L’ecologia integrale

L’ecologia integrale, come paradigma concettuale e come percorso spirituale, rappresenta il cuore dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco.
Fascicolo: 

«Tutto è in relazione», «tutto è collegato», «tutto è connesso»: questo è il ritornello che attraversa la Laudato si’, l’attesa enciclica di papa Francesco sulla cura della casa comune pubblicata il 18 giugno, anzi è la vera e propria base su cui il testo è costruito. Come spesso capita, la ricezione dell’enciclica favorisce la circolazione di singoli brani o la caccia di citazioni “a effetto”, col rischio di ridurla a un accumulo di massime su una serie di argomenti disparati (clima, acqua, biodiversità, OGM, ecc.). Si perde di vista in questo modo ciò che conferisce coerenza a un testo che è lungo e articolato, ma tutt’altro che frammentario.

La prospettiva focale su cui si regge l’enciclica è quella dell’«ecologia integrale», espressione che dà il titolo al cap. IV e che ricorre altre nove volte nel testo. Come papa Francesco stesso spiega nel n. 16, i temi che tratta la Laudato si’ «non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti» a partire da una pluralità di prospettive che – coerentemente – si integrano. In questa chiave, le pagine che seguono provano a esplorare il significato dell’ecologia integrale lungo due assi diversi ma complementari. La prima interpreta la proposta di papa Francesco come paradigma concettuale, mentre la seconda la legge come cammino spirituale.


L’ecologia integrale come paradigma concettuale

Da un punto di vista concettuale, papa Francesco assume il termine “ecologia” non nel significato generico e spesso superficiale di una qualche preoccupazione “verde”, ma in quello ben più profondo di approccio a tutti i sistemi complessi la cui comprensione richiede di mettere in primo piano la relazione delle singole parti tra loro e con il tutto. Il riferimento è all’immagine di ecosistema.

L’ecologia integrale diventa così il paradigma capace di tenere insieme fenomeni e problemi ambientali (riscaldamento globale, inquinamento, esaurimento delle risorse, deforestazione, ecc.) con questioni che normalmente non sono associate all’agenda ecologica in senso stretto, come la vivibilità e la bellezza degli spazi urbani o il sovraffollamento dei trasporti pubblici. Ancora di più, l’attenzione ai legami e alle relazioni consente di utilizzare l’ecologia integrale anche per leggere il rapporto con il proprio corpo (n. 155), o le dinamiche sociali e istituzionali a tutti i livelli: «Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana» (n. 142). Si può quindi parlare di una dimensione sociale dell’ecologia, o meglio di una vera e propria «ecologia sociale [che] è necessariamente istituzionale e raggiunge progressivamente le diverse dimensioni che vanno dal gruppo sociale primario, la famiglia, fino alla vita internazionale, passando per la comunità locale e la Nazione» (ivi).

La potenza del paradigma dell’ecologia integrale appare pienamente nella sua capacità di analisi, e quindi di rintracciare una radice comune a fenomeni che, presi separatamente, non possono essere davvero compresi: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (n. 139). In altre parole, «non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (n. 49).

Il frutto di questa potenza analitica è produrre integrazione anche tra i livelli su cui si giocano le risposte operative: «La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (n. 111).

Questa impostazione permette di integrare e comprendere appieno la portata anche delle piccole azioni quotidiane di attenzione all’ambiente che papa Francesco ci propone: «evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via» (n. 211). Quando partono da motivazioni profonde, questi gesti non sono “ascetici doveri verdi”, ma atti d’amore che esprimono la nostra dignità.

L’ecologia integrale si rivela altrettanto potente come strumento di analisi delle resistenze che si oppongono a un’autentica cura della casa comune. È il caso della logica scientifica e tecnologica: la sua applicazione – riconosce a più riprese l’enciclica – ha prodotto risultati straordinari di miglioramento della vita umana, ma quando viene assunta come «paradigma omogeneo e unidimensionale» (n. 106) genera un «riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni» (n. 107), di cui il degrado ambientale è solo una delle conseguenze. Ciò che il paradigma tecnocratico perde di vista è proprio la complessità dei legami e delle interazioni, che sono invece al centro di uno sguardo ecosistemico; ad esempio, «La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri» (n. 20).

La seconda resistenza che l’enciclica evidenzia è l’eccesso di antropocentrismo del mondo contemporaneo, che «continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali» (n. 116). Solo lo sguardo dell’ecologia integrale sfugge alla «schizofrenia permanente, che va dall’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano» (n. 118); in entrambi i casi, svanisce la responsabilità umana, che appare invece evidente quando si considera il posto che l’essere umano occupa nella trama delle relazioni ecosistemiche.

Infine, l’ecologia integrale smaschera i limiti di iniziative ecologiste troppo settoriali e parcellizzate, che rinunciano ad assumere un’ottica sistemica e «possono finire rinchiuse nella stessa logica globalizzata. Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta, significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale» (n. 111). Pur con le migliori intenzioni, il rischio è alimentare una «ecologia superficiale» (n. 59) che finisce per lasciarsi catturare «all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia» (n. 194). Invece, «Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale» (n. 197).

