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“La via” dei cristiani di fronte al potere. Omaggio a Silvano Fausti SJ

Fascicolo: 
Silvano Fausti, gesuita della comunità di Villapizzone a Milano, è morto lo scorso 24 giugno. Per decenni ha annunciato e fatto scoprire la Parola di Dio attraverso le sue lectio e i suoi libri. Lo ricordiamo con questo testo, che si ispira al lavoro comune di preparazione degli incontri sugli Atti degli apostoli, tenutisi nella chiesa di San Fedele dal 2013 al 2015. In queste pagine ritroviamo un tema ricorrente nelle meditazioni di Silvano: il rapporto fra potere religioso, economico e politico alla luce delle vicende delle Chiese delle origini.


Nella sua ricostruzione dello sviluppo delle prime comunità cristiane, l’evangelista Luca dedica all’opera missionaria di Paolo gran parte degli Atti degli apostoli. Le fonti – come gli appunti di viaggio lasciati da qualcuno dei compagni dell’Apostolo delle genti – sono a volte rielaborate con intento apologetico, per accreditare il cristianesimo – chiamato “la via” dagli stessi cristiani – agli occhi dei romani e difenderlo dalle accuse di pagani ed ebrei. Infatti se le relazioni interne alle comunità sono descritte in termini di profonda comunione e condivisione, smussando i contrasti che pur non mancarono, quelle con gli esterni sono spesso presentate come conflittuali, arrivando fino alla persecuzione per motivi religiosi, economici o politici. Questi conflitti sono sovente risolti grazie all’intervento dei funzionari dell’impero romano, chiamati ad arbitrare le contese.

Un episodio – la rivolta degli argentieri a Efeso – illustra bene le tensioni tra i cristiani e gli altri abitanti dell’impero romano.


Atti 19,23-27

23 Ora, verso quel tempo, avvenne un tumulto non da poco a proposito della Via. 24 Infatti un tale di nome Demetrio argentiere che faceva tempietti d’argento per Artemide procurava non poco guadagno agli artigiani. 25 Egli, avendo riuniti costoro e anche i lavoratori di cose simili, disse: «Uomini, sapete che da questo lavoro viene il nostro benessere 26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e fuorviato molta folla non solo di Efeso ma di quasi tutta l’Asia dicendo che non sono dèi quelli fatti dalle mani. 27 Ora non solo c’è il pericolo che il nostro settore cada in discredito ma che anche il tempio della grande Artemide non venga considerato niente e sia distrutta la grandezza di colei che tutta l’Asia e il mondo intero adorano».
(Si riporta la traduzione del testo di p. Fausti)


Un mondo “magico”

Paolo si ferma a Efeso più di 2 anni (cfr Atti 19,10; 20,31), dal 51/52 al 54/55 d.C., uno dei periodi di stabilità più ampi della sua vita. A quel tempo la città era la capitale della provincia romana dell’Asia minore, con un porto dai traffici molto fiorenti e più di 200mila abitanti. Vi sorgeva anche il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, che attirava pellegrini da tutta l’Asia, perché alla sua ombra si svolgevano riti magici per ottenere guarigioni o altri benefici.

Anche per opera di Paolo erano avvenute guarigioni, addirittura per semplice contatto con un fazzoletto toccato da lui, per cui l’Apostolo poteva venire confuso con uno dei tanti guaritori in circolazione, ma a differenza dei maghi, che esercitavano le loro pratiche traendone un guadagno, Paolo approfittava della credibilità acquisita per sradicare la magia nella città. Chi aderiva al cristianesimo abbandonava infatti le pratiche magiche, bruciandone i libri, per un valore complessivo di 50mila dracme d’argento: una cifra astronomica, volutamente esagerata per sottolineare la serietà della conversione, decisa anche a scapito dei propri interessi (cfr Atti 19,11-20).

Non tutti, però, erano disponibili a rinunciare al proprio profitto. Visto quanto accadeva, i fabbricanti di amuleti e altri oggetti legati al culto di Artemide e alle pratiche magiche insorsero, capeggiati da Demetrio, preoccupati di veder sparire una religiosità cui dovevano il proprio benessere. In questo caso, quindi, la persecuzione contro i cristiani non nasce per motivi direttamente religiosi, ma economici. O, meglio, la dimensione economica legata al culto ad Artemide è evidentemente colpita dal diverso modo di intendere il rapporto con il divino proprio dei cristiani.

