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Perseveranza

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Perseveranza non gode oggi di grande popolarità come parola e, probabilmente, è ancor meno praticata. Secondo il dizionario Treccani consiste nella «Costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai propri propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta. […] In particolare, nella teologia morale cattolica, virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dalla stanchezza e dallo sconforto».

Si presenta quindi la perseveranza come una virtù caratterizzata dalle componenti di costanza e fermezza. Perseverare per raggiungere un obiettivo significa allora mettere in campo la propria energia interiore, senza lasciarsi sconfiggere o fuorviare da difficoltà, opposizioni o parziali sconfitte. Perseverare è agire in modo sapiente: non si assolutizza il fine perseguito prescindendo dalla situazione concreta, ma non si è neanche proni ad arrendersi all’avvisaglia delle prime difficoltà.

Gli interrogativi che sorgono a proposito della perseveranza sono diversi: perché restare fedeli alle decisioni prese, a livello sia individuale sia collettivo, in una società liquida che premia la flessibilità? Perché perseverare nel fare il bene quando non è riconosciuto o diventa addirittura motivo di persecuzione? Per rispondere a questi interrogativi i testi biblici possono venirci in soccorso dischiudendoci una comprensione rinnovata della perseveranza e del modo di vivere questa virtù, in una prospettiva che coinvolga una profonda e personale relazione con il Signore, anche al limite della stessa ortodossia religiosa.


La perseveranza nel Nuovo Testamento

Il vocabolo greco che nel Nuovo Testamento viene tradotto con perseveranza, o talvolta con pazienza, costanza o fermezza, è upomonè, composto da upo, preposizione che si traduce generalmente con sotto, in senso sia locale che metaforico, e meno, verbo che significa stare, dimorare, abitare. Il verbo greco upomeno (da cui il vocabolo upomonè) ha anch’esso connotazione sia di modalità di resistere, di perseverare nella fede nelle vicende del mondo, sia di attendere con desiderio e fiducia la venuta di Cristo mantenendo la fede. Potremmo tradurre upomonè in maniera letterale come il sotto-stare e più esistenziale come lo star-ci, nel senso di rimanere, stare, imparare ad abitare e vivere le situazioni che la vita e le sue vicende presentano.

Già questo semplice sguardo al significato del vocabolo ci dà un’indicazione preziosa del suo utilizzo nei testi biblici in cui compare. A parte un paio di occorrenze nel Vangelo di Luca, upomonè compare solo nelle lettere di Paolo e nell’Apocalisse, per un totale di 32 volte.

Paolo utilizza il termine come costanza e fermezza nel portare avanti la scelta della vita nuova in Cristo, sia da parte di colui che annuncia il Vangelo, sia soprattutto come risposta di vita del fedele che accoglie e vuole vivere quanto la predicazione dell’apostolo gli ha fatto comprendere. Si tratta quindi di uno stile di vita che sa tenere ferma la scelta fatta anche a costo di difficoltà e contrarietà, sapendo che questa costanza, fermezza e pazienza producono in ultima analisi la speranza. E la speranza non delude, dice ancora Paolo (cfr Romani 5,3-5). Per l’Apostolo il fondamento della perseveranza è l’amore di Dio versato nei nostri cuori attraverso il dono dello Spirito, un amore che ci precede e ci rende capaci di vivere il tempo dell’attesa del suo ritorno appunto con perseveranza.


Romani 5,3-5

3 E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza [upomonè], 4 la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Nel testo dell’Apocalisse, upomonè prende maggiormente la sfumatura di fortezza e capacità di resistere nella fede in tempo di difficoltà e persecuzione nell’attesa della manifestazione di Cristo. Spesso infatti l’autore sottolinea la perseveranza legata alla fatica e appunto alla sopportazione di situazioni di grande sofferenza o persecuzione (cfr Apocalisse 2,2-3; 13,10; 14,12).


Apocalisse 2,2-3

2 Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. 3 Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti.

Il contesto storico in cui nasce l’Apocalisse era infatti quello delle prime persecuzioni dei cristiani nell’impero romano. Oggi vorremmo poter leggere questi testi solo in maniera metaforica, parlando di difficoltà interiori che il cristiano deve vivere, ma le vicende storiche che viviamo ci mettono di fronte, invece, a vere e proprie situazioni in cui i credenti in Cristo si trovano a vivere la perseveranza anche a costo della vita.

