La cura dei beni comuni secondo la Laudato si’

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La tanto attesa enciclica Laudato si’ (LS) di papa Francesco non è riducibile a un “documento sull’ambiente” o “sul clima”, dato che gli argomenti affrontati sono sfide etiche fondamentali del XXI secolo: il cambiamento climatico, la povertà e la disuguaglianza.

Il documento ha acceso un dibattito a livello mondiale e sollevato, nelle settimane successive alla pubblicazione, reazioni alquanto prevedibili: da un lato l’elogio da parte dei movimenti ambientalisti e dall’altro il rifiuto nella stampa liberista e il minaccioso silenzio dei cosiddetti scettici del clima. Di gran lunga più interessanti sono state le reazioni della comunità scientifica. È una prima assoluta che testate scientifiche tra le più prestigiose, quali Nature e Science, abbiano pubblicato, sia prima sia a seguito dell’enciclica, editoriali di totale approvazione1, nei quali si sottolinea anzitutto il desiderio del Papa di aprire un dialogo con la scienza.


Il cambiamento climatico e la Chiesa cattolica

La chiarezza e la determinazione con cui l’enciclica accoglie la sfida etica dei temi già menzionati può essere apprezzata solo se si considera con quale esitazione la Chiesa, in passato, abbia preso in esame tali complesse problematiche. Nessun altro documento papale ha mai affrontato, in modo così sistematico, il cambiamento climatico. Sinora l’argomento è stato trattato per lo più da conferenze episcopali nazionali, che papa Francesco non manca di onorare con ben 18 citazioni nella LS.

Per spiegare le difficoltà della Santa Sede nell’approcciare un tema sicuramente impegnativo si possono ipotizzare tre motivi2. In primo luogo è possibile che la Chiesa non volesse prendere posizione nel dibattito sulle cause del cambiamento climatico, finché non fosse esistito un consenso da parte della scienza. Parti interessate hanno tentato più volte di influenzarla, mettendo in evidenza incertezze e divergenze di opinioni in tale ambito. Finché tali questioni non fossero state chiarite, vi era forse la preoccupazione che una presa di posizione chiara al riguardo potesse danneggiare l’autorità morale della Chiesa.

In secondo luogo, la Santa Sede potrebbe aver temuto il riemergere, in tutta la sua gravità, della drammatica questione della politica demografica. Se è vero che la combustione di carbone, petrolio e gas, così come il disboscamento delle foreste, causano l’aumento della temperatura media planetaria, è innegabile che anche la crescita demografica, accanto a quella economica, sia un driver del cambiamento climatico. Riconoscerlo riaprirebbe una problematica ancora ampiamente irrisolta dalla dottrina sociale della Chiesa.

Infine il motivo forse principale dell’esitazione della Santa Sede nell’affrontare il tema del cambiamento climatico sono gli interessi di potere in gioco. Eppure, come mai nessun altro Pontefice prima, Francesco mette in discussione l’intero sistema economico attuale.

In passato la Chiesa non ha mai messo in dubbio il verificarsi di un cambiamento climatico “naturale”, che colpirebbe soprattutto i poveri, ritenendo che politiche di sviluppo e di sostegno dei più deboli fossero il modo per affrontarlo. Questa posizione fu tenuta dai think tank conservatori d’Oltreoceano, che rivendicavano con insistenza la priorità della lotta alla povertà. Solo in seguito (forse dopo decenni), si sarebbe potuto parlare di mitigazione del cambiamento climatico. Si basarono anche sulle analisi dell’ex attivista ambientale Björn Lomborg3, che, rifacendosi di recente anche all’enciclica, ha sempre cercato di dimostrare che la lotta alla povertà (investimenti nell’assistenza medica, nell’istruzione e nell’accesso all’acqua pulita) meriti la priorità rispetto alla lotta al cambiamento climatico4. Questa posizione permette di rinunciare a una politica del clima per motivi del tutto nobili, senza il rischio di essere accusati di cinismo.

