l’aggiunta del pronome loro (v. 28), a significare che il maschio e la femmina sono resi interlocutori di Dio.

Fermiamoci sulla comparsa sulla terra dell’essere umano. In Genesi 1,24-31 si dice che Adam viene creato il sesto giorno, lo stesso in cui sono creati gli animali. L’essere umano è a immagine degli animali! Si tratta di una prossimità che comporta il rischio di attribuire all’animale il valore dell’uomo e, soprattutto, di interpretare l’esistenza umana nei termini di una pura vitalità animale. Ora, questa dimensione animale, fatta di impulsi istintuali, se non viene “governata”, spinge a cercare la propria sopravvivenza e a imporre il proprio dominio, usando di tutti e di tutto per il proprio appagamento immediato. Ma Adam non è solo a immagine degli animali, perché è creato a immagine di Dio. Mentre gli animali sono creati secondo la loro specie, Adam è di un solo genere. Ora, l’umanità, che è una, porta al suo interno una differenza costitutiva, la differenza sessuale. Tale differenza, segno del limite di ogni persona, costituisce la base per l’incontro con l’altro, da cui scaturisce la vita. Proprio nella trasmissione della vita trova espressione la somiglianza con Dio. Ma questo non è tutto. Secondo Genesi 1,26-28 essere a immagine di Dio consiste nell’esercitare il dominio sugli animali, cioè nel governare come un pastore il mondo animale. Come Dio esercita la signoria sulle forze del caos attraverso la sua parola, facendo emergere un mondo ordinato senza violenza, così l’essere umano è chiamato a esercitare con mitezza la sua signoria sugli animali. Ma tale signoria – e qui sta il punto decisivo – deve orientarsi prima di tutto sull’animalità che Adam porta dentro di sé. Egli deve imparare a riconoscere questa componente per poterla governare e ordinare attraverso la parola (cfr Beauchamp P., «Création et fondation de la Loi en Gn 1,1-2,4», in La création dans l’Orient Ancien, Cerf, Paris 1987, 139-182).


Genesi 1,26-31

26 Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. 28 Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». 29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
 

La duplicità dell’essere umano, emersa dall’analisi di Genesi 1, è presente anche nel racconto di creazione contenuto in Genesi 2. Al v. 7 è detto che il Signore Dio plasmò l’essere umano (Adam) con polvere del suolo (Adamah). Adam viene quindi dalla Adamah. Ciò significa che è radicato nel mondo, è strettamente legato alla terra e solidale con il suo destino. In quanto tale, è un essere con dei bisogni (di nutrimento, di protezione, di gratificazione). Il mondo pulsionale si fa sentire dentro di lui come richiesta di appagamento immediato della domanda di cibo, di sicurezza, di piacere. Ma Adam non è riducibile a un insieme di pulsioni istintuali. Ha ricevuto da Dio il soffio vitale, come è detto nella seconda parte del v. 7. L’essere umano viene dalla terra, ma, ancor più radicalmente, viene da Dio. La sua vita è segnata da un dono originario che lo rende un essere di desiderio: si realizza nell’incontro con l’Altro/gli altri. È caratterizzato dalla ricerca di relazioni fatte di mutuo riconoscimento e di mutua accoglienza. La «creazione – afferma papa Francesco nella Laudato si’ – può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale» (LS, n. 76). L’«universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La creazione appartiene all’ordine dell’amore» (n. 77).

La duplicità dell’essere umano rende ragione della sua complessità e del rischio ricorrente che ne insidia la crescita: appiattire il desiderio, che è desiderio di qualcuno con cui entrare in comunicazione, sul bisogno, che è bisogno di qualcosa da usare e assimilare. In questo caso, l’altro è ridotto a oggetto da manipolare a proprio vantaggio. Si capisce allora che umani si diventa. Ciò comporta, in primo luogo, di riconoscere e accettare che, venendo dal suolo, siamo inseriti in un ambiente che ha lasciato tracce profonde nella nostra struttura biologica e psichica, per cui non possiamo affermarci che a partire da ben determinate condizioni e da precisi condizionamenti. In secondo luogo, è necessario divenire consapevoli che, prendendo le mosse da questo “dato”, siamo chiamati a progettare responsabilmente la nostra storia relazionale, a crescere in umanità. La persona entra in questo cammino di umanizzazione quando intende l’appello a superare i suoi istinti di bramosia e impara a guardare il mondo non come una preda, ma come l’ambito in cui crescere secondo relazioni fraterne. Risiede qui il punto centrale dell’antropologia biblica: contestando il falso umanesimo dell’avere, del potere e dell’apparire, essa afferma che esistere equivale a percepire l’appello di Dio che, nel cuore degli appelli dell’umanità sofferente, chiama a uscire da sé, a prendersi cura degli altri e della «casa comune».
 

