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Competere

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Se si parla di competizione, viene subito in mente qualche immagine sportiva, come quella del corridore che taglia il traguardo superando gli altri atleti sul filo di lana. Lo sport è una metafora e una sublimazione culturale di un modo di mettersi in relazione con l’altro da sé che appartiene innanzitutto al mondo naturale: a livello biologico la competizione è uno dei fattori dell’evoluzione; gli animali competono istintivamente per il controllo del territorio o del branco e così via.

Nel caso dell’uomo, però, ci si può chiedere quale sia l’influenza della cultura su questa tendenza a competere: quando si introduce la variabile libertà, il numero delle alternative cresce. Ad esempio, in campo economico per alcuni il maggior bene possibile si consegue spingendo all’estremo il meccanismo della concorrenza, fino a farne il motore della storia e il principio di organizzazione dell’intera società; altre visioni ritengono invece più sana e più umana una società capace di inserire il mercato concorrenziale in un quadro di regole e di contemperare, in vista del bene comune, la logica della competizione con quelle della cooperazione e della gratuità (cfr lettera enciclica Caritas in veritate, n. 37).

Più in generale, la storia mostra che una competizione senza limiti genera emarginazione, impedisce a molti perfino l’accesso alle risorse minime necessarie per poter competere, mentre il tentativo di eliminare la concorrenza mortifica la libera iniziativa e frena la crescita. È necessario trovare un compromesso fra i due eccessi, cercando un criterio orientativo per canalizzare in senso positivo e non distruttivo le energie messe in gioco dalle dinamiche competitive sia tra le persone, come nello studio o nel lavoro, sia tra gli Stati, come in politica o in economia. La Bibbia, esperta in umanità, ne suggerisce uno.


Fratelli coltelli?

Metà del libro della Genesi è dedicata a narrare le vicende di Giacobbe e dei suoi figli. Il racconto si presenta in forma di saga familiare, una sorta di telenovela fatta di intrighi, conflitti, colpi di scena e colorita di passioni forti: amore e odio, gioia e dolore, gelosia e generosità, rancore e perdono. Ma questa è solo la superficie di una storia dal senso molto più profondo, in cui la rappresentazione delle relazioni interpersonali rimanda a quelle più complesse fra gruppi sociali. Per la mentalità genealogica degli antichi, molto presente anche nei racconti biblici, parlare dei capostipiti e dei loro rapporti è un modo per affrontare le relazioni tra i gruppi che a queste figure fanno risalire la loro origine: nel nostro caso, i rapporti tra il popolo di Israele e quelli più vicini, in termini geografici, culturali ed etnici. Lo dimostra il responso ricevuto da Rebecca, moglie di Isacco e madre di Giacobbe ed Esaù, che sente agitarsi i figli gemelli nel suo grembo: Due genti sono nel tuo grembo e due popoli dal tuo ventre si disperderanno.


Genesi 25,21-24

21 Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca concepì. 22 Ma i figli litigavano nel suo grembo ed essa esclamò: «Se è così, perché sono in questo stato?». E andò a consultare il Signore. 23 Il Signore le rispose: «Due genti sono nel tuo grembo e due popoli dal tuo ventre si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il minore». 24 Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo.


Questa parola di Dio conferisce al testo una dimensione geopolitica essenziale alla sua comprensione: i gemelli rappresentano due popoli, due culture aventi un’origine comune, a partire dalla quale si sono successivamente distinti e dispersi sul territorio, uno pastore e l’altro cacciatore (cfr Genesi 25,27). Il grembo della madre simbolizza la terra, uno spazio accogliente, ma limitato, che già prima della nascita i due fratelli devono imparare a gestire condividendolo.

Il conflitto, quindi, comincia dal concepimento e si manifesta fin dal parto: Giacobbe nasce per secondo, tenendo in mano il tallone del fratello Esaù, segno premonitore del suo tentativo di prevalere con ogni mezzo sul primogenito. Il suo nome, infatti, in ebraico significa “calcagno” o “soppiantare”, come a dire che l’umanità è segnata da una tendenza innata alla competizione, destinata a ripetere un copione già noto: i due fratelli, allora, finiranno come Caino e Abele? È possibile, ma l’oracolo va oltre la semplice constatazione dei rapporti di forza (un popolo sarà più forte dell’altro) ed enuncia un principio regolatore: il maggiore servirà il minore. Collocata all’inizio della storia, questa parola ne predice l’esito e la fonda sulla volontà di un Signore che non ha creato l’homo homini lupus, ma allo stesso tempo lascia aperti gli eventi al dispiegarsi delle libertà personali; resta da vedere attraverso quali vie storiche concrete quella parola iniziale si realizzerà.