È significativo, tuttavia, che i vescovi del Sud si siano opposti con fermezza a tali argomentazioni. Un notevole cambio di pensiero al riguardo ebbe inizio già con Benedetto XVI. Nel 2007, l’organizzazione cattolica tedesca per la cooperazione allo sviluppo Misereor, unitamente all’Istituto di Potsdam per la Ricerca sull’impatto climatico, all’Istituto di ricerca sociopolitica della Scuola superiore di filosofia di Monaco e alla Fondazione Münchner Rück, iniziò un progetto per analizzare le questioni del cambiamento climatico, della povertà e della disuguaglianza. Il risultato non fu solo un libro, ma anche forum di dialogo in cui discutere gli esiti della ricerca direttamente con le popolazioni locali in Africa, Asia e America Latina5. Misereor organizzò inoltre numerose conferenze con vescovi, ad esempio in Brasile, India, Filippine ed Etiopia, in cui si affrontarono le esperienze dei poveri, legate al cambiamento climatico6 ed emerse che, in molti Paesi, i poveri sembravano aver già raggiunto i limiti di capacità di adattamento a tali trasformazioni. Il cambiamento climatico minaccia di distruggere i progressi già ottenuti nel superamento della povertà. All’interno della Chiesa cattolica era dunque sorta la domanda su chi fosse chiamato a intervenire, e in quale misura, per la mitigazione del cambiamento del clima, e tale domanda richiedeva una risposta.

Risposta data con l’enciclica LS. Il suo linguaggio chiaro rivela che non è stata redatta da qualche ghost-writer del mondo della scienza o della politica, ma dallo stesso Papa. Con parole di una severità inconsueta, egli attacca la negazione del cambiamento climatico in quanto espressione di interessi di potere velati. “Velati”, perché è evidente che non si sta lottando per la verità scientifica, ma si vogliono proteggere interessi particolari (cfr LS, nn. 54, 135, 188)7. Nell’analisi e nella risposta alla questione del clima, non sono gli interessi dei potenti a dover prevalere, bensì l’esigenza di una giustizia globale.

Il testo è articolato sulla base di tre passi: vedere, giudicare e agire. Presentazione dei problemi globali dell’ambiente, così come diagnosticati dalla scienza (cap. I), interpretati alla luce del messaggio biblico (cap.II) e declinati nel contesto più ampio della sensibilità del Papa rispetto alla globalizzazione e all’epoca moderna (cap. III). Il capitolo IV si occupa delle linee di orientamento etico, e i due capitoli successivi illustrano ragioni e principi dell’agire.


I poveri, vittime del cambiamento climatico

Punto di partenza della LS è il riconoscimento scientifico, riassunto nei rapporti dell’IPCC8, che il cambiamento del clima è stato causato dall’uomo, attraverso la combustione di carbone, petrolio e gas, la deforestazione e l’emissione di altri gas serra9. L’enciclica evidenzia l’impatto di tale mutamento sui poveri, sottolineando come questi ne siano colpiti per primi e in modo più violento, perché dipendono in forte misura dall’agricoltura e da altre attività legate all’ecosistema (ad esempio la pesca), e sono, inoltre, i più esposti ai crescenti episodi meteorologici estremi o alla penuria di acqua (LS, n. 25). Altri motivi di preoccupazione per il Papa sono la mancanza di accesso dei poveri all’acqua pulita, la perdita della biodiversità e l’inquinamento atmosferico, nonché i loro effetti dannosi sulla salute. Egli teme che, in futuro, i pericoli derivanti dalle alterazioni ambientali e dal consumo delle risorse possano portare a movimenti migratori o, addirittura, a guerre (LS, n. 57).

