• l'era dello sviluppo sostenibile
Scheda di: 

L’era dello sviluppo sostenibile

Jeffrey D. Sachs
Università Bocconi Editore, Milano 2015, pp. 521, € 32
Fascicolo: 
Siamo di fronte a un vero e proprio manuale perché chiunque, anche da neofita, possa affrontare lo studio dello sviluppo sostenibile: un libro che, nonostante le oltre cinquecento pagine, consente al lettore di seguire la trattazione con agilità, quasi fosse accompagnato per mano. Molto è dovuto alla capacità divulgativa di Jeffrey Sachs, economista di fama mondiale, direttore dell’Earth Institute di New York e consigliere dell’attuale segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon (che ha scritto la prefazione), così come del suo predecessore Kofi Annan.

L’A. esordisce ricordando che «questo libro è stato concepito e poi realizzato nell’ambito di un corso di studio on-line aperto al pubblico [su <www.coursera.org>, N.d.R.] e intitolato, come la versione inglese del libro, The Age of Sustainable Development» (p. xiii). La struttura risente quindi dell’impostazione didattica, per cui il volume si compone di 14 capitoli tematici, racchiusi tra il primo, di introduzione generale, e l’ultimo sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2016-2030. Gli argomenti trattati spaziano dall’analisi delle disuguaglianze allo sviluppo economico, dalle sfide ambientali all’inclusione sociale.

Lo sviluppo sostenibile è affrontato da Sachs sia come teoria analitica, sia come cornice normativa o etica: esso «è tanto un modo di considerare il mondo, con particolare attenzione alle interazioni fra cambiamenti economici, sociali e ambientali, quanto un modo per descrivere la nostra aspirazione a una vita dignitosa, coniugando lo sviluppo economico con l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale» (p. XI). Alle tre dimensioni tradizionali dello sviluppo sostenibile – crescita economica inclusiva dal punto di vista sociale e sostenibile dal punto di vista ambientale – l’A. aggiunge un quarto elemento: una buona governance, cioè delle regole di comportamento per le organizzazioni, tanto pubbliche quanto private: «una buona governance oggi non può riferirsi solo ai governi, poiché spesso sono le multinazionali a disporre di maggiore potere» (p. 4). Con grande lucidità, individua allora alcuni principi che rendono buona una governance. Primo fra tutti la responsabilizzazione: «governi e aziende devono essere responsabili delle loro azioni. Le aziende lo sono già in parte di fronte ai mercati, ma lo devono essere anche davanti ai tribunali e dovrebbero esserlo anche rispetto all’opinione pubblica» (pp. 503-504). Poi la trasparenza: «dobbiamo far pressione affinché le nostre potenti istituzioni dicano no alle varie forme di segretezza, tra cui quella istituzionalizzata dai paradisi fiscali, che permettono alle persone di nascondere il loro denaro e le loro attività, anche quando questi hanno un forte impatto negativo sugli obiettivi di porre fine alla povertà e di salvare il pianeta» (p. 504); la partecipazione, cioè la possibilità per tutti i soggetti coinvolti di prendere parte al processo decisionale; il principio chi inquina paga e infine la responsabilità sociale di impresa. Su quest’ultima viene assunta con coraggio una posizione chiara: «è corretto che un’azienda si trasferisca in un Paese povero dove le leggi antinquinamento sono lasse e lo inquini, anche se tecnicamente non sta andando contro la legge? […] A mio parere è assolutamente sbagliato. […] Una buona governance innanzitutto non causa danni. Anche se la legge, per qualunque ragione, permette a un’azienda di scaricare i costi sugli altri, è responsabilità di quest’ultima non farlo, perché essere etici è la prima responsabilità» (p. 505). Infine una buona governance deve impegnarsi chiaramente rispetto allo sviluppo sostenibile, con Governi che abbiano un «senso di appartenenza e di partecipazione universale», ben al di là delle loro piccole circoscrizioni.

