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Parresia

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I vescovi che hanno partecipato al Sinodo straordinario dello scorso ottobre hanno apprezzato la libertà e la franchezza con cui hanno potuto discutere dei temi in questione. Erano stati sollecitati e incoraggiati a farlo da papa Francesco, il quale non aveva posto alcuna pregiudiziale ai lavori del Sinodo, anzi, nel discorso di apertura aveva chiesto esplicitamente a tutti di “parlare chiaro”: «Nessuno dica: “Questo non si può dire; penserà di me così o così...”. Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia. […] E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli».

Nel descrivere i due atteggiamenti necessari alla sinodalità – dire apertamente ciò che si pensa e ascoltare umilmente quello che gli altri hanno da dire – il Papa ha fatto riferimento alla parresia, il modo diretto e franco con cui i primi cristiani annunciavano il Vangelo. Il Nuovo Testamento impiega spesso questo termine per connotare la predicazione degli apostoli e ne fa una delle chiavi del suo successo, nonostante le resistenze degli oppositori.

Il termine, però, non nasce nell’ambito della religione, ma in quello della politica: era uno dei pilastri della democrazia ateniese ed era impiegato dai filosofi per descrivere la ricerca e la comunicazione della verità per mezzo del dialogo privato e del dibattito pubblico. Pertanto, il richiamo del Papa, riletto alla luce dell’origine del concetto e della pratica a cui rimanda, può essere di ispirazione anche fuori dalla Chiesa, ovunque si tratti di costruire il bene comune nello spazio pubblico.


Parresia e libertà

La parresia, infatti, è una qualità del discorso che manifesta il rapporto personale di chi parla con la verità. Esprimersi con parresia significa dire apertamente ciò che si pensa e si ritiene vero, anche se questo è rischioso per la propria incolumità fisica o la propria reputazione, compromettendosi in prima persona, senza preoccuparsi delle conseguenze.

La si può illustrare bene a partire da un episodio degli Atti degli apostoli. Pietro e Giovanni proclamano nel tempio a Gerusalemme di aver guarito un paralitico per la fede nella resurrezione di Gesù; vengono arrestati e interrogati dai sacerdoti, dagli scribi e dai capi del popolo e anche a loro fanno lo stesso discorso apertamente (cfr Atti 3,1-4,12). Il sinedrio resta sconcertato non tanto dalla risposta degli apostoli, quanto dalla loro parresia (termine tradotto con franchezza nella versione italiana della CEI) e cerca di impedire loro di continuare a predicare nel nome di Gesù, senza riuscirvi.


Atti
4,13-20

13 Vedendo la parresia di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, si meravigliavano e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù; 14 vedendo poi in piedi vicino a loro l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare. 15 Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro 16 dicendo: «Che dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme e non possiamo negarlo. 17 Ma perché non si divulghi di più tra il popolo, ordiniamo loro con minacce di non parlare più ad alcuno in quel nome». 18 E, richiamatili, ordinarono loro di non parlare assolutamente né di insegnare nel nome di Gesù. 19 Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se è giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Dio, giudicatelo voi; 20 noi non possiamo non parlare di quello che abbiamo visto e ascoltato».


Il discorso di Pietro e Giovanni non è forbito, costruito secondo le regole della retorica per convincere gli ascoltatori: tutti si rendono conto che sono persone semplici e senza istruzione. Eppure le loro parole sono portatrici di un’evidenza che spiazza e rende quasi impossibile replicare, come quando ci si trova davanti a un dato di fatto, in questo caso la guarigione del paralitico che stava in piedi davanti a tutti: non possiamo negarlo. Viene, invece, rifiutata la spiegazione dell’evento prodigioso per le possibili conseguenze: il discredito presso il popolo delle autorità religiose ebraiche, colpevoli di non aver riconosciuto Gesù come messia e di averlo fatto crocifiggere, mentre Dio gli ha reso testimonianza resuscitandolo. Sentendosi messo in discussione, il sinedrio aggredisce e minaccia gli apostoli, ricevendo da loro una risposta altrettanto diretta e franca: noi non possiamo non parlare.