Il Papa considera la mitigazione del cambiamento climatico il presupposto per un’effettiva lotta alla povertà, poiché questo, nel medio e lungo termine, minaccia di neutralizzare i risultati ottenuti su questo fronte, nonché di acuire la disuguaglianza globale. L’enciclica non fornisce indicazioni operative concrete per la salvaguardia del clima. La comunità internazionale, tuttavia, si propone di limitare il riscaldamento globale a non più di 2 °C sopra i livelli dell’era preindustriale10. Tale obiettivo ha conseguenze di vasta portata, poiché riduce la quantità di CO² che può essere ancora immessa in atmosfera. Quest’ultima diviene un’area di deposito limitata, usata, ancora una volta, in primo luogo dai Paesi ricchi: al presente, la legge del più forte prevale a scapito dei poveri.


Il conflitto per i beni comuni

Il Papa dichiara il clima e l’atmosfera beni comuni »di tutti e per tutti« (LS, n. 23). Anche gli oceani e altri beni naturali andrebbero considerati global commons ed essere protetti da un adeguato sistema di governance (cfr LS, n. 174). Per la prima volta nella storia della dottrina sociale della Chiesa, il principio della destinazione universale dei beni del creato viene attribuito anche alle riserve mondiali di biossido di carbonio – atmosfera, oceani e foreste –, affermando che vanno salvaguardate da un utilizzo eccessivo per proteggere i più poveri e scongiurare il pericoloso cambiamento climatico.

Secondo l’ultimo rapporto IPCC, per rispettare il limite massimo di riscaldamento dei 2 C° é necessario che le emissioni residue di CO² non superino le 1.000 gigatonnellate (Gt). A titolo esemplificativo, nel 2013, le emissioni annuali di anidride carbonica sono state di 35 Gt, con una tendenza al rialzo. Si stima, inoltre, che nel sottosuolo le risorse fossili ancora disponibili rilascerebbero 15.000 Gt di CO². È necessario, quindi, ridurre le combustioni e il relativo rilascio di biossido di carbonio nell’atmosfera. Per mutare lo stato attuale, privo di una politica internazionale del clima, il rispetto dell’obiettivo dei 2 °C comporta che l’80% del carbone, nonché il 40% rispettivamente di gas e petrolio, rimangano inutilizzati nel sottosuolo. Qualora poi la CO² non possa essere catturata in fase di combustione e stoccata in contesti geologici, la quantità di risorse fossili utilizzabili decresce ulteriormente11. Se, però, gran parte delle risorse fossili deve rimanere nel suolo, le società petrolifere sono danneggiate.


Laudato si’, n. 193

Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti.

La domanda che, a questo punto, si pone è se sia giustificabile o meno una politica del clima che leda i diritti di chi possiede carbone, petrolio e gas12. Se, però, il clima è un bene comune globale, meritevole di protezione, tali diritti andrebbero definiti in modo tale da soddisfare anche la funzione sociale, cioè l’esigenza di servire il bene comune. Con questo giudizio esplicito, LS offre il proprio contributo all’evoluzione del concetto di proprietà privata, nella dottrina sociale cattolica.

La dottrina sociale della Chiesa sottolinea il principio di subordinazione della proprietà privata alla «destinazione universale dei beni» (LS, n. 93)13. In più si precisa che lo sfruttamento delle riserve globali di CO ² giustifica una limitazione del diritto alla proprietà privata (cfr LS, nn. 23, 93-95). In questo modo, è delegittimato l’utilizzo attuale dell’atmosfera secondo la legge del più forte.

Il riconoscimento dell’atmosfera e del clima quali beni comuni potrebbe anche avere conseguenze legali a livello internazionale: nel caso, ad esempio, fossero minacciati, potrebbe derivarne l’obbligo di tutela. Alcune Parti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP) sembravano temere proprio questo: nel V Rapporto di Valutazione dell’IPCC si sono rifiutate di riconoscere il cambiamento climatico come problema riferito a un “bene comune”. In una nota a pie’ pagina si afferma che attribuire il concetto di “bene comune” alla questione del clima non ha alcuna implicazione per un accordo mondiale o per stabilire criteri di ripartizione internazionale degli oneri per la tutela del clima14. In LS, il Papa ha avuto, invece, il coraggio di elevare, nella coscienza collettiva dell’umanità, lo status dell’atmosfera a bene comune globale.


