L’ecologia integrale/2 - Un percorso spirituale

18/06/2015
Per un’autentica ecologia integrale il piano delle categorie di analisi non può prescindere da una vera e propria opzione esistenziale. Il Papa ne indica un modello: san Francesco, dal cui Cantico delle creature l’enciclica prende il titolo, è presentato come «l’esempio per eccellenza [...] di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità» (n. 10), offerto non solo ai credenti, visto che il Papa vuole «entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune» (n. 3).

Guardando a san Francesco, è chiaro che l’ecologia integrale innanzi tutto si vive. E per di più con gioia, riprendendo una delle chiavi del pontificato di papa Francesco. L’ecologia integrale mette poi in gioco la responsabilità, in particolare quella di prendersi cura di ciò e di chi è debole, mantenendo «inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (n. 10). Infine ci mostra il limite di un impegno basato su un approccio unicamente tecnico o utilitaristico: per san Francesco, «qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto» (n. 11).

Fa quindi parte dell’ecologia integrale uno sguardo contemplativo, capace di cogliere la realtà come mistero che non si può dominare: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (n. 12). L’affetto che deriva da questo sguardo abbraccia tutte le creature, anche le più piccole o quelle abitualmente considerate inutili o dannose, come le ortiche lasciate crescere nell’orto del convento. San Francesco voleva che «si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza» (n. 12).

Si dirà: san Francesco è un’eccezione, un uomo quasi “senza peccato originale”. Il suo è uno sguardo da mistico, da poeta, da artista. Non per niente, l’enciclica invita a «ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità» (n. 63). Ma quanti oggi pensano davvero che l’arte o la mistica servano a qualcosa di concreto? Ben altri sono i ragionamenti che si fanno quando si vogliono raggiungere dei risultati, soprattutto dove la logica della tecnologia e quella del mercato e del profitto si fondono nel paradigma tecnocratico a partire dal quale si pensa e si manipola la realtà.

Non è questa la posizione di papa Francesco: la consapevolezza di un legame affettivo con tutte le creature «non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento» (n. 11). Se ci accostiamo alla natura senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, ci comporteremo sempre e solo da dominatori, da consumatori o da sfruttatori delle risorse naturali e delle altre persone, incapaci di sfuggire alla logica della massimizzazione del tornaconto individuale. «Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea» (ivi).

Che cosa può oggi portare davvero a «una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (ivi)? Chiunque guardi al mondo con un minimo di onestà intellettuale dovrà perlomeno porsi questa domanda. Di fronte agli enormi problemi sociali e ambientali possiamo (e dobbiamo) fare analisi e progetti, mettere in gioco competenze, intelligenza e creatività, a partire dall’esame delle buone pratiche nella creazione di legami sociali o nella protezione dell’ambiente, o anche da quelle sconfitte dell’umanità che sono gli scandali e la corruzione.

Papa Francesco osa chiedere di più: pone come condizione necessaria per l’efficacia degli interventi «tenerezza, compassione e preoccupazione» (n. 91), in una parola la cura in tutte le sue molteplici sfaccettature. Mette così in discussione non solo la pretesa che tutto si possa risolvere con interventi puramente tecnici, ma anche i limiti ideologici alla base di molte iniziative: «È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente» (n. 91).

Così l’ecologia integrale diventa anche una sfida all’integrazione personale di quanti, come volontari o come professionisti, hanno a che fare con l’ambiente o con le dinamiche sociali: scienziati e tecnici, attivisti e militanti, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici sono invitati a mettersi in gioco con tutte le proprie capacità, risorse e competenze intellettuali e professionali, affettive e spirituali. Ugualmente per istituzioni e imprese, organizzazioni della società civile e comunità religiose, l’ecologia integrale richiede di non ridurre mai la ricchezza della realtà alle proprie prospettive o, peggio, ideologie.

Il primo capitolo della Laudato si’, «Quello che sta accadendo alla nostra casa», ci offre un esempio concreto di questa impostazione integrale. Papa Francesco entra a fondo nelle questioni dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici, del riscaldamento globale e della riduzione della biodiversità, valorizzando l’apporto delle diverse scienze naturali e assumendone i migliori risultati disponibili. L’obiettivo di quelle pagine, che ad alcuni potranno suonare persino troppo tecniche per un’enciclica, non è quello di sancire autorevolmente le conclusioni della ricerca scientifica. Per papa Francesco la scienza è uno strumento privilegiato, di cui oggi nessuno può fare a meno, per ascoltare il grido della terra e dei poveri, così da «lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» (n. 15) che deve portare ciascuno a chiedersi qual è il suo modo per prendersene cura. Nello stesso modo potremmo leggere i paragrafi dedicati alla politica nazionale e internazionale o alla necessità di strumenti di governance globale. Fa parte dell’ecologia integrale anche il lavoro della coscienza per comporre l’intelligenza che capisce e la volontà che desidera e muove all’azione.

In definitiva, assumere la prospettiva proposta dall’enciclica pone una domanda sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale: «Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»: se non ci poniamo queste domande di fondo – dice papa Francesco – «non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (n. 160).

Queste domande interpellano ciascuno di noi, ma anche ogni società e l’umanità nel suo insieme. Alle tante risposte personali deve affiancarsi la costruzione di quella collettiva. Questo richiede che nessuno “assolutizzi” il proprio punto di vista, per quanto positivo o costruttivo esso possa essere, e si ponga in dialogo con tutte le persone, le organizzazioni e le istituzioni che condividono la cura della casa comune. Questo dialogo intreccia prospettive diverse, che la situazione del mondo ci porta a scoprire sempre di più come complementari: le ricchezze della fede e della tradizione spirituale, la serietà del lavoro di ricerca scientifica, l’impegno concreto, a vari livelli, per uno sviluppo umano equo e sostenibile.

A tutti papa Francesco dà un suggerimento essenziale e forse inatteso: il riposo. «L’essere umano tende a ridurre il riposo contemplativo all’ambito dello sterile e dell’inutile, dimenticando che così si toglie all’opera che si compie la cosa più importante: il suo significato. Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale» (n. 237). In una chiave oggi radicalmente controculturale, il riposo significa impegnarsi a creare uno spazio dove possano emergere le domande di senso e perché possiamo affrontarle insieme. È questa la base dell’ecologia di papa Francesco, ed è anche la meta al cui raggiungimento la fede e le religioni possono dare il loro contributo più importante.


Giacomo Costa SJ e Paolo Foglizzo

18 giugno 2015

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