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A Diogneto

Fascicolo: 
«La Chiesa, che è insieme “società visibile e comunità spirituale” cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena; essa è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio» (CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965, n. 40). Queste parole esprimono in modo sintetico e completo la visione proposta dal Concilio Vaticano II sulla presenza e l’impegno della Chiesa nel mondo: quest’ultimo, con i suoi slanci e le sue contraddizioni, non è una realtà estranea o nemica per i cristiani – come in passato alcune visioni integraliste e di rifiuto hanno sostenuto (cfr Valadier 2003, 17-32) –, ma il luogo in cui spendersi collaborando con Dio, che è sempre all’opera nel creato, ed entrando in dialogo con la realtà in cui si vive con uno spirito aperto e attento a cogliere i segni dei tempi.

Alla base di questa visione vi sono testi evangelici, scritti patristici e opere teologiche, tra cui un breve testo dei primi secoli del cristianesimo – l’A Diogneto (in seguito indicata con la sigla AD) – cui fa riferimento anche il passo della Gaudium et spes che presenta la Chiesa «come […] quasi l’anima della società umana». Questo riferimento – come quelli presenti in altri documenti conciliari (Lumen gentium, n. 38; Dei Verbum, n. 4; Ad gentes, n. 15) – è una testimonianza dell’influenza ampia e profonda che questo scritto apologetico ha esercitato sulla riflessione in merito al ruolo che i cristiani sono chiamati a svolgere nella società (cfr Lazzati 1986). In effetti, pur a distanza di secoli dalla sua composizione, l’AD è ancora capace di provocare il suo lettore, se il suo linguaggio e le sue affermazioni sono ricollocati nel contesto storico e culturale del suo tempo, così da coglierne l’attualità e la fecondità senza cadere in letture semplificanti del suo contenuto.


Cristiani nella Roma imperiale

La storia del manoscritto dell’AD è rocambolesca. Dimenticato per secoli e ignorato dagli scritti dei Padri della Chiesa, una sua copia, destinata a essere utilizzata per impacchettare il pesce in una pescheria, fu ritrovata per caso a Bisanzio nel 1436 da un umanista italiano, Tommaso d’Arezzo. Da quel momento, per il suo valore letterario e teologico, il testo è stato a lungo studiato, ma restano scarne le informazioni sicure al suo riguardo. Si presume che sia stato composto in greco tra la fine del II e l’inizio del III secolo all’interno della comunità cristiana di uno dei grandi centri urbani dell’impero romano (tra le ipotesi formulate, Alessandria d’Egitto o la stessa Roma), ma non si hanno notizie certe sull’identità né dell’autore né del destinatario, indicato col nome fittizio di Diogneto. L’AD si rivolge a un pagano ed è stata scritta con un duplice intento: difendere i cristiani dalle critiche rivolte loro da ebrei e pagani e presentare in positivo la fede cristiana, affinché il lettore possa abbracciarla divenendo così «un uomo nuovo» (AD II, 1, per le prossime citazioni sarà indicato solo il riferimento al capitolo).

Per poter apprezzare appieno l’argomentazione dell’AD, va tenuto presente che al tempo della sua composizione i cristiani erano una minoranza all’interno dell’impero romano e non potevano professare pubblicamente la propria fede. Le loro comunità – la cui composizione sociale era variegata, comprendendo tanto appartenenti alle classi sociali superiori quanto persone più modeste e schiavi – si concentravano nelle grandi e medie città, soprattutto nella parte orientale del Mediterraneo. La quotidiana coabitazione tra cristiani e non cristiani nel medesimo contesto urbano è l’orizzonte al cui interno sono elaborate le argomentazioni dell’AD. L’A. intendeva presentare la fede cristiana tenendo conto dei problemi, ben concreti, generati dalle differenze tra lo stile di vita dei cristiani e quello della maggioranza della popolazione, caratterizzata religiosamente, culturalmente e politicamente dal paganesimo. Tutto questo perché l’adesione al cristianesimo toccava – e tocca – tutte le dimensioni dell’esistenza umana, incluso il modo di essere cittadini attivamente presenti e impegnati nella propria società a vari livelli (quello della città e dell’impero al tempo dell’AD, quello locale, nazionale e globale oggi).