Tutela del clima e lotta alla povertà

L’enciclica lascia aperta la questione su come si possano ridurre le emissioni in atmosfera in ambito istituzionale, e proteggere, in tal modo, i più poveri dal cambiamento climatico. Dal punto di vista economico, il mezzo più efficace per raggiungere tale obiettivo è l’introduzione di un costo sulle emissioni di CO² , tramite imposte o sistemi di commercio di emissioni. La LS richiama, giustamente, l’attenzione al principio economico, secondo cui i prezzi di mercato devono riflettere, in maniera trasparente, tutti i costi sociali (cfr LS, n. 195). Considerando, però, la limitata capacità di deposito nell’atmosfera, è chiaro che al presente questo non avviene. L’introduzione di un costo sulle emissioni di CO² verrebbe, invece, a colmare questa lacuna, segnalando ai mercati i costi derivanti dallo sfruttamento dell’atmosfera e ciò comporterebbe una modifica nelle scelte di investimento e di profitto, a livello sia pubblico sia privato. Questi strumenti, di fatto, traducono la scarsità del bene comune atmosfera nel “duro” linguaggio dei mercati orientati alla massimizzazione del profitto, e impongono loro un’indispensabile cornice etica.

La riduzione della quantità di CO² immessa nell’atmosfera che si otterrebbe in tal modo non salvaguarda soltanto il clima e di conseguenza i più poveri, ma rappresenta al contempo una nuova fonte di reddito, sotto forma di gettito fiscale o di diritti di emissione venduti all’asta. Se l’atmosfera è un bene comune, tali introiti spettano per principio a tutti gli uomini, e la loro distribuzione dovrebbe tenere conto dei principi di giustizia.

Le entrate derivanti dalla tassazione delle emissioni di CO² potrebbero essere utilizzate per consentire ai più poveri l’accesso ai beni fondamentali. Questa riforma fiscale potrebbe essere realizzata dai Governi nazionali in un coordinamento su scala internazionale15. Se, ad esempio, il Governo dell’India riscuotesse dieci dollari per ogni tonnellata di CO² , avrebbe le risorse per approvvigionare più di 60 milioni di persone, ogni anno, di corrente, acqua pulita, servizi sanitari e telecomunicazioni. Stessa cosa per Cina o Messico. L’introduzione di un costo sulle emissioni di CO² può dunque essere un valido strumento nella lotta alla povertà16. Un primo passo in questa direzione sarebbe quello di eliminare i sussidi per i combustibili fossili: si otterrebbero così almeno 550 miliardi di dollari americani per investimenti in favore dei poveri.

Tali provvedimenti realizzerebbero una delle richieste basilari di papa Francesco: combattere al tempo stesso cambiamento climatico e povertà. Nell’enciclica, però, non tutte le forme di tassazione sono considerate prive di rischi e il Papa non ha timore di avventurarsi negli aspetti più complessi dell’economia dell’ambiente.


Alcuni punti discussi dell’enciclica

Papa Francesco rifiuta la «compravendita di “crediti di emissioni”», o quanto meno nutre serie perplessità sull’utilizzo di tale strumento (LS, n. 171), temendo possibili speculazioni che ne annullerebbero l’efficacia. La sua valutazione ha suscitato il dissenso degli specialisti in materia, ma è comunque sorprendente che il Papa si occupi, così nel dettaglio, di questo specifico strumento di politica ambientale. L’enciclica, come quasi tutti gli altri documenti della dottrina sociale della Chiesa, non ha resistito alla tentazione di entrare nel dibattito di misure concrete, ma in tal modo ha generato il sospetto che il Pontefice voglia reclamare un’autorità in questioni scientifiche. Non è questo il caso. Dal punto di vista teologico, è indiscusso che il Papa non reclami alcuna autorità dottrinale quando suggerisce azioni concrete riguardo a quelli che sono giudizi di fatto17. Le sue affermazioni sulla compravendita di crediti di emissioni andrebbero piuttosto intese come un invito, rivolto agli esperti, a dialogare e a prendere sul serio le sue preoccupazioni sull’efficacia di tale strumento o farne a meno, se prive di fondamento.