Del resto, il conflitto tra Esaù e Giacobbe ha anche una componente teologica, perché i due fratelli entrano in competizione per ereditare la benedizione ricevuta in dono da Abramo e passata al loro padre Isacco. Assicurarsi il possesso della promessa comportava molti vantaggi: il diritto di proprietà della terra e degli altri beni, nonché la protezione divina in un mondo spesso ostile, in una parola lo shalom, una vita pienamente realizzata, prospera e felice. Il diritto consuetudinario stabiliva che l’erede privilegiato fosse il primogenito e la legge tutelava il maggiorascato: un uomo con due mogli non poteva trasferire i privilegi derivanti dalla primogenitura al figlio della favorita, qualora ne avesse avuto già uno con l’altra, l’odiosa (cfr Deuteronomio 21,15-17). Nel caso di Abramo il problema non si era posto, essendo Isacco l’unico erede legittimo. Ma di fronte a un parto gemellare a chi spetta l’eredità della promessa? Se le dinamiche competitive si innescano inevitabilmente quando i beni sono scarsi, qui la situazione è ancora più esplosiva, perché la benedizione è una sola e può essere conferita a uno solo (cfr Genesi 27,30-38).

Secondo il diritto vigente, il prescelto avrebbe dovuto essere Esaù, uscito per primo dal grembo della madre e anche per questo preferito dal padre. Ma Giacobbe è il favorito di Rebecca, che ritiene ingiusta una tale consuetudine. In effetti, una preferenza accordata sulla base di fattori genetici o tradizionali, codificati per legge, può portare a discriminazioni ingiustificabili se, invece, si guarda alle qualità personali, al merito, all’abilità. Ma anche il favore attribuito per ragioni sentimentali può essere altrettanto discriminante. A ogni modo, madre e figlio minore si coalizzano contro padre e figlio maggiore e, approfittando della loro debolezza, riescono a carpire con inganni la benedizione paterna. Prima Giacobbe circuisce Esaù quando, di ritorno dalla caccia, stanco e affamato, lo convince a barattare la sua primogenitura con un piatto di lenticchie rosse, da cui deriva il nome del popolo che da lui discende: gli idumei, da edom, termine ebraico che significa rosso (cfr Genesi 25,30-34). Poi Rebecca, per aggirare le resistenze di Isacco, che non avrebbe mai accettato di convalidare il patto tra i fratelli, fa indossare al minore i vestiti del maggiore e, complice la cecità del marito, gli fa benedire Giacobbe al posto di Esaù (cfr Genesi 25,1-29).

Queste vicende segnano l’inizio di una serie di conflitti e intrighi, come quello con Labano, lo zio dei gemelli presso il quale Giacobbe deve rifugiarsi per sfuggire alla vendetta del fratello, in cerca di lui per ucciderlo; o quello fra Lia e Rachele, le due figlie di Labano, fatte sposare entrambe con inganno a Giacobbe, che invece avrebbe voluto in moglie solo la secondogenita – chi la fa, l’aspetti! –, le quali si contendono il favore del marito (cfr Genesi 28-32). Come l’uccisione di Abele da parte di Caino aveva dato origine a una violenza sempre maggiore, così ora, pur in forma meno distruttiva, la competizione fra i fratelli innesca una serie di conflitti, estendendosi a tutti quelli che incontrano.

