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Aperture

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Il 1º ottobre 2012, in occasione dell’imminente inaugurazione dell’Anno della fede indetto da Benedetto XVI, l’allora card. Bergoglio indirizzava alla diocesi di Buenos Aires una lettera pastorale dal titolo Varcare la porta della fede (testo in italiano in www.missionline.org/index.php?l=it&art=5424), che inizia significativamente richiamando due situazioni di fondo contrapposte, raffigurate attraverso le immagini della porta chiusa e della porta aperta: «La porta chiusa è un simbolo del mondo di oggi. È più di un semplice dato sociologico; è una realtà esistenziale che va segnando uno stile di vita, un modo di porsi di fronte alla realtà, di fronte agli altri, di fronte al futuro […] L’immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo della luce, dell’amicizia, della gioia, della libertà, della fiducia. Quanto abbiamo bisogno di ritrovarla! La porta chiusa ci fa male, ci paralizza, ci separa».

Abbozzato questo quadro, la Lettera sottolinea come sia proprio di Dio prendere l’iniziativa per aprire varchi di novità nella storia, la quale rischia sempre di nuovo di trovarsi rinchiusa in gabbie (di ordine ideologico, istituzionale) coartanti. È quanto trova conferma in diverse pagine delle Scritture ebraico-cristiane.


Le aperture di Dio

In punti nodali della Bibbia viene ripetutamente aperta una finestra sul futuro, in modo tale da orientare in avanti l’attenzione e lo sguardo del lettore. C’è, di volta in volta, «un fiume da attraversare, una città e un santuario da costruire, qualcuno da aspettare» (SKA J.-L., Il libro sigillato e il libro aperto, EDB, Bologna 2005, 57). In tal modo, il testo biblico mostra che Dio, lungi dall’imbalsamare la realtà, la apre e la sospinge instancabilmente verso possibilità inedite.

Ciò è vero a partire dall’evento fondatore della fede di Israele, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, quando, grazie all’intervento divino, il mare, che appariva un ostacolo insormontabile, si divise (cfr Esodo 14,21), aprendo agli israeliti un passaggio insperato verso la libertà: Hai aperto il mare davanti a loro ed essi sono passati in mezzo al mare all’asciutto (Neemia 9,11). Tale evento rimarrà come punto di riferimento fondamentale per ogni generazione. In particolare, sosterrà la fede dei deportati a Babilonia allorché – caduta Gerusalemme e distrutto il Tempio, venute conseguentemente meno le istituzioni regale e sacerdotale – sembrava non esserci per loro alcun futuro.

Sarà Isaia a sostenere la fiducia degli esuli, orientando il loro sguardo verso la novità sorprendente che Dio stava per attuare, significativamente descritta come un nuovo esodo: Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Isaia 43,16-19).

Isaia invita a guardare il proprio tempo, con tutta la sua problematicità, alla luce del Dio dell’esodo: colui che aprì una strada nel mare facendo uscire il suo popolo dalla condizione servile, sarà in grado di aprire una strada nel deserto così da ricondurre i suoi nella terra della benedizione. Proprio questa conoscenza del Signore, maturata non per via intellettuale ma per esperienza vissuta, costituisce il fondamento su cui Israele andrà approfondendo la propria fede, nella convinzione che l’agire divino si riconosce per le aperture che crea. Così, nel duro cammino attraverso il deserto, il Signore aprì la roccia per farne scaturire acqua (Salmi 105,41); a suo tempo apre il cielo e dona la pioggia che feconda la terra (Deuteronomio 28,12); giorno dopo giorno apre la mano e nutre ogni vivente (cfr Salmi 104,28; 145,16). Ancora: apre gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi, affinché imparino a riconoscere i suoi interventi liberatori (cfr Isaia 35,5). Tiene aperti i suoi stessi occhi e le sue stesse orecchie verso il Tempio, pronto ad ascoltare le preghiere che gli vengono rivolte: Ora, mio Dio, i tuoi occhi siano aperti e le tue orecchie attente alla preghiera innalzata in questo luogo (2Cronache 6,40; cfr anche 1Re 8,29.52). È il Signore della vita: apre il grembo materno (Isaia 66,9), chiamando all’esistenza realtà che ancora non esistono; apre i sepolcri ridando la vita ai morti: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele (Ezechiele 37,12).


Le aperture di Gesù

Secondo la testimonianza neotestamentaria, anche l’agire di Gesù si caratterizza per le aperture che introduce nella vita di chi lo incontra. Egli apre gli occhi del cieco di Gerico, ripiegato su se stesso (cfr Marco 10,46-52); apre gli orecchi del sordomuto, pronunciando autorevolmente la parola Apriti! (cfr Marco 7,34); apre la tomba di Lazzaro, gridando: Vieni fuori! (cfr Giovanni 11,43); risorto, attraversa le porte del cenacolo chiuse dai discepoli per paura (cfr Giovanni 20,19) e apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture (cfr Luca 24,31.45).

Si può dire che il tratto peculiare dello stile relazionale di Gesù consista nella pratica di un’ospitalità senza frontiere, aperta a tutti. Egli è capace di uno sguardo ammirato e accogliente verso ogni persona che incrocia il suo cammino. In tal modo, aiuta chiunque lo incontra a riconoscere come la propria vita faccia parte di una storia sensata (cfr THEOBALD C., Transmettre un Évangile de liberté, Bayard, Paris 2007, 2138).