Anche nella sua critica alla crescita economica, il Papa non potrà contare sul consenso della maggior parte degli economisti (cfr LS, n. 193). L’ultimo rapporto dell’IPCC ha mostrato che, e come, la crescita economica e quella delle emissioni possono essere disaccoppiate grazie al progresso tecnologico. La “decrescita”, come strategia di politica del clima, è un’alternativa piuttosto dispendiosa, della quale soffrirebbero in primo luogo le popolazioni più povere. Altri provvedimenti, quali l’aumento dell’efficienza energetica, l’utilizzo di energie rinnovabili e un cambiamento strutturale verso stili di vita più sobri, sono meno costosi e permettono una crescita più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale18.

In campo politico, l’enciclica vede una possibile soluzione alla crisi globale nell’azione combinata tra cooperazione internazionale, politiche nazionali, impegno locale e la forza di un’emergente società civile eterogenea. Alcuni commentatori si sono chiesti, preoccupati, se nella LS il Papa auspicasse un governo mondiale. È vero che il documento promuove la creazione di un’«autorità politica mondiale» (LS, n. 175); tale concetto, però, si riferisce piuttosto alla necessità di cooperazione e di coordinamento tra Stati nazionali, per poter gestire al meglio le dinamiche della globalizzazione. A questo riguardo, l’enciclica riprende idee del tutto simili a quelle sviluppate da Elinor Ostrom19, che vedeva in un governo policentrico dei beni comuni un percorso promettente, che avrebbe permesso ad attori della società civile di avere un importante ruolo attivo, a fianco delle istituzioni pubbliche. Per papa Francesco, infatti, proprio le iniziative della società civile costituiscono la leva per mettere sotto pressione la politica statale; e non si tratta solo di protesta politica: attraverso il boicottaggio e l’opposizione, consumatori e investitori consapevoli possono e devono esercitare una sana pressione sui mercati (cfr LS, n. 206). L’etica della virtù e le riforme sociali non si escludono a vicenda, ma al contrario si condizionano. La crescita di potere nell’era moderna, resa possibile dalla tecnologia, ha bisogno di una rinnovata coscienza individuale e di nuove forme di responsabilità istituzionale.


La tecnologia e la “fine dell’epoca moderna”

Secondo papa Francesco, le radici della crisi ecologica risiedono nell’ambivalenza della modernità. Nel capitolo III della LS troviamo frequenti rimandi al pensiero di Romano Guardini20, secondo cui l’epoca moderna crea con la tecnologia nuove possibilità di sopraffazione della natura. L’enciclica valuta in modo positivo la tecnologia e le sue potenzialità (LS, n. 102). Tuttavia, secondo Guardini, il problema della modernità consiste nel fatto che l’uomo disconosce queste accresciute possibilità di dominio e la propria responsabilità che ne deriva. Questo rifiuto, spesso tacito, fa sì che la tecnologia non sia organizzata e gestita in maniera consapevole, ma che sia eseguita in modo puramente tecnocratico, guardando solo alla crescita economica e alla redditività: il rischio che si corre è quello di un’irresponsabilità organizzata21.

L’enciclica, al contrario, invita a riflettere sul fatto che tali accresciute opportunità di potere rendono possibili decisioni libere, che necessitano un giudizio etico; ed è in questo senso che andrebbero comprese anche le riflessioni del Papa sulla tecnologia, quando ad esempio chiede il miglioramento dell’efficienza energetica e lo sviluppo di energie rinnovabili (LS, n. 26), o quando esterna preoccupazione sull’energia nucleare (LS, nn. 104 e 184). LS richiama a un rapporto responsabile e a una gestione etica delle possibilità offerte dalla tecnologia, che non deve somigliare a un idolo cui sacrificare le persone, ma aiutare a risolvere le problematiche di cambiamento climatico, povertà e disuguaglianza.