Mentre si complica la trama degli inganni, sorprende il comportamento di Dio: non solo non interviene a interrompere le dinamiche competitive e a sanzionare le azioni truffaldine, ma conferma la benedizione carpita da Giacobbe ai danni del fratello, rinnovandogli la promessa già fatta ad Abramo: La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le genti della terra (Genesi 28,14). Anzi, nel rapporto con Giacobbe non ha paura di parlare la lingua che quest’ultimo sembra preferire, quella del conflitto e dell’inganno: in forma di uomo-demone lotta con lui presso il torrente Iabboq, slogandogli l’articolazione dell’anca – un colpo proibito, “sotto la cintura” si direbbe nei termini del pugilato –, ma concedendogli la benedizione che lui pretende e cambiandogli il nome in Israele, che in ebraico vuol dire “Dio lotta” o “Dio regna”, perché – dice – hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto (Genesi 32,29).


Né cinismo, né ingenuità

Il racconto presenta la competizione come una realtà teandrica, ovvero divino-umana, propria della relazione degli uomini fra loro e con Dio, anche quando è sleale, esercitata in forme moralmente e legalmente inaccettabili: chi vince ha comunque ragione. Che questo modo di pensare e affrontare la vita possa essere diffuso nel mondo, teorizzato e insegnato apertamente o suggerito dai modelli proposti dai media, non scandalizza più, anche se le conseguenze per chi resta escluso e soccombe alla competizione sono evidenti a tutti. Ma ritrovarlo nella Bibbia è sconcertante: come conciliare le parole di benedizione per tutti pronunciate a più riprese da Dio, con l’approvazione e il favore concessi a Giacobbe? Bisogna tenere presente l’oracolo posto all’inizio del racconto e il contesto storico in cui è sorto.

Il testo ha avuto più redazioni, a partire da un nucleo originario che risaliva probabilmente al tempo del re Davide (X sec. a.C.), il quale, unificato il regno, sottomette anche gli idumei (abitanti di Edom e discendenti di Esaù) come vassalli (cfr 2Samuele 8, 3). Le lotte fra israeliti e idumei proseguono nel successivo periodo dei re e il racconto viene ampliato (cfr 2Re 8,16-22). In questo quadro le parole di Genesi 25,23 potevano fornire una giustificazione teologica dello stato di vassallaggio di Edom. Questo spiegherebbe la mancata censura degli inganni orditi da Giacobbe e la sua trasformazione in Israele, titolare ormai legittimo di un’eredità che, in origine, non gli spettava. Su questa base l’ideologia nazionalistica poteva far leva per motivare ed esaltare le campagne militari contro i popoli vicini più potenti e giustificarne la sottomissione.

Anche se alcune parti del racconto possono essere nate con tale intenzione, la redazione finale non permette di interpretarlo nel suo complesso in chiave nazionalistica, come mostra il suo epilogo (cfr riquadro). Temendo che il fratello venisse per ucciderlo, non potendo più fuggire, Giacobbe gli aveva mandato un’ambasceria con dei doni, aveva disposto la carovana in modo da proteggere la sua famiglia, si era prostrato in segno di sottomissione per scongiurare il peggio. Invece, non solo Esaù lo perdona e si riconcilia con lui, ma non chiede nulla in cambio, gli lascia il possesso di quanto si era procurato fino ad allora, perché, nel frattempo, anche lui era diventato ricco e potente. Inoltre, si offre di scortare il fratello e di dividere la terra con lui, andando ad abitare sui monti di Seir, la regione a sud-est del Mar Morto, mentre Giacobbe si stabilisce nel nord di Israele, a Sichem.


Genesi 33,1-4

1 Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave; 2 mise in testa le schiave con i loro bimbi, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe. 3 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. 4 Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.


Questo lieto fine non era per nulla scontato a partire dalla matrice ideologica della narrazione, perché, sebbene Giacobbe non subisca alcun danno e resti legittimato nel possesso della promessa, Esaù dimostra di essere davvero il maggiore, superiore al fratello non solo in termini di ricchezza e potere, ma soprattutto di generosità e comprensione della storia. È lui, infatti, a evidenziare con la scelta del perdono quanto sia preferibile per tutti cooperare, trovando un accordo, invece di insistere in una competizione senza limiti, che può terminare solo con la distruzione dell’altro, o addirittura quella mutua. È un’opzione possibile, ma assurda, perché autodistruttiva, in particolare nel caso di due fratelli gemelli, i quali, com’è noto, hanno una consapevolezza maggiore del loro legame. A suo tempo, anche Abramo e suo nipote Lot avevano optato per un accordo pacifico di spartizione della terra (cfr Genesi 13). Non necessariamente, quindi, le situazioni potenzialmente conflittuali o la tendenza alla competizione trasformano gli uomini in Caino e Abele ed è proprio la capacità di trovare vie pacifiche di composizione del conflitto ad aprire la possibilità di un maggiore bene comune: in ultima analisi, se in Giacobbe-Israele e nei suoi discendenti possono essere benedette tutte le genti, lo si deve al perdono di Esaù-Edom, fratello maggiore che non usa gli stessi metodi del minore per affermarsi.