La parresia, quindi, consiste nel “dire tutto” – secondo la radice greca pan-rhêma, “tutto ciò che viene detto” –, ma la si riconosce dal modo in cui ci si esprime, apertamente, non dal contenuto o dalla forma del discorso. Lo scopo a cui mira, infatti, non è persuadere, ma semplicemente affermare il vero. Perciò non è manifestata dalla capacità oratoria di chi parla, né dall’effetto prodotto sull’interlocutore, ma dalle conseguenze che può avere su chi la pratica a partire dalla reazione di chi ascolta. Inoltre, non è legata allo status, al ruolo sociale o istituzionale di chi parla, ma alla sua libertà, al non nutrire timori reverenziali o preoccupazione per se stessi. Anzi, in genere la parresia non è tipica di chi esercita un qualche potere, proprio perché è connessa a un rischio e quindi richiede una grande libertà interiore. Come accennato, era un diritto-dovere degli ateniesi, riservato agli uomini liberi, su cui si basava la democrazia, insieme all’isegoria (il diritto di prendere la parola nelle assemblee) e all’isonomia (il diritto di partecipare all’esercizio del potere; cfr FOUCAULT M., Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, Roma 1996, 3-13, ed. or. 1983).

Nell’Antico Testamento il termine compare 14 volte, soprattutto nei libri più recenti, segno della sua recezione a partire dal contatto con l’ellenismo. Nella versione greca del Levitico l’espressione con parresia è adottata per rendere un termine ebraico indicante la dignità dell’uomo libero, manifestata dal suo procedere “con la testa alta”: Io sono il Signore, vostro Dio, che vi ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, perché non foste più loro schiavi; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta (Levitico 26,13).

Nel Nuovo Testamento, invece, le ricorrenze dei termini relativi a questo modo di esprimersi liberamente salgono a 40, segno dell’importanza acquisita da questo atteggiamento presso i primi cristiani, i quali così stabiliscono una corrispondenza fra l’ambito politico, in cui gli uomini liberi possono e devono esercitare la parresia, e quello religioso, in cui i veri testimoni parlano con altrettanta libertà e franchezza.


Parresia e verità

Lo si vede anche dal modo in cui l’evangelista Giovanni racconta il processo di Gesù (cfr Giovanni 18,19-40). Interrogato dal sommo sacerdote circa il suo insegnamento, risponde di aver parlato apertamente (lett. con parresia) al mondo, insegnando in sinagoga e al tempio: se vuole, può informarsi da chi lo ha ascoltato. Lo schiaffo ricevuto da una delle guardie, che interpreta questa franchezza come una mancanza di rispetto, non intimorisce Gesù, anzi, gli dà l’occasione per interrogare direttamente la coscienza dell’aggressore: Se ho parlato male, mostra dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? (v. 23). Altrettanta libertà interiore si manifesta nel successivo interrogatorio da parte di Pilato, quando l’accusa di essersi proclamato re fa assumere alla vicenda anche una valenza politica ed è così grave da comportare il rischio della vita. Gesù non solo non si scagiona in alcun modo, ma afferma apertamente di essere re, sebbene non secondo i criteri del mondo: la sua parresia si esprime nell’ambito religioso come in quello politico.

In entrambi il nodo problematico è la questione della verità, su cui non a caso converge il dialogo. Infatti, quando Pilato chiede a Gesù: Dunque tu sei re?, lui gli risponde: Tu lo dici: sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce e il governatore romano replica: Che cos’è la verità?, ponendo, da uomo scettico del I sec. d.C., una domanda che attraversa i secoli e muove la storia (vv. 37-38). In questo caso, la parresia di Gesù rende manifesta la verità: è innocente, anche se questo non basta a salvargli la vita, perché chi lo ascolta non è disponibile ad accogliere il vero in tutte le sue conseguenze, in particolare quella di andare contro la ragion di Stato (Se lo liberi, non sei amico di Cesare, urla la folla a Pilato, Giovanni 19,12).