Uno stile di vita paradossale

A differenza di altri scritti cristiani coevi e simili, come l’Apologia di Aristide, l’AD si caratterizza per l’ampio spazio dedicato alla presentazione del cristianesimo. Dei dodici capitoli di ineguale lunghezza che la compongono, solo tre (II-IV) sono dedicati a confutare le affermazioni di pagani ed ebrei. Il resto, pari ai due terzi dell’intero testo, espone nei capp. V e VI «un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale», qual è quello dei cristiani (V,4), facendo ricorso a due immagini: la prima è quella dei cristiani che «vivono nella loro patria, ma come forestieri» (V,5); la seconda, poi ripresa da Gaudium et spes, è che «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI,1). I capitoli VII-XII si concentrano infine sulla presentazione di ciò che permette ai cristiani di vivere in questo modo: la fede in Dio, autore della creazione, che si è fatto uomo per amore dell’umanità. Nel tempo sono state riprese e commentate le affermazioni dei capp. V-VI, che tuttavia possono essere comprese appieno solo tenendo conto dello sviluppo teologico dei successivi capitoli.

La questione centrale affrontata dall’AD è come poter essere a pieno titolo cristiano e cittadino nell’impero romano a cavallo tra il II e il III secolo. Nell’argomentazione, l’A. tiene fermo un punto cruciale: è inutile cercare una differenza tra i cristiani e gli altri cittadini dell’impero romano a livello esteriore. Non è sul piano dell’apparenza fisica, della lingua parlata, degli abiti indossati o del cibo consumato che è possibile individuare qualche forma di distinzione (cfr riquadro a p. precedente).


A Diogneto, V,1-4

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.


Senza voler negare l’esistenza di una differenza, si intende sottolinearne la natura più sottile. Essa va ricercata su un piano interiore – quello delle motivazioni e degli atteggiamenti di fondo che si traducono in comportamenti – piuttosto che su quello esteriore di una serie di elementi (lingua, cibo, abiti, ecc.) che testimoniano dell’appartenenza socioculturale a un popolo. Per permettere ai lettori di cogliere questa novità del cristianesimo, l’AD fa ricorso alle due immagini menzionate, che sono riprese dal diritto e dalla filosofia, due ambiti che sono espressione della migliore eredità ricevuta dal mondo antico. In modo simile alle parabole evangeliche, le immagini permettono infatti all’A. di esporre la propria tesi, pur nella consapevolezza che il tema non può essere affrontato in modo esauriente. Significativa, in questo senso, la presenza di due immagini complementari, quasi che il ricorso a una sola non sia sufficiente per permettere ai lettori di andare più in profondità. Questa scelta lascia uno spazio al lavoro di comprensione personale da parte del lettore, di ieri e di oggi.


«Vivono nella loro patria, ma come forestieri» (V,5)

L’immagine dei “forestieri residenti” (in greco paroikos, da cui deriva il termine “parrocchia”) fa riferimento al diritto romano del tempo, che riconosceva questo statuto giuridico al cittadino di una delle città dell’impero trasferitosi in un’altra senza averne acquisito la cittadinanza. Il ricorso a questa immagine, presente anche in 1Pietro 1,1, evoca immediatamente una duplice appartenenza. Come un forestiero residente, il cristiano partecipa attivamente alla vita della città dove abita, rispettandone le leggi e i costumi se non contraddicono la sua fede (V,6-7). La menzione dei matrimoni, delle nascite, della convivialità è fatta per rafforzare l’affermazione che non vi è differenza tra il comportamento dei cristiani e degli altri cittadini a livello sociale e culturale.


A Diogneto, V,5-17

5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.