Nella sua analisi della modernità, il Papa guarda anche i grandi racconti biblici della creazione, caduta, redenzione e salvezza, che devono aprire gli occhi ai cristiani: una terra deturpata non è solo espressione di una relazione distorta tra Dio e l’uomo, ma è anche segno di violenza tra gli uomini (LS, n. 70). Le storie bibliche devono ricordare all’uomo che Dio desidera salvare l’umanità, e che questa non è condannata a fallire tragicamente. Per evitare tale fallimento, però, occorre guardare in faccia la realtà e invertire la rotta. LS offre un nuovo sguardo di tipo teologico sulla crisi del pianeta. Lancia dunque una sfida, non solo alla politica, ma soprattutto alle Chiese cristiane, una sfida che tocca i seguenti ambiti.

1. Dare voce ai poveri. Sono già diverse le realtà cristiane, come la Caritas, che contribuiscono nell’affrontare le questioni legate a cambiamento climatico, povertà e disuguaglianza. Esse dovrebbero portare avanti un dialogo sulla politica di sviluppo e del clima direttamente con i poveri e le altri parti interessate e grazie al sostegno di papa Francesco è auspicabile che in futuro possano farlo con maggiore energia. Nelle trattative internazionali dell’ONU sul clima, la presenza della Santa Sede potrebbe essere ancora più considerevole, divenendo quella voce che, all’interno della cerchia dei potenti, si assume il compito di richiamare incessantemente alle esigenze del bene comune, senza le quali il perseguimento di interessi nazionali rischia di degenerare in pura politica di potere.

2. Un’iniziativa globale nelle istituzioni educative della Chiesa. I temi di cambiamento climatico, povertà e disuguaglianza richiedono una formazione interdisciplinare in scienze economiche, sociali e naturali, che sono la base per una riflessione etica e teologica. La Chiesa cattolica dispone di un sistema mondiale di educazione che, oltre alle università, comprende quasi tutti i tipi di scuola. Una tale iniziativa sarebbe un compito straordinario per il lavoro educativo nella Chiesa (LS, nn. 209-215).

3. Ulteriore sviluppo della dottrina sociale della Chiesa. LS ha glissato sulla questione della politica demografica, senza risolverla. Rimane aperto l’interrogativo, su quali siano i metodi di pianificazione familiare consentiti o meno dalla Chiesa. L’evoluzione demografica, inoltre, ha implicazioni, che richiedono certamente una riflessione etica. Un’altra delle questioni nodali sollevate dall’enciclica riguarda la gestione equa della globalizzazione; ma, anche in questo caso, le argomentazioni addotte sono spesso troppo generiche. Si domanda il superamento del capitalismo senza tuttavia chiarire che cosa si intenda con questo. Sarebbe più produttivo se la Chiesa esaminasse quali riforme sociali ed economiche potrebbero essere di aiuto a superare, passo dopo passo, le ingiustizie più pressanti; o ancora, se presentasse proposte operative concrete.

4. Revisione delle attività economiche della Chiesa. Nella maggior parte dei Governi nazionali, il problema del clima compete ai ministri dell’Ambiente che, di solito, hanno meno potere dei ministri della Finanza e dell’Economia. Eppure dovrebbero essere questi ultimi a occuparsi della questione del clima: chi ha l’onere di introdurre imposte sulle emissioni di CO ² , di eliminare i sussidi per i combustibili fossili o di effettuare investimenti pubblici nelle infrastrutture, così da ridurre le emissioni e migliorare la situazione dei poveri? La Chiesa si trova in una situazione simile: gli incaricati nelle diocesi hanno meno potere e influenza dei vicari generali e degli amministratori di patrimoni, che decidono le strategie di investimento sui mercati finanziari.