Il cristianesimo nascente, infatti, porta in sé tre aspetti che lo rendono incompatibile con una religiosità magica: la dinamicità, perché si tratta di un percorso a tappe, che prevede un cambiamento, mentre la magia è statica, ripetitiva, sempre uguale a se stessa; la relazione personale, perché la strada non si fa da soli, ma si segue una Persona viva, libera, che precede e indica il cammino, mentre i riti magici fanno riferimento a forze impersonali, non libere ma assoggettate a gesti e parole codificate; la totalità, perché non si può relegare il cristianesimo a un momento circoscritto della propria esistenza, come la magia che si usa in caso di necessità, ma abbraccia tutta la vita in ogni sua dimensione. Di conseguenza non c’è un ambito dell’attività umana che possa restare ai margini de “la via”, configurandosi in modo indipendente dal resto, compresi l’aspetto economico e quello politico: non tutti i modi di procurarsi o amministrare i beni materiali sono compatibili con il cristianesimo così inteso (cfr BENEDETTO XVI, enciclica Caritas in veritate, 2009, nn. 21-25).

Con la predicazione e la testimonianza, Paolo infligge un duro colpo alle pratiche magiche e al sistema economico che le sostiene per alimentarsene. Il motivo della critica è espresso dalle parole stesse dell’avversario, in questo caso Demetrio: la ricerca del proprio benessere, concepito come sicurezza economica e autosufficienza. La magia e una certa concezione dell’economia vengono assimilate dallo scopo con cui le si pratica: a entrambe si chiede di risolvere una volta per tutte i drammi dell’esistenza, mettendoci al riparo dai suoi rischi. “La via”, invece, rifugge dagli automatismi, non ha meccanismi precostituiti noti a pochi potenti iniziati a cui rivolgersi per ottenere le soluzioni: non è tecnica, ma arte, sapienza.

Rifiutarsi di sfruttare la religiosità popolare per garantirsi la prosperità, però, non voleva dire demonizzare quest’ultima, bensì ricondurla al suo giusto rilievo. Il benessere non era considerato un fine in sé da perseguire a ogni costo e per questo sacrificabile in determinate circostanze. Quando, infatti, l’imperatore romano pretese di essere adorato come un dio, i cristiani non rinunciarono alla fede per garantirsi la sicurezza con la conseguenza di essere esclusi dal sistema economico.


Il confronto con la politica

La persecuzione, però, non ha segnato sempre la relazione fra i primi cristiani e il potere politico, anzi, come si vede nella rivolta degli argentieri a Efeso, il cristianesimo si è diffuso anche grazie alla pax romana garantita dai funzionari dell’impero (cfr riquadro). In effetti, la pace e la sicurezza sono condizioni favorevoli all’evangelizzazione e i primi cristiani pregavano per le autorità, affinché potessero condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio (cfr 1Timoteo 2,1-4).


Atti 19,28-41

28 Ora, avendo udito e divenuti pieni d’ira, gridavano dicendo: «Grande l’Artemide degli Efesini!». [...] 32 Tutti gridavano qualcosa di diverso perché l’assemblea era confusa e i più non sapevano per che cosa erano convenuti. 33 Ora dalla folla fecero intervenire Alessandro, che i giudei avevano spinto avanti. Ora Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva pronunciare una difesa davanti al popolo. 34 Ora, avendo riconosciuto che era giudeo, una sola voce venne da tutti: «Grande l’Artemide degli Efesini!». 35 Ora, calmata la folla, il cancelliere dichiarò: «Uomini efesini, chi c’è mai fra gli uomini che non conosca che la città degli Efesini è la sacra custode di Artemide e del suo [simulacro] piovuto dal cielo?». 36 Essendo dunque queste cose inconfutabili bisogna che voi stiate calmi e non facciate nulla di precipitoso. 37 Conduceste infatti questi uomini né profanatori, né bestemmiatori della nostra dea. 38 Se dunque Demetrio e gli artigiani hanno da dire un’accusa contro qualcuno, si tengono [udienze] forensi e ci sono i proconsoli: si accusino a vicenda. 39 Ora se voi cercate qualcosa di più sarà risolto nell’assemblea legittima. 40 E infatti rischiamo di essere accusati di sedizione per [l’assembramento] di oggi, non essendoci nessun motivo per cui possiamo dar ragione su questo assembramento. 41 E dette queste cose sciolse l’assemblea.
(Si riporta la traduzione del testo di p. Fausti)


Anche se Paolo sarà ingiustamente detenuto per molti anni a causa dell’ignavia dei governatori della Giudea, Felice e Festo (cfr Atti 23-26), più volte Luca ci mostra l’intervento risolutivo dell’autorità romana a difesa dell’Apostolo nelle dispute che lo coinvolsero. A Efeso il comportamento del cancelliere è esemplare: non prende parte per alcuno, ma fa rispettare la legge, imponendo che ci sia un regolare arbitrato fra le parti e soprattutto prevenendo l’uso della violenza, perché pace e giustizia sussistono solo insieme. E questo anche contro gli interessi economici, perché chi governava avrebbe potuto favorire gli artigiani, visto il profitto e il lustro che il culto di Artemide procurava alla città.