Ma, al contempo, i cristiani sono titolari di un’altra cittadinanza, ben più significativa per loro: «sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo» (V,8-9). Il testo si spinge ancora oltre, affermando che i cristiani sono come stranieri rispetto alla loro patria: il rapporto con essa è compreso e vissuto alla luce di un’appartenenza più fondamentale e originaria data dalla cittadinanza nel cielo. La duplice cittadinanza, ordinata secondo una scala di valori, si traduce in una radicale libertà interiore, che è all’origine dell’agire paradossale dei cristiani. Infatti, «partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera» (V,5). I cristiani, come buoni cittadini, si impegnano con generosità nel costruire il bene comune, al punto che l’A. afferma che non solo obbediscono alle leggi, ma con la loro vita le superano: il loro orizzonte si allarga al perseguimento di un bene ancora maggiore.

Di fronte al comportamento dei cristiani non mancano le reazioni ostili, puntualmente riferite nel testo (V,11-17), che però è più interessato a sottolineare la risposta dei cristiani. In una descrizione dai tratti idealistici, le violenze subite non smorzano il loro impegno e non mutano il loro atteggiamento verso la società, caratterizzato da apertura e benevolenza maturate alla luce del Vangelo.


I cristiani anima del mondo

Se l’ambito del diritto aveva fornito l’immagine dei “forestieri residenti”, la seconda, introdotta nel cap. VI, è mutuata dalla filosofia, in particolare dalle correnti filosofiche che si richiamano a Platone e dallo stoicismo.


A Diogneto, VI,1-10

1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. 2. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. 3. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. 4. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. 5. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. 6. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. 7. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. 8. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. 9. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. 10. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.


La tesi principale è dichiarata in apertura: «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI,1). Il parallelo tra l’anima e i cristiani è giocato su due elementi: da un lato, la diffusione dell’anima in ogni parte del corpo implica che non vi sia un luogo o una dimensione del mondo estranea ai cristiani; dall’altro, questa diffusione dell’anima nel corpo e dei cristiani nel mondo non ne implica l’identificazione. La realtà del mondo, come quella del corpo, ha una consistenza propria e legittima, che va riconosciuta. Questo significa che i cristiani non possono disinteressarsi delle sorti della società dove vivono, tanto più che l’AD afferma che per essi «non è lecito abbandonare» il posto dove Dio li ha messi (VI,10). Con queste parole, si sottolinea che ogni tentazione di fuga mundi è una sorte di diserzione non solo di fronte alla sfera civile, ma anche di fronte a Dio. Se per un verso l’AD condanna ogni forma di defezione rispetto agli impegni assunti o ricevuti nella società, dall’altro non li assolutizza. La realtà del mondo ha una dimensione transitoria (cfr VI,8) e non costituisce l’orizzonte ultimo delle speranze del cristiano. L’attesa «dell’incorruttibilità dei cieli» (VI,8), senza giustificare alcuna forma di disimpegno, è il criterio interno che guida l’azione dei cristiani nella società. Ritorna così il carattere paradossale della loro presenza nel mondo prima espresso con la «cittadinanza nel cielo».

L’immagine viene poi fatta evolvere per esprimere un ulteriore elemento: come l’anima nel corpo, così «i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo» (VI,7). Già prima il testo diceva che i cristiani con la loro povertà rendono ricchi molti (V,13), ma ora l’affermazione diviene più radicale perché il ruolo dei cristiani è equiparato a quello di una colonna portante. La giustificazione di una posizione così forte è formulata nelle frasi centrali del brano: ciò che rende i cristiani l’anima del mondo è l’amore nei confronti del mondo che li odia senza ragione, come fa il corpo con l’anima (VI,5-7).

Alla base della condotta paradossale, espressa attraverso le due immagini citate, vi è la fede cristiana. Partendo dalla rivelazione di Dio che si compie nell’incarnazione di Gesù Cristo e si manifesta come mistero di salvezza nella Pasqua, l’autore dell’AD mostra che lo stile di vita dei cristiani è caratterizzato da due principi guida. Da un lato, vi è il giudizio positivo nei confronti del mondo, oggetto della cura di Dio nella creazione e nella redenzione. Per questo, nessuna realtà creata può essere giudicata negativamente o rifiutata a priori. Dall’altro, i cristiani sono chiamati a impastarsi nel mondo per testimoniare con le parole e le azioni sia l’amore che ne è l’origine sia l’orizzonte escatologico ultimo verso il quale l’intera creazione si muove.