Se la degradazione dell’ambiente e della società sono causati dalla mancanza di una visione integrale, allora la terapia per uscire «dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando» (n. 163) non può essere che il dialogo. Come papa Francesco stesso dice, la Chiesa non ha un catalogo di soluzioni da offrire o ancora meno da imporre. Piuttosto offre un metodo per elaborarle insieme, tanto a livello di politica internazionale, in vista di una governance dei beni comuni globali; quanto a livello nazionale e locale, nei processi decisionali ad esempio in merito a nuove iniziative e progetti di sviluppo. Per produrre frutti duraturi questo dialogo deve essere «onesto e trasparente», fondato sulla disponibilità a mettere sul tavolo tutte le informazioni disponibili, perché la trasparenza è il miglior antidoto contro la corruzione. Esso deve essere anche inclusivo, dando a tutte le parti in causa, specie ai più deboli, la possibilità di partecipare e di far sentire la propria voce. Infine deve integrare tutte le diverse prospettive: quelle scientifiche e tecniche, quelle economiche e sociali, ma anche quelle etiche e religiose.

Per molti versi, tutti gli articoli di questo numero mostrano quanto il dialogo sia indispensabile per affrontare i nodi cruciali del cammino dell’umanità e della Chiesa: dalla ricerca di modalità per comporre il conflitto fra diritti alle problematiche bioetiche e al tema della famiglia, dall’emergenza globale dei movimenti migratori alla definizione di un quadro condiviso per le politiche di sviluppo.


L’ecologia integrale come percorso spirituale

Per un’autentica ecologia integrale il piano delle categorie di analisi non può prescindere da una vera e propria opzione esistenziale. Il Papa ne indica un modello: san Francesco, dal cui Cantico delle creature l’enciclica prende il titolo, è presentato come «l’esempio per eccellenza […] di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità» (n. 10), offerto non solo ai credenti, visto che il Papa vuole «entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune» (n. 3).

Guardando a san Francesco, è chiaro che l’ecologia integrale innanzi tutto si vive. E per di più con gioia, riprendendo una delle chiavi del pontificato di papa Francesco. L’ecologia integrale mette poi in gioco la responsabilità, in particolare quella di prendersi cura di quanto e di chi è debole, mantenendo «inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (n. 10). Infine ci mostra il limite di un impegno basato su un approccio unicamente tecnico o utilitaristico: per san Francesco, «qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto» (n. 11).

Fa quindi parte dell’ecologia integrale uno sguardo contemplativo, capace di cogliere la realtà come mistero che non si può dominare: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (n. 12). L’affetto che deriva da questo sguardo abbraccia tutte le creature, anche le più piccole o quelle abitualmente considerate inutili o dannose, come le ortiche lasciate crescere nell’orto del convento. San Francesco voleva che «si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza» (n. 12).

Si dirà: san Francesco è un’eccezione, un uomo quasi “senza peccato originale”. Il suo è uno sguardo da mistico, da poeta, da artista. Non per niente, l’enciclica invita a «ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità» (n. 63). Ma quanti oggi pensano davvero che l’arte o la mistica servano a qualcosa di concreto? Ben altri sono i ragionamenti che si fanno quando si vogliono raggiungere dei risultati, soprattutto dove la logica della tecnologia e quella del mercato e del profitto si fondono nel paradigma tecnocratico a partire dal quale si pensa e si manipola la realtà.

Non è questa la posizione di papa Francesco: la consapevolezza di un legame affettivo con tutte le creature «non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento» (n. 11). Se ci accostiamo alla natura senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, ci comporteremo sempre e solo da dominatori, da consumatori o da sfruttatori delle risorse naturali e delle altre persone, incapaci di sfuggire alla logica della massimizzazione del tornaconto individuale. «Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea» (ivi).

In effetti, che cosa può oggi portare davvero a «una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (ivi)? Chiunque guardi al mondo con un minimo di onestà intellettuale dovrà perlomeno porsi questa domanda. Di fronte agli enormi problemi sociali e ambientali possiamo (e dobbiamo) fare analisi e progetti, mettere in gioco competenze, intelligenza e creatività, a partire dall’esame delle buone pratiche nella creazione di legami sociali o nella protezione dell’ambiente, o anche da quelle sconfitte dell’umanità che sono gli scandali e la corruzione.

Papa Francesco osa chiedere di più: pone come condizione necessaria per l’efficacia degli interventi «tenerezza, compassione e preoccupazione» (n. 91), in una parola la cura in tutte le sue molteplici sfaccettature. Mette così in discussione non solo la pretesa che tutto si possa risolvere con interventi puramente tecnici, ma anche i limiti ideologici alla base di molte iniziative: «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente» (ivi).