Quanto veniamo dicendo, però, lascia sempre aperto il campo al come vivere la perseveranza. Come rimanere fedeli a quanto si è intrapreso e procedere in maniera vitale in una relazione con Dio, anche quando si presentano difficoltà, disillusioni e ostacoli che sembrano andare contro la scelta compiuta?


Come perseverare?

Volendo indagare la perseveranza nell’Antico Testamento, è necessario rivolgersi ai testi della letteratura profetica e sapienziale, in particolare i Salmi e Giobbe, in cui si concentra la ricorrenza dei termini perseveranza (in ebraico miqweh, con un’accezione di speranza e fiducia) e perseverare (in ebraico i vari verbi utilizzabili sottolineano sfumature diverse: attendere fiducioso in Dio; attendere impaziente legato allo sperare; attendere persistente e perseverante; attendere paziente).

Proprio il libro di Giobbe può offrirci delle piste interessanti sul come perseverare. Il protagonista è Giobbe: un uomo giusto ingiustamente sottoposto alla prova della sofferenza, propria e delle persone che gli sono care, da parte di Dio e dell’avversario (traduzione letterale del termine ebraico reso con Satana nella versione della CEI). Dal testo – volutamente ambiguo – non è chiaro di chi sia la colpa; l’avversario agisce toccando Giobbe in ciò che ha di più caro e nella sua stessa persona (cfr Giobbe 1-2), ma Dio glielo permette, proprio per saggiare la sua fede, perché non sia solo dovuta al fatto che la sua vita è riuscita in ricchezze, figli e saggezza. Sotto l’egida di questa scommessa, che Giobbe non conosce (ma che il lettore sa fin dall’inizio), inizia una serie di discorsi di Giobbe e dei suoi tre amici, venuti per consolarlo, ma che di fatto diventano suoi avversari, nel tentativo di giustificare ciò che sembra essere un castigo di Dio: «Se stai male è perché hai agito male», gli ripetono continuamente i tre amici. All’ascolto di queste parole, Giobbe si ribella, discute e protesta. In maniera veemente, ora accusando gli amici di essere falsi consolatori, che per giustificare Dio e la classica teoria della retribuzione devono condannare lui, ora prendendo direttamente l’iniziativa per interloquire con il Signore.

In questo suo rivolgersi a Dio nella sofferenza, Giobbe presenta una serie di modalità molto interessanti, perché profondamente umane e che dimostrano come la perseveranza in una relazione con il Signore abbia bisogno di una molteplicità di atteggiamenti anche di fronte a lui. E allora abbiamo il lamento (Giobbe 3), che arriva a desiderare il nulla e la morte piuttosto che la sofferenza: Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? (Giobbe 3,11). In seguito Giobbe interpella direttamente il Signore ingaggiandosi in ciò che viene definito un litigio (rîb), accusandolo di essere un aguzzino che spia per fare il male alla sua vittima (cfr Giobbe 7,17-20), senza lasciargli scampo ma mantenendolo in vita, mentre Giobbe desidera morire. Viene poi l’immagine di Dio che potremmo dire opposta: non ricevendo nessun segno dal cielo, Giobbe accusa Dio di essere assente, di non volerlo guardare, o di trattarlo addirittura come un suo nemico, che mette inciampo a ogni suo passo senza farsi vedere (Giobbe 13,24: Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?).

Alla fine dei dialoghi – che in realtà diventano sempre più un riflettere tra sé e sé a voce alta – Giobbe lancia la sfida finale, proclamandosi innocente e chiamando il Signore a farsi vivo (Giobbe 31). Dio risponde, senza dare in realtà risposte a Giobbe; lo aiuta piuttosto a calarsi in una creazione di cui anche lui è parte, ma non finisce con lui (Giobbe 38-41). Si parla di distacco terapeutico dalla propria sofferenza. Giobbe afferma ora di comprendere, ma che cosa? Sembra rendersi conto che la sua condizione umana di sofferenza fa parte di una vita che comunque chiede di essere affrontata e vissuta. Il testo termina ancora una volta con una sorpresa: il Signore dice ai tre amici che Giobbe ha detto cose rette di lui (Giobbe 42,7). Allora quella protesta, quelle immagini di Dio che nella sua sofferenza Giobbe ha evocato, sono corrette? Sembrerebbe proprio di sì.