Dietro questa comprensione del ruolo dei cristiani nel mondo vi è di certo l’influenza esercitata da alcuni passi evangelici in cui Gesù parla del «sale della terra» e della «luce del mondo» (cfr Matteo 5,13-14). La lettura che ne fa l’AD si traduce nell’abbandono di una visione della religione concentrata sul culto a favore di una testimonianza di fede, che è innanzi tutto un’esperienza interiore per poi prendere corpo in parole e azioni.


Una lettura dell’A Diogneto per l’oggi

Prima ancora di considerarne i contenuti, l’AD ci consegna una lezione di metodo. La sua riflessione sulla presenza dei cristiani nel mondo ha come punto di partenza la situazione storica del suo tempo: un periodo di persecuzioni, in cui il cristianesimo è una minoranza, sovente disprezzata e conosciuta approssimativamente. Il testo dell’AD è un testimone fedele di questa situazione, dando spazio alla realtà delle minacce rivolte ai cristiani. Tuttavia non ne fa motivo di recriminazione, ma la legge a partire dalla fede, nutrita dalle Scritture e dall’attesa escatologica: il mondo non è giudicato ostile, ma è riconosciuto come il luogo in cui operare perché siano sempre più visibili e vissuti l’amore e la giustizia del Vangelo. Tutto ciò prende corpo nella quotidianità dei cristiani in un impegno a vivere e agire secondo la propria fede. Si tratta, dunque, di un pensiero maturato nel confronto con un tempo e un contesto socioculturale ben precisi, ma elaborato a partire dalla prospettiva della fede cristiana.

È proprio questo modo di procedere che rende ancora attuale la riflessione dell’AD, anche alla luce delle recenti violenze perpetrate contro i cristiani in alcuni Paesi e di una confusa conoscenza del cristianesimo. L’AD non prospetta una sterile opposizione tra i cristiani e il mondo, ma colloca i primi nel secondo in termini di “forestieri residenti”, consapevoli di essere stranieri non «perché il mondo li ha espulsi, cosicché essi potrebbero per tale ragione chiamare cattivo il mondo. E non lo sono neppure perché si sono staccati da un mondo che disprezzano, bensì perché sono stati scelti dal mondo» (Windisch 2007,108) per testimoniare una logica, quella evangelica, che mette in discussione quelle contrarie all’uomo, come la cultura dello scarto denunciata da papa Francesco.

Le immagini impiegate nell’AD conservano tutta la loro freschezza ed efficacia, ma volendone usare altre si può fare ricorso a una coppia di verbi: vegliare e risvegliare. I cristiani nel mondo sono chiamati a vegliare nel duplice significato di questo termine. Da una parte, si prendono cura della creazione; dall’altro, attendono con impazienza la parusia, la venuta del Signore. Sono, perciò, come la sentinella che attende l’aurora (Salmo 130,6): nelle tenebre della notte aspetta fiduciosa l’avvento della prima luce del giorno. Così, i cristiani custodiscono il mondo e lo scrutano per potervi riconoscere i segni della presenza di Dio all’opera. Inoltre sono chiamati a risvegliare l’umanità, distogliendola dal torpore della routine e delle piccole preoccupazioni in cui rischia di smarrirsi, per rimettere al centro il rispetto dei valori fondamentali della dignità della persona e della convivenza civile. L’esercizio di questo duplice compito non è di certo slegato dalla realtà in cui si è inseriti. Rifuggendo da ogni astrazione o teoria, i cristiani, come singoli e come comunità, sono chiamati a confrontarsi con le questioni problematiche presenti nei Paesi in cui vivono (dall’educazione alla legalità, dalla lotta alla povertà alla promozione di uno sviluppo giusto e sostenibile), per riconoscere quali siano prioritarie e cercare di dare una risposta efficace e concreta, o, in altri termini, incarnata. Così facendo, i cristiani diventano cooperatori di Dio immettendo nel mondo uno spirito nuovo, un dinamismo di vita capace di trasformare la realtà e aprire la strada a una comprensione rinnovata e liberante della vita, intesa come dono ricevuto da condividere.

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