Dono e comandamento

Cerchiamo di approfondire le considerazioni svolte, tornando al testo di Genesi 2. Dopo aver descritto la creazione di Adam, il racconto prosegue dicendo che Dio lo pone nel giardino di Eden (v. 8), dove vi sono alberi di ogni tipo, buoni da mangiare. Ciò significa che l’essere umano è messo in una condizione potenzialmente favorevole, in cui può disporre di quanto è necessario per la sua esistenza. Più avanti (v. 15) si evidenzia come sia reso responsabile del giardino, perché lo coltivasse e, soprattutto, ne custodisse il senso, vale a dire riconoscere e assumere l’intenzionalità di dono che anima la realtà. Proprio per questo, nel momento stesso in cui gli viene affidato il giardino, riceve il comandamento: Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui ne mangerai, certamente dovrai morire (v. 16). È fondamentale notare che il comando è dato per salvaguardare la vita: non è arbitrario, ma in funzione del dono ricevuto. Con esso Dio non intende certo vietare la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male. È vero il contrario! La sua intenzione è proprio quella di far sì che Adam si renda conto della differenza tra il cammino che conduce alla vita e quello che porta alla morte, affinché scelga il primo e non segua il secondo. Il comandamento, infatti, mette in guardia contro la cupidigia e le sue conseguenze devastanti, contro il desiderio smodato di essere tutto e di avere tutto. Ha di mira la volontà di dominio assoluto nei confronti della realtà e ha la funzione di denunciare ciò che si può definire lo «spirito padronale», quell’orientamento di fondo che spinge a piegare tutto e tutti al proprio interesse. Con il risultato che, all’interno di questa logica, finiscono per essere stravolte sia la percezione di Dio – che non è più visto come Padre che dona la vita, ma come padrone che la soffoca –, sia la percezione dell’altro – che non è più riconosciuto come fratello ma come rivale da eliminare. Ormai è chiaro: l’albero verso cui è comandato di non allungare le mani non è un bene sottratto alla fruizione, rappresenta invece la logica del possesso e del dominio, quale modalità distorta dell’abitare il mondo.

Proprio tale logica (devastante) è più volte denunciata dal Papa, che fin dall’inizio della Laudato si’ invita ad ascoltare la protesta della terra «per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori» (n. 2). In un successivo paragrafo, dopo aver messo in guardia contro gli atteggiamenti «del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali», richiama, in contrapposizione, «la povertà e l’austerità di san Francesco [le quali] non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (n. 11). Il Papa denuncia, ancora una volta, la logica di dominio che inquina la storia, allorché invita a riconsiderare il posto e il ruolo che «Adamo» occupa nel creato: «Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo» (LS, n. 116).


Il «Paradiso»: una realtà donata

Il Paradiso è una possibilità donata, un progetto affidato all’essere umano perché se ne prenda cura, collaborando con Dio: Genesi 1-11 «non può più essere letto soltanto come l’inizio [...] d’una storia che sarebbe poi abortita sul nascere, e che solo la venuta di Cristo potrà risollevare, dopo la rovinosa caduta dell’uomo. Non più, dunque, la nostalgia d’un paradiso perduto, ma la speranza in un futuro di cui le origini sono già inizio e profezia del compimento» (Mazzinghi L., «“In principio Dio creò il cielo e la terra”: il racconto della creazione come profezia», in Parola, Spirito e Vita, n. 41 [2000/1], 11-23, qui 15). Imparare a leggere il mondo come creazione, a recepire il «vangelo della creazione», significa riuscire a entrare nel dinamismo della fede intesa, innanzitutto, come atto di fiducia fondamentale nella (bontà della) vita. Una fede elementare, che nella Scrittura diventa fiducia in e affidamento a una Presenza, che si prende cura di ciascuno, radicata nella coscienza di esistere in forza di un «dono inaugurale» (Ricoeur P., La logica di Gesù, Qiqajon, Magnano [BI] 2009, 147). Questa fiducia si traduce poi in un agire concreto nei contesti dove si vive e si opera. Il male, sotto molteplici forme, attraversa l’esistenza e tende a minare tale fiducia. La gente è sfiduciata, in preda all’angoscia del domani, come lo era Israele in esilio. Proprio allora si formò il racconto di Genesi 1, come appello a confidare in Colui che, secondo san Paolo, «dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Romani 4,17). Anche oggi è necessario «far appello alla creazione per liberare l’uomo dalla paura che lo induce a chiudersi al futuro e che, in modo disperato, lo porta a identificare la sua sopravvivenza biologica con il mistero della vita» (Bovati P., «Significare la vita. Riflessioni sul capitolo primo della Genesi», in Jori A. et al., La responsabilità ecologica, Studium, Roma 1990, 111-136, qui 114).


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