A scanso di equivoci, Sachs precisa fin dalle prime pagine che «è un errore credere che i problemi dello sviluppo sostenibile mondiale si possano ridurre a una sola idea oppure a un’unica soluzione» (p. 9), perché esso coinvolge quattro sistemi complessi e le interazioni fra di loro: l’economia mondiale, la società globale, l’ambiente fisico terrestre e i meccanismi di governance. Le domande sollevate sono molteplici, a titolo esemplificativo riportiamo qui solo quelle introduttive, ma ciascun capitolo del libro è animato da interrogativi articolati e tutt’altro che superficiali. «Come si modifica nel tempo un’economia che conta 7,2 miliardi di individui e vale 90 trilioni di dollari di prodotto interno lordo? A cosa è dovuta la crescita economica? Perché continua a esserci povertà? Che cosa accade quando miliardi di persone si trovano di colpo interconnesse attraverso mercati, tecnologia, finanza e reti sociali? Come funziona una società globale caratterizzata da una così profonda disuguaglianza di reddito, ricchezza e potere? C’è possibilità che i diseredati sfuggano al proprio destino? È possibile che i sentimenti umani di fiducia e simpatia superino le divisioni di classe e di potere? E che cosa succede quando l’economia mondiale si trova in rotta di collisione con l’ambiente fisico? C’è un mezzo per cambiare strada, per combinare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale?» (p. 3).

Il volume si rivolge anche ai più scettici: «qualcuno teme che non ci possiamo permettere la strada dello sviluppo sostenibile; che potrebbe sì salvare l’umanità, ma a prezzo di fermare il progresso economico; e perciò, che gli OSS [Obiettivi di sviluppo sostenibile N.d.R.] sono irrealistici, che è impossibile raggiungerli. […] Se siamo svegli e ci applichiamo allo studio e alla progettazione di processi di business sostenibili e di nuove tecnologie, lo sviluppo sostenibile è fattibile e alla nostra portata. In realtà è continuare a fare le cose come le abbiamo sempre fatte che alla fine ci addebiterebbe costi davvero devastanti» (p. 45).

Prendiamo la sfida dei cambiamenti climatici: «è la questione più ardua mai affrontata dalle politiche pubbliche» (p. 396), per molteplici ragioni: è «una crisi globale, in senso assoluto» (ivi); 195 Paesi firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite nel 1992 «hanno punti di vista estremamente diversi» (ivi); è un problema trasversale alle generazioni oltre che ai Paesi. «Le persone che saranno influenzate più profondamente dal cambiamento climatico indotto dall’uomo devono ancora nascere. Non votano, non scrivono sui giornali, non pubblicano indagini né fanno discorsi […]. È sicuramente difficilissimo per un sistema politico, e per chiunque, tener conto degli interessi di generazioni a venire e dar loro adeguata rappresentanza» (p. 397). Inoltre il cambiamento climatico è una crisi «molto veloce rispetto alle epoche geologiche, ma molto lenta rispetto agli eventi quotidiani e al calendario politico» (ivi); poi chiama in causa soluzioni operative estremamente complesse, che riguardano ogni ambito dell’economia e toccano interessi di settori (come quello energetico) dove operano le imprese più potenti del pianeta (cfr p. 398), che esercitano azioni di pressioni affinché nulla o poco cambi. Infine tutta l’economia mondiale si è sviluppata sui combustibili fossili, ma proprio questi sono sul banco degli imputati: dobbiamo «tentare una sorta di trapianto cardiaco, sostituendo all’attuale cuore pulsante dell’energia basata su combustibili fossili un cuore alternativo, basato su energia a basse emissioni di carbonio» (p. 397).