Dall’esito della vicenda si può comprendere anche l’operato di Dio. L’oracolo iniziale sovverte il principio consuetudinario di regolazione dei conflitti e la sua codificazione giuridica (il maggiorascato) per correggere le possibili discriminazioni, senza istituire una norma alternativa, passibile degli stessi rischi di interpretazione ideologica con conseguenze discriminatorie: immette piuttosto nella storia un criterio da attualizzare nelle circostanze concrete. Inoltre Dio sceglie di tutelare la parte debole, confermando l’elezione di Giacobbe a erede della promessa, anche se strappata con l’inganno e violando i diritti di primogenitura di Esaù, senza, però, che questo comporti un danno per il maggiore, una limitazione al suo sviluppo. Lascia cioè che sia il corso degli eventi a dimostrare come la preferenza accordata al minore – che non può appellarsi a un diritto acquisito – faccia godere i benefici della sua benedizione anche al maggiore, il quale non ha bisogno di essere protetto se non dalla sua stessa potenza omicida. Alla fine Esaù diventa ugualmente un grande popolo e assume spontaneamente lo stesso atteggiamento di Dio, perdonando e mettendosi a servizio del fratello.

In sintesi, nei confronti dei due fratelli – e dei popoli che da loro discendono – Dio opera una scelta pedagogica: privandoli della soluzione precostituita dal diritto consuetudinario, li obbliga ad assumersi la responsabilità di costruire il loro rapporto, conducendoli a scoprire modalità alternative al conflitto. E l’anca slogata allo Iabboq resta a ricordare a Giacobbe e ai suoi discendenti che se l’unico modo di stare al mondo è la lotta, se ne esce comunque con le ossa rotte.


Prevenire il conflitto distruttivo

Il principio il maggiore servirà il minore continuerà a operare lungo tutta la storia di Israele, fino a diventare la regola fondamentale della comunità cristiana, in cui non mancano dinamiche competitive: se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti (cfr Marco 9,35).

L’evangelista Luca colloca la discussione su chi sia il più grande fra i discepoli addirittura nel contesto dell’ultima cena e dice che sorse fra loro una filoneikía, letteralmente un desiderio di contesa, una voglia di prevalere sull’altro (cfr Luca 22,24). Gesù affronta la questione senza stigmatizzare la competizione, la riconosce come una tendenza tipica dell’uomo e perciò non offre una censura moralistica e buonista, ma una regola dell’agire che funzioni come antidoto per la componente distruttiva del competere: l’affermazione di sé a scapito dell’altro invece della reciproca promozione umana.

Come Dio nell’Antico Testamento, anche Gesù non impone una legge dall’alto per limitare la libertà, ma innanzitutto applica il principio il maggiore servirà il minore nelle sue scelte di fondo, rivolgendosi agli ultimi, agli emarginati e agli esclusi e in secondo luogo lascia agli uomini la responsabilità di trovare nella concretezza delle circostanze storiche il modo di attualizzarlo.

Che cosa può significare, allora, che il maggiore servirà il minore nelle relazioni interpersonali, ad esempio nei luoghi di studio o lavoro? O nelle transazioni economiche, regolate dagli accordi commerciali? O, ancora, nelle relazioni politiche: come cambierebbero, alla luce di quel principio, la legislazione dei singoli Stati e i trattati internazionali? E se adottassimo un simile criterio per affrontare il fenomeno migratorio, sostituendo la competizione con la cooperazione?

Ciò che potrebbe rendere il mondo diverso, più pacifico, più abitabile e più umano, non è lo sforzo di contenere le esplosioni di conflittualità e ostilità, ma il capovolgimento delle categorie con cui ci rappresentiamo le relazioni tra maggiore e minore.


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