Giobbe 42,1-7

1Giobbe prese a dire al Signore: 2«Comprendo che tu puoi tutto / e che nessun progetto per te è impossibile. / 3Chi è colui che, da ignorante, / può oscurare il tuo piano? / Davvero ho esposto cose che non capisco, / cose troppo meravigliose per me, che non comprendo. / 4Ascoltami e io parlerò, / io t’interrogherò e tu mi istruirai! / 5Io ti conoscevo solo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti hanno veduto. / 6Perciò mi ricredo e mi pento / sopra polvere e cenere». / 7Dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe».


La perseveranza come “stare-dentro”

Quanto visto non può che farci guardare alla perseveranza come una modalità di stare-dentro alle situazioni di vita che implicano sofferenza, prova, dolore, senza negarle, senza aver paura di chiamare in causa anche Dio, ma gridando a gran voce il desiderio di uscirne, la volontà positiva di portare avanti un progetto di vita che non si adagi nella rassegnazione, come in una specie di morte anticipata. La perseveranza diventa così, soprattutto da un punto di vista credente, la capacità di saper vivere tutta una serie di vicissitudini, per quanto difficili e dolorose, affidandosi a un Dio che va chiamato in causa.

In situazioni di difficoltà, ci si rende conto che una cosa è parlare di Dio, altra cosa – e ben più essenziale – è parlare con Dio. E questo cammino di protesta con Dio, di ricomprensione della propria vita, non solo è permesso o tollerato, ma è addirittura richiesto per una sana relazione di fede. Giobbe è tutt’altro che il paziente e rassegnato saggio che talvolta viene presentato. In questo senso, la nuova traduzione della CEI del versetto di Giacomo 5,11 che presenta il paziente Giobbe non rende giustizia alla sua figura. Se per paziente si intende colui che ha fiducia che alla fine Dio compirà la sua giustizia, può anche essere corretto; ma sarebbe stato meglio tradurre il greco upomonè con perseverante. In questa maniera si dà la giusta misura della virtù della perseveranza, la quale non rifugge dalla fiducia che Dio farà giustizia perché è Dio, ma, senza confinare l’uomo in una passiva pazienza, gli lascia al contempo la possibilità di vivere questa virtù alla luce delle circostanze. E se le circostanze sono difficili, difficile e duro sarà o potrà essere anche il confronto (e la protesta) con Dio. In questa maniera, nulla di veramente umano viene lasciato perdere. Non Dio o l’uomo, ma Dio e l’uomo sono coinvolti in quella virtù che è la perseveranza.


Una prassi contro la rassegnazione

Costanza e fermezza sono le componenti della perseveranza dicevamo all’inizio. Proprio due regole per il discernimento degli spiriti di sant’Ignazio, assai ben conosciute ma assai meno praticate, recitano che «Nel tempo della desolazione non bisogna mai fare cambiamenti, ma rimanere saldi e costanti nei propositi e nella decisione in cui si era nel giorno precedente a quella desolazione. […] Durante la desolazione non dobbiamo cambiare i propositi precedenti; però giova molto reagire intensamente contro la stessa desolazione» (Esercizi spirituali, nn. 318 e 319). Che tradotto dal linguaggio degli Esercizi spirituali significa chiaramente che in tempi di difficoltà, prova, ecc. la cosa peggiore da fare è rassegnarsi, tornare sulle proprie scelte, mutare (in genere al ribasso) i propri obiettivi in maniera da sopravvivere, mentre invece occorre esercitare la costanza, insieme al reagire intensamente espressione della fermezza. La perseveranza quindi diventa virtù da vivere in maniera ben concreta: essa è il cammino che, anche attraverso la lotta interiore e/o con Dio, porta a scoprire la propria autenticità di progetto di vita. Di fatto ogni cammino spirituale che predichi la rassegnazione non è veramente nell’ottica cristiana. Quanto dice Ignazio per il singolo in desolazione spirituale, ovvero in tempo di difficoltà, sofferenza, ecc., vale anche per la sfera pubblica, e cioè politica e sociale. La perseveranza, lungi dall’essere semplice pazienza o arrendevolezza, diventa la modalità con cui si affrontano le situazioni di crisi, mettendo in comune anche le energie e capacità dei singoli, perché quanto è giusto e veramente umano si possa alfine conseguire per il bene comune.


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