Analizzando nel dettaglio i dati scientifici e le responsabilità umane del riscaldamento globale, l’A. arriva a indicare «la decarbonizzazione profonda dell’economia mondiale» (p. 419), cioè una forte riduzione delle emissioni di anidride carbonica, come la strada maestra per limitare il riscaldamento globale. La decarbonizzazione profonda include tre passi: il primo è «l’efficienza energetica, che si traduce in forte aumento della produzione a parità di input energetico» (p. 420); il secondo è la riduzione delle emissioni nel processo di produzione dell’energia elettrica, il che implica «un drastico incremento dell’elettricità generata da fonti a emissioni zero, come quelle eoliche, solari, geotermiche, idroelettriche e nucleari, riducendo in tal modo la produzione di energia basata su combustibili fossili» (ivi); infine il terzo passo consiste nel sostituire i combustibili con energia elettrica da fonti rinnovabili (ad esempio auto elettriche anziché con motori a combustione interna). L’onestà intellettuale di Sachs emerge quando, in questo contesto, non esita a considerare il ricorrere a impianti nucleari molto controverso per i rischi di trafugamento clandestino di combustibile e scorie al fine di costruire ordigni nucleari, oppure di incidenti con fuoriuscita di radiazioni nucleari, come quello del 2011 a Fukushima, in Giappone (cfr p. 424). Anche nel caso dello sfruttamento di fonti di energia rinnovabili come il vento e il sole, l’A. non ne nasconde le criticità, come ad esempio il fatto che il grosso del loro potenziale si trovi spesso a grande distanza dalle aree più densamente popolate o che si tratti di fonti intermittenti (cfr pp. 427-428). Vengono allora proposti alcuni progetti per generare e distribuire su larga scala l’energia ricavata da fonti rinnovabili (come DESERTEC per collegare Nord Africa, Medio Oriente ed Europa in un’unica rete energetica, o lo sfruttamento dell’enorme potenziale eolico offshore degli Stati Uniti), che «sono alla nostra portata. Ma sono operazioni politicamente molto complesse, richiedono massicci investimenti preventivi e presuppongono ulteriori approfondimenti in termini di ricerca e sviluppo per dare risultati davvero fruibili» (p. 431).

La complessità dei problemi non può ostacolare la ricerca di soluzioni, perché queste esistono: «quello che manca è il tempo per rinviare ancora le azioni» (p. 446). Dopo aver buttato via oltre vent’anni (dopo il Summit di Rio de Janeiro nel 1992), Sachs esprime quasi un atto di fede: «Io credo che ce la possiamo fare, nonostante il cinismo, il buio, la confusione e le politiche inadeguate […]. Il messaggio più importante che voglio dare è che le idee contano. Possono influenzare la politica molto di più di quanto non si aspettino i cinici più incalliti» (p. 508).

Lo scorso settembre nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono stati adottati diciassette Obiettivi di sviluppo sostenibile, che da dicembre 2015 andranno a sostituire quelli del Millennio. Jeffrey Sachs, nel capitolo conclusivo, ne individua dieci, che ritroviamo tra quelli ufficiali. Sebbene lo sviluppo sostenibile sia «un processo, un modo di risolvere i problemi pacificamente e globalmente, ricorrendo alla scienza e alla tecnologia, al know-how e a un’etica globale condivisa che risponda ai nostri bisogni comuni più profondi» (p. 510), darsi degli obiettivi è fondamentale, perché permette di monitorare i progressi compiuti, ma ancor prima per stimolare la mobilitazione. «Il mondo ha bisogno di essere indirizzato per combattere la povertà o per mettere in atto uno sviluppo sostenibile, ma non è facile coordinare con coerenza gli sforzi di tutti per raggiungere una meta comune in un mondo assordante, eterogeneo, diviso, affollato, congestionato, distratto e spesso sopraffatto. Porsi degli obiettivi aiuta i singoli, le organizzazioni e i governi di tutto il mondo a guardare in una direzione» (p. 491).

Agire urgentemente per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto è uno degli OSS e ancora recentemente autorevoli organizzazioni internazionali – come la Banca mondiale, l’Organizzazione meteorologica mondiale, l’OCSE – hanno messo in guardia dagli effetti sulla sostenibilità sociale ed economica che potrà avere il rimandare ancora una volta la riduzione delle emissioni climalteranti. La Conferenza di Parigi (COP21), in corso dal 30 novembre all’11 dicembre, può essere l’occasione per raggiungere un accordo serio e vincolante, all’interno della cornice dello sviluppo sostenibile.


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