Così l’ecologia integrale diventa anche una sfida all’integrazione personale di quanti, come volontari o come professionisti, hanno a che fare con l’ambiente o con le dinamiche sociali: scienziati e tecnici, attivisti e militanti, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici sono invitati a mettersi in gioco con tutte le proprie capacità, risorse e competenze intellettuali e professionali, affettive e spirituali. Ugualmente per istituzioni e imprese, organizzazioni della società civile e comunità religiose, l’ecologia integrale richiede di non ridurre mai la ricchezza della realtà alle proprie prospettive o, peggio, ideologie.

Il primo capitolo della Laudato si’, «Quello che sta accadendo alla nostra casa», ci offre un esempio concreto di questa impostazione integrale. Papa Francesco entra a fondo nelle questioni dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale e della riduzione della biodiversità, valorizzando l’apporto delle diverse scienze naturali e assumendone i migliori risultati disponibili. L’obiettivo di quelle pagine, che ad alcuni potranno suonare persino troppo tecniche per un’enciclica, non è quello di sancire autorevolmente le conclusioni della ricerca scientifica. Per papa Francesco la scienza è uno strumento privilegiato, di cui oggi nessuno può fare a meno, per ascoltare il grido della terra e dei poveri, così da «lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» (n. 15) che deve portare ciascuno a chiedersi qual è il suo modo per prendersene cura. Nello stesso modo potremmo leggere i paragrafi dedicati alla politica nazionale e internazionale o alla necessità di strumenti di governance globale. Fa parte dell’ecologia integrale anche il lavoro della coscienza per comporre l’intelligenza che capisce e la volontà che desidera e muove all’azione.

In definitiva, assumere la prospettiva proposta dall’enciclica pone una domanda sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale: «Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»: se non ci poniamo queste domande di fondo – dice papa Francesco – «non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (n. 160).

Queste domande interpellano ciascuno di noi, ma anche ogni società e l’umanità nel suo insieme. Alle tante risposte personali deve affiancarsi la costruzione di quella collettiva. Questo richiede che nessuno “assolutizzi” il proprio punto di vista, per quanto positivo o costruttivo esso possa essere: solo così si può aprire tra tutte le persone, le organizzazioni e le istituzioni che condividono la cura della casa comune uno spazio di dialogo, chiave dell’enciclica di cui anche in questa prospettiva emerge la fondamentale importanza. Questo dialogo intreccia prospettive diverse, che la situazione del mondo ci porta a scoprire sempre di più come complementari: le ricchezze della fede e della tradizione spirituale, la serietà del lavoro di ricerca scientifica, l’impegno concreto, a vari livelli, per uno sviluppo umano equo e sostenibile.

In chiusura dell’enciclica, per tutti papa Francesco aggiunge un suggerimento essenziale e forse inatteso: il riposo. «L’essere umano tende a ridurre il riposo contemplativo all’ambito dello sterile e dell’inutile, dimenticando che così si toglie all’opera che si compie la cosa più importante: il suo significato. Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale» (n. 237). In una chiave oggi radicalmente controculturale, il riposo significa impegnarsi a creare uno spazio dove possano emergere le domande di senso e dove possiamo affrontarle insieme. È questa la base dell’ecologia di papa Francesco, ed è anche la meta al cui raggiungimento la fede e le religioni possono dare il loro contributo più importante.


I primi semi di un nuovo sguardo

Al n. 15, papa Francesco scrive che «questa Lettera enciclica […] si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa». In realtà l’ecologia integrale gli fa compiere un vero e proprio cambio di paradigma, ampliandone e approfondendone lo sguardo sulla base delle sollecitazioni che provengono dalla realtà. È un nuovo passo, emozionante, della dinamica che da sempre segna il percorso della dottrina sociale della Chiesa. Al suo inizio troviamo la Rerum novarum (1891) di Leone XIII, che di fronte alla rivoluzione industriale affronta la questione operaia nella chiave della giustizia sociale. Nel 1963 al mondo diviso in blocchi arrivati sull’orlo della guerra nucleare, Giovanni XXIII propone nella Pacem in terris una riflessione sul significato autentico della pace e sulle modalità per costruirla. Nel 1967, con la Popolurum progressio, Paolo VI si confronta con la decolonizzazione, prende coscienza «che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (Popolurum progressio, n. 3) e conclude che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (ivi, n. 87). A più riprese, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno riflettuto sulla caduta del muro di Berlino e sulle dinamiche della globalizzazione. Oggi papa Francesco ci sfida a un nuovo salto: non siamo solo membri della stessa società o della stessa famiglia umana, ma «essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (n. 89).

Di questo nuovo modo di guardare il mondo la Laudato si’ getta i primi semi, che attendono di germogliare e portare frutto, come papa Francesco stesso afferma: «Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità» (n. 121).

Leggi lo Speciale Laudato Si', con materiali per approfondire la nuova enciclica di papa Francesco

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