5. Proseguire il dialogo iniziato tra Chiesa e scienza (LS, nn. 199-201). L’enciclica mostra che il dialogo tra religione e scienza non solo può mettere in luce sfide etiche, ma anche indicare la strada per il loro superamento. Dio desidera salvare l’umanità e, se la ragione moderna vuole risolvere i suoi problemi, deve addentrarsi in una piena comprensione della realtà. Solo se la scienza e l’interpretazione del mondo si uniscono, possono sorgere margini di libertà. Diversamente, non c’è alcuna possibilità di giustizia.


Dialogo con partner inusuali

Se finora si è sempre avuta l’impressione che, con la sua dottrina sociale, la Chiesa si limitasse a reagire alle sfide dell’era moderna senza esserne sempre all’altezza, la Laudato si’ lancia ora una sfida al mondo, dialogando con partner del tutto inusuali per la Chiesa: scienziati, attivisti, politici, diplomati e persone direttamente colpite, e se da una parte tributa loro la sua stima, dall’altra li esorta e incoraggia anche a proseguire.

Nelle settimane successive alla sua pubblicazione, per entrambi gli autori di questo articolo è stato impressionante vedere come, scienziati di tutto il mondo, dichiaratisi da sempre atei o agnostici, politici conservatori, del tutto scettici rispetto alla politica del clima, e attivisti che da tempo hanno depennato la Chiesa, parlassero di papa Francesco e del suo testo. E non parlassero solo di lui, ma anche con lui, poiché la preoccupazione per la casa comune è anche la loro preoccupazione.


1 Cfr gli editoriali: «Hope from the Pope», in Nature 522 (391), 25 giugno 2015; «The Pope tackles sustainability», in Science 345 (6203), 19 settembre 2015; e infine, «The beyond-twodegree inferno», in Science 349 (6243), 3 luglio 2015, nel quale Marcia McNutt, direttore di Science, così scrive: «Apprezzo la posizione chiara di papa Francesco sul clima, al momento il più visibile campione nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico» (nostra trad.).

2 Queste posizioni affiorarono con chiarezza nelle conversazioni che Ottmar Edenhofer ebbe, nel 2008, con gli allora rappresentanti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

3 Cfr, ad esempio, W EIGEL G., «The Sky is not Falling», in The Catholic Difference, 31 gennaio 2002 e «The Sixties, Again and Again», in First Things, aprile 2008. Il Consenso di Copenhagen è un progetto volto a sostenere il miglioramento del welfare a livello mondiale, basato sulla teoria dell’economia del benessere.

4 Cfr, ad esempio, L OMBORG B., «What Pope Francis should do to really help the poor», in USA Today, 22 giugno 2015.

5 Cfr E DENHOFER O. – L OTZE -C AMPEN H ET AL . (edd.), Climate Change, Justice and Sustainability. Linking Climate and Development Policy, Springer, 2012.

6 CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) Misereor, Conferenza in Vaticano presso la Casa di Santa Marta, 6-7 marzo 2008 e 2 ottobre 2010; a Bangkok la Conferenza sul cambiamento climatico in Asia con i vescovi asiatici, 19-20 ottobre 2010.

7 Sull’analisi della posizione dei cosiddetti “scettici del clima” cfr. anche O RESKES N. – C ONWAY E., Merchants of Doubt. How a handful of Scientists Obscured the Truth on Issues from Tobacco Smoke to Global Warming, Bloomsbury, New York 2010.

8 L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) è stato istituito nel 1988 dall’Organizzazione meteorologica mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente con il compito di fornire ai Governi una chiara visione scientifica dello stato attuale delle conoscenze sul cambiamento climatico e sulle sue possibili ripercussioni ambientali e socioeconomiche.

