Papa Francesco a Cuba: un gesuita racconta e riflette

29/09/2015
Giuseppe Trotta, gesuita della redazione di Aggiornamenti Sociali, si trova a Cuba per un periodo di formazione di alcuni mesi. Di seguito pubblichiamo il suo commento al viaggio di papa Francesco sull'Isola (19-22 settembre).


Il viaggio di papa Francesco a Cuba ha avuto come sottofondo l’eco delle parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante il suo, nel 1998: “Che Cuba si apra al mondo e il mondo a Cuba”. Un’esortazione ripetuta spesso dai media per commentare le omelie e i discorsi del primo papa latinoamericano e che oggi suona come una profezia sul punto di compiersi.

Parlare di apertura significa toccare nel profondo la cultura e la storia – per lo meno quella più recente – di un popolo che parla della propria terra come “la Isla”, l’isola per eccellenza, nel duplice senso di una splendida oasi sorgente dal mare con orgoglio e di un luogo isolato, in cui non si può né entrare, né uscire senza l’equipaggiamento adatto.
Questa condizione di “isolamento” fa parte dell’identità cubana, e, come ogni identità, è al tempo stesso ricevuta e costruita: frutto del blocco imposto nel 1961 dagli Stati Uniti, ma anche della strenua resistenza in difesa dell’immagine di sé come un piccolo e astuto Davide che affronta intrepido il gigante Golia. Con il rischio, però, di restarne prigionieri, senza poter impedire che il tempo la converta piuttosto in quella di don Chisciotte lanciato contro i mulini a vento. Immagini che sono espressione di due radici della cultura cubana e portano in sé due mondi valoriali intrecciati e in tensione fra loro: quello biblico della religione e quello ispanico del colonialismo occidentale. L’apertura, se non si esaurisce in una semplice possibilità di fuga, può essere un rimedio a una tale involuzione e alla conseguente perdita di una parte della propria personalità.

Ripercorrendo i giorni della sua visita a Cuba, se ne ricava l’impressione che papa Francesco, con i suoi gesti e le sue parole, stia cercando di accompagnare l’inevitabile e atteso processo di apertura verso la ricostruzione di un’immagine di sé in cui, lasciato cadere l’isolamento, riemerga l’ispirazione originaria. Si tratta di un processo interiore, che riguarda innanzitutto il popolo cubano, e per questo nei suoi discorsi papa Francesco non ha mai fatto riferimento al possibile apporto proveniente dall’esterno, come, ad esempio, l’eliminazione del blocco, ma si è piuttosto focalizzato sulla coesione interna necessaria per cambiare senza snaturasi. Infatti, nei suoi vari interventi pubblici si trova sempre un riferimento alla necessità di operare una riconciliazione interna fra tutti i cubani, sia quelli attualmente residenti ne “la Isla”, sia di questi con quelli residenti all’estero (che sono un milione e mezzo su una popolazione residente pari a undici milioni), nonché riconciliazione di tutti con la propria storia.

Ad esempio, nell’incontro con i giovani de La Habana, Francesco ha preso spunto dal discorso di benvenuto pronunciato da un esponente della gioventù comunista cubana, il quale sottolineava l’importanza di accogliere e saper collaborare anche con chi la pensa diversamente, per invitare soprattutto i giovani a costruire «l’amicizia sociale». O, ancora, nell’omelia pronunciata durante la messa a Holguín ha detto: «Per tutti coloro che hanno percepito lo sguardo di Gesù, i concittadini non sono quelli di cui si approfitta, si usa e si abusa». Ma le parole più esplicite in questo senso sono quelle pronunciate nell’ultima tappa del suo viaggio, a Santiago, pregando nel santuario de la Virgen de la Caridad del Cobre, patrona di Cuba: «Maria, fa’ della nazione cubana una casa di fratelli e sorelle». Preghiera che, com’è nello stile di Bergoglio, ha voluto avvalorare con un gesto simbolico, un segno concreto di unità: il dono di un’immagine della loro patrona ai cubani che vivono negli Stati Uniti, tappa successiva del suo viaggio.

Se il processo di apertura passa, nella mente del papa, innanzitutto attraverso la riconciliazione interna, l’invito che ha rivolto a più riprese ai cattolici è di parteciparvi aprendosi a loro volta alle varie realtà sociali de “la Isla” e uscendo dall’ambito ristretto delle questioni ecclesiali. «Come Maria – ha detto nell’omelia durante la messa a Holguín –, vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità». Se la componente religiosa della cultura cubana deve saper dialogare con quella proveniente dalla cultura occidentale senza lasciarsene fagocitare, allo stesso modo papa Francesco affida alla Chiesa il compito di saper dialogare e collaborare per la riconciliazione con le altre componenti culturali: quella socialista e quella africana.

In questo senso, la sua visita a Cuba sembra inaugurare una nuova stagione nelle relazioni fra la Chiesa e lo Stato, caratterizzata da una maggiore facilità di dialogo e comprensione reciproca, di cui il segno è stata la presenza costante del Presidente Raúl Castro nelle tre messe celebrate da Bergoglio durante il suo viaggio.

Papa Francesco non lo ha detto esplicitamente, ma dalle sue parole e dalla sua opera di mediazione si capisce che guarda a Cuba come un possibile esempio di processo di riconciliazione, simile a quello messo in atto da Mandela in Sudafrica, ma attuato in un panorama mondiale e storico più ampio. La posizione geografica e la storia de “la Isla” ne fanno un crocevia unico tra nord e sud, est e ovest e Bergoglio non si è lasciato sfuggire l’opportunità di entrare in America dalla porta di Cuba. 

Tuttavia, ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti, si comprende che le ragioni geopolitiche non sono all’origine delle sue decisioni, ma piuttosto lo sguardo della fede: anche Dio è entrato nel mondo attraverso Israele, il più piccolo tra tutti i popoli. Per questo non ha trattato esplicitamente alcun tema politico, ha voluto parlare innanzitutto ai cubani, a tutti i cubani, credenti, non credenti o di altre religioni, residenti ne “la Isla” o all’estero per indicargli come poter essere evangelicamente protagonisti della propria storia.

In questo approccio pastorale, poi, si manifesta un’innegabile intelligenza socio-politica, soprattutto nei discorsi pronunciati a braccio o nei gesti con cui accompagna la sua predicazione. Nell’invito all’opera di riconciliazione interna è implicita la consapevolezza che la coesione sociale può aiutare a prevenire gli squilibri derivanti dall’apertura a un’economia di mercato, di cui papa Francesco ha spesso denunciato i limiti. Di conseguenza il suo appello incontra la sensibilità del popolo cubano, molto attento a salvaguardare la propria libertà di autodeterminazione dai rischi della globalizzazione, tra cui c’è anche quello della erosione di quote di sovranità nazionale. 

Papa Francesco è stato accolto a Cuba come “misionero de la misericordia” e di fatto lo è stato, indicando, a partire dal Vangelo, per quali vie storiche questa misericordia può divenire efficace e visibile anche per chi non ha lo sguardo della fede, ma la può riconoscere dagli effetti che produce in ambito sociale.


29 settembre 2015

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