Ma, più in generale, che relazione c’è fra parresia e verità? Chi dice tutto apertamente, esprimendosi con libertà, è per ciò stesso veritiero? Come si è visto, la parresia da sola non permette di stabilire se quanto viene affermato sia vero, perché riguarda il modo di parlare e non il contenuto del discorso. Ciò che viene detto è un dato di fatto per chi parla, una verità derivante da un’esperienza personale e non frutto di elaborazione razionale, ma, quando viene comunicato a chi non ha il medesimo riferimento esperienziale, il discorso diventa un’interpretazione, un’opinione personale o condivisa da alcuni, che può essere riconosciuta come vera o falsa e quindi recepita o meno, come nel caso della risposta di Gesù a Pilato o degli apostoli al sinedrio (cfr ARENDT H., Verità e politica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, 44-59, ed. or. 1967). In questa situazione, la parresia può avere un ruolo determinante nella comunicazione: attraverso un modo di esprimersi semplice, aperto e diretto, essa collega fatto e interpretazione, manifestandone l’unità e rendendone accessibile la verità. Permette così di uscire dal conflitto delle interpretazioni, potenzialmente illimitato, e di liberarsi dai sofismi di una retorica troppo articolata.

Inoltre, essendo legata al rischio cui si espone chi parla con franchezza, la parresia, prima ancora di essere una caratteristica del discorso, è una qualità della persona, che ne manifesta la statura morale. Nata come diritto-dovere dell’uomo libero, col tempo diventa sempre più una virtù, in particolare del consigliere del re, del filosofo e del testimone in genere, come i martiri cristiani (cfr FOUCAULT M., Il governo di sé e degli altri, Feltrinelli, Milano 2009, 48-65, ed. or. 1983). Come tale può essere acquisita mediante l’esercizio e l’ascesi, ma richiede un’opzione di fondo: la verità esiste e si rivela a chi è disponibile a cercarla e riceverla in tutte le sue conseguenze. La parresia, infatti, può nascere solo dopo l’incontro personale con una realtà innegabile, alla quale si decide di aderire comunicandola apertamente, accettandone i rischi conseguenti perché si è già accettato di lasciarsi mettere in discussione dalla verità, esponendosi a essa disarmati. Così, quando la virtù della parresia si manifesta nel discorso, rende evidente il rapporto personale intrattenuto da chi parla con il vero e può esercitare su chi ascolta un effetto di sorpresa disarmante e condurre al riconoscimento della verità.

Per questo la parresia non ha nulla a che vedere con l’espressione senza filtri di ciò che si pensa, spesso volgare e provocatoria fino all’offesa aperta. Negli ultimi decenni la ricerca del consenso per mezzo della denigrazione dell’avversario e una sopravvalutazione ideologica della spontaneità hanno fatto passare per credibili le opinioni di chi impiega il turpiloquio o l’aggressività, soprattutto tra i politici, che invece andrebbero interpretate come indice di distanza dalla verità o per lo meno della sua distorsione in funzione di interessi personali.

La spontaneità della parresia, invece, è frutto di esercizio, è una virtù acquisita assoggettandosi alla disciplina della verità, si fa carico del rischio dell’impopolarità e rende credibile ciò che viene detto perché credibile è diventato chi lo dice. In questo senso, quindi, la parresia non coincide con la verità, ma è una via etica verso il suo riconoscimento e la sua comunicazione, giocata su due livelli: quello interiore (la sincerità verso se stessi, l’onestà intellettuale e la rettitudine morale) e quello esteriore (la parola aperta e franca).


Parresia e dibattito

In più occasioni papa Francesco ci ha sorpreso con il suo linguaggio semplice e diretto, che ad alcuni è apparso provocatorio e inappropriato. Ma la provocazione – ammesso che di questo si tratti – non è certo nell’intenzione comunicativa del Papa, quanto piuttosto in un modo di esprimersi con franchezza che chiama direttamente in causa chi ascolta e al quale non ci si può sottrarre ricorrendo al politically correct.

La parresia è una virtù di chi desidera incidere sulla realtà, trasformarla nei suoi aspetti lontani dalla verità e dalla giustizia, come nel processo avviato da Nelson Mandela per la riconciliazione in Sudafrica. Papa Francesco ne ha fatto un elemento qualificante del suo papato e ha sollecitato anche i vescovi a praticarla, per procedere verso quella maggiore collegialità nel governo della Chiesa voluta dal Concilio (cfr Evangelii gaudium, n. 32). La parresia, infatti, unisce in sé l’atteggiamento religioso e quello politico della ricerca e della comunicazione della verità e perciò può essere risolutiva in tutti i processi di riforma, dentro e fuori la Chiesa.

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