9 Cfr <https://ipcc-wg2.gov/AR5>.

10 Come di fatto avvenuto alla COP 21 di Parigi. Cfr anche T INTORI C., in questo numero a p. 8. [N.D.R.]

11 Cfr EDENHOFER O. – FLACHSLAND C. – JAKOB M. – HILAIRE J., «Den Klimawandel stoppen. Es gibt nicht zu wenig, sondern zu viel fossile Ressourcen – sie müssen in der Erde bleiben», in Le Monde diplomatique: Atlas der Globalisierung. Weniger wird mehr, Berlin 2015, 90-93.

12 Cfr E DENHOFER O. – FLACHSLAND C. – LESSMANN K., «Wem gehört die Atmosphäre? Nach dem Klimagipfel in Cancún», in Stimmen der Zeit, 229 (2011) 75-88; JAKOB M., «The Atmosphere as a Global Commons – Challenges for International Cooperation and Governance», in SEMMLER W. – BERNARD L. (edd.), The Handbook on the Macroeconomics of Climate Change, OUP, Oxford 2014, pp. 260-296.

13 Cfr PONTIFICO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE , Compendio della dottrina sociale della Chiesa, nn. 160-208 e 451-487, in <www.vatican.va>.

14 «Nelle scienze sociali [il problema del clima] è indicato come un “problema dei beni comuni globali”. Secondo l’uso di questa espressione nelle scienze sociali, non vi è nessuna specifica implicazione per accordi giuridici o per particolari criteri concernenti gli sforzi da condividere», IPCC, «Summary for Policymaker», in Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Edenhofer O. et al.], Cambridge University Press, Cambridge 2015, 5 (nostra trad.).

15 Riguardo alla sfida e alle possibilità di una tassazione mondiale delle emissioni di CO ², cfr EDENHOFER O. – JAKOB M. ET AL., «Closing the emission price gap», in Global Environmental Change, 31 (2015) 132-143.

16 Cfr JAKOB M. – CHEN C. ET AL., Using carbon pricing revenues to finance infrastructure access. Presentazione alla 21° Conferenza Annuale della European Association of  Environmental and Resource Economists. Manoscritto, 2015, <www.webmeets.com/eaere/2015/m/viewpaper.asp?pid=504>.


17 A differenza dei giudizi di fatto, le norme etiche reclamano un’autorità dottrinale, che tuttavia si applica in modo differenziato, in base al grado di generalità. Non è certo questo l’ambito in cui potersi addentrare nella questione, a livello dogmatico ed ecclesiologico, per capire quale grado di autorità dottrinale vada applicato alle norme etiche (come ad esempio al principio di causalità, in opposizione al duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo) dei documenti della dottrina sociale della Chiesa e in particolare dell’enciclica Laudato si’. Cfr GAILLARDETZ R. R., «The Ecclesiological Foundation of Modern Social Teaching», in HIMES K. R. (ed.), Modern Social Teaching: Commentaries and Interpretations, Georgetown University Press, Washington, DC 2005, p. 89 ss.; cfr anche NELL-BREUNING O. VON, Soziallehre der Kirche, Europaverlag, Vienna 1977, 28-31.

18 JAKOB M. – EDENHOFER O., «Green Growth, Degrowth, and the Commons», in Oxford Review of Economic Policy, 30 (2014) 447-468. [Cfr Mastrojeni G., in questo numero a p. 38, N.d.R.]

19 OSTROM E., «Nested externalities and polycentric institutions: must we wait for global solutions to climate change before taking actions at other scales?», in Economic Theory, 49 (2012) 353-369.

20 Cfr GUARDINI R., La fine dell’epoca moderna, Morcelliana, Brescia 1993.

21 Cfr KAUFMANN F., Der Ruf nach Verantwortung. Risiko und Ethik in einer unüberschaubaren Welt, Herder, Friburgo 1992.



Traduzione ridotta dal tedesco di Annamaria Carati. Titolo originale «Die Sorge um die globalen Gemeinschaftsgüter», in Stimmen der Zeit, 9 (2015) 579-591.


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