I primi cristiani, di cui Paolo è l’esempio, non chiedono altro all’autorità politica: che garantisca pace e giustizia imponendo a tutti il rispetto della legge. Come prende le distanze da un certo sistema economico, così “la via” si mantiene anche indipendente dal potere politico, per non compromettersi e non perdere la libertà di parola essenziale all’annuncio del Vangelo (cfr TROTTA G., «Parresia», in Aggiornamenti Sociali 06-07 [2015] 516-519), ma soprattutto perché non ne ha bisogno, si diffonde per virtù propria.

Pur potendo contare sull’appoggio di funzionari imperiali amici, Paolo non ne approfitta per far valere le proprie ragioni, ma evita di alimentare il conflitto, seguendo il loro consiglio di non affrontare pubblicamente gli avversari. Se Paolo avesse fatto lobbying per far prevalere la propria posizione, avrebbe minato la sincerità e la gratuità con cui annunciava il Vangelo, utilizzando mezzi inopportuni. Infatti, la bontà del fine perseguito – in questo caso far prevalere la verità – non può avallare il ricorso a qualsiasi mezzo. Il Concilio Vaticano II era consapevole di questo quando scriveva: «la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965, n. 76).

Fin dagli inizi, “la via” non ha potuto fare a meno di scendere nell’agone politico, ma non lo ha fatto demonizzando l’avversario e costruendosi un nemico storico rispetto al quale affermare la propria identità di parte, come a volte si vede fare ad alcuni gruppi cattolici. Inoltre, prima di passare da superstitio perseguitata a religio licita nel IV sec., non cercava l’appoggio del potere politico per far tradurre le proprie istanze in legge, ritenendole valori non negoziabili, ma accettava il confronto, anche duro, nell’agorà, per creare prima un consenso trasversale sul bene comune in un contesto pluralistico. La legge ha indubbiamente un ruolo pedagogico (cfr GIOVANNI PAOLO II, enciclica Veritatis splendor, 1993, n. 23), ma senza un ampio consenso le buone ragioni che i cristiani possono far valere a sostegno delle proprie posizioni verranno rigettate, soprattutto se percepite come un’imposizione contraria alla libertà individuale o una forma di paternalismo esercitata dalle istituzioni – e in particolare dalla Chiesa – nei confronti di un’umanità non ancora capace di badare a se stessa. A Efeso la presenza di Paolo fa crescere innanzitutto la coscienza critica.


Comunicare il Vangelo

Quanto accaduto a Efeso mostra che la prima attività politica dei cristiani è stata l’annuncio stesso del Vangelo e delle sue conseguenze sul piano esistenziale, per le scelte personali e collettive. La condotta di Paolo e degli altri cristiani mette in questione l’intreccio fra religione, economia e politica, smascherando una commistione sempre perniciosa, in ogni luogo ed epoca. Anche i cristiani non possono illudersi di evangelizzare, quando, in nome di una comune appartenenza ecclesiale, esercitano una pressione indebita per giungere alla promulgazione di leggi o gestiscono fondi e opere pubbliche a proprio vantaggio con una logica clientelare. Al contrario stanno solo confezionando oggetti di culto per garantirsi il proprio benessere.

Questo rischio non è però confinato solo alle dimensioni economiche e politiche. Se il Pane e la Parola da spezzare e condividere sono i primi sacramenti affidati alla Chiesa, la vicenda di Efeso interroga la nostra pastorale sacramentale. Il modo in cui amministriamo i sacramenti potrebbe farne una fonte di guadagno o una specie di pratica magica, che resta esterna ed estranea alla vita di chi li riceve, una specie di prezzo da pagare alla Chiesa per ottenere la certificazione della propria fede, senza una reale comunicazione della grazia. A questo proposito, il documento preparatorio del Sinodo sulla famiglia, sollecitando un rinnovamento dei percorsi catechistici, afferma: «La comunità cristiana rinunci a essere un’agenzia di servizi, per diventare invece il luogo in cui le famiglie nascono, si incontrano e si confrontano insieme, camminando nella fede e condividendo percorsi di crescita e di reciproco scambio» (cfr Instrumentum laboris, 23 giugno 2015, n. 53).


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