Gesù apre orizzonti impensati, aiutando le persone a leggere la propria vicenda individuale e il proprio tempo alla luce del cammino da lui stesso percorso. In questa linea, risulta particolarmente istruttivo il lungo racconto che occupa i capitoli 4 e 5 del libro dell’Apocalisse, che hanno la funzione di introdurre i temi principali che verranno sviluppati nel resto dell’opera. Il racconto inizia attirando l’attenzione su una porta aperta nel cielo (Apocalisse 4,1). L’immagine ha valore simbolico. Indica la possibilità – concessa all’autore dello scritto e ai futuri lettori – di accedere a una visione della realtà da una prospettiva “celeste”, di entrare, cioè, in una intelligenza del senso profondo della storia guidata da Dio.

Tale penetrante lettura, annunciata all’inizio, trova il suo vertice nel testo di Apocalisse 5,1-7.


Apocalisse
5,1-7

1 E vidi nella mano destra di Colui che sedeva sul trono un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2 Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3 Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro né di guardarlo. 4 Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro né di guardarlo. 5 Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». 6 Poi vidi in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello in piedi, come immolato. Aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7 Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono.


Dio viene presentato seduto in trono, nella sua qualità di Re che governa la storia. Nella mano destra tiene un libro che, essendo a forma di rotolo, costituisce una sorta di scettro con cui egli dirige il corso degli eventi. Il libro compendia simbolicamente il piano di Dio sulla storia. Ma è sigillato in modo totale (con sette sigilli), per cui nessuno risulta in grado di aprirlo, cioè di cogliere, nella confusione delle vicende umane, la direzione e il senso delle cose. Di qui lo smarrimento dell’uomo, rappresentato dal pianto del narratore. Ma ecco l’annuncio sorprendente: il libro è stato aperto dal Cristo! È lui l’unico capace di romperne i sigilli, cioè di sciogliere l’enigma dell’esistenza. È la sua vicenda emblematica, culminata negli ultimi giorni a Gerusalemme, che costituisce la chiave interpretativa della storia, personale e universale.


E la Chiesa?

In conformità all’agire di Dio nel mondo e, soprattutto, in continuità con lo stile relazionale di Gesù, la Chiesa è chiamata a condurre la sua testimonianza nel segno dell’apertura cordiale, contrastando, tanto al suo interno quanto all’esterno, tutto ciò che produce ripiegamento, chiusura ed esclusione.

Secondo gli Atti degli Apostoli, questo orientamento di fondo, pur avendo incontrato resistenze, ha caratterizzato le prime comunità cristiane. Deve, conseguentemente, caratterizzare la Chiesa di ogni tempo. È quanto trova efficace espressione in un commento agli Atti degli Apostoli, di cui merita riportare un’ampia citazione: «Sono molti gli esclusi ai quali il vangelo della salvezza deve essere annunciato e a cui la comunità cristiana deve essere attenta e aperta. C’è chi si sente escluso per la propria mancanza culturale, per la propria condizione sociale. C’è chi pensa di essere escluso per la propria debolezza morale o per la propria fatica a credere. Non c’è nessuno escluso dal vangelo che è per i semplici, che è destinato con preferenza per i poveri, che è annuncio di riconciliazione e di speranza per i peccatori, che vuol essere luce per chi fatica nel dubbio e nell’incertezza. Questa forza inclusiva del messaggio cristiano deve apparire negli atteggiamenti e nell’azione evangelizzatrice della comunità cristiana che deve riservare proprio a queste persone la sua attenzione e la sua sollecitudine maggiore… Occorre che siano le comunità cristiane a essere così evangelicamente aperte e libere da pregiudizi, come lo è stato Cristo nel suo annuncio e nella sua prassi, per far sì che i lontani ed esclusi si sentano accolti» (BARBI A., Atti degli Apostoli [Capitoli 1-14], Messaggero, Padova 2003, 242).

È su questa figura di Chiesa «con le porte aperte» che papa Francesco ha attirato più volte l’attenzione. Emblematico è un passaggio della Evangelii gaudium, l’esortazione apostolica postsinodale che costituisce il testo programmatico del suo ministero: «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte… Ma ci sono altre porte che pure non si devono chiudere. Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (Evangelii gaudium, n. 47).

Significativa è anche l’omelia pronunciata il 15 febbraio scorso alla presenza dei cardinali, nella quale il Papa ha commentato la guarigione di un lebbroso, narrata in Marco 1,40-45. Rilevato che Gesù ha avvicinato e toccato un malato da cui bisognava tenersi a distanza, incurante della reazione scandalizzata che avrebbe potuto suscitare nei presenti, ha così continuato: «Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali». Sono parole che richiamano alla mente il testo di Matteo 23,13: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; infatti voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci, in cui Gesù sviluppa «una critica radicale dei poteri religiosi che si rinchiudono su se stessi e la loro tradizione, impongono pesanti fardelli, chiudono agli uomini il Regno di Dio al posto di facilitarne l’accesso» (FOSSION A., «Un Vangelo “ordinato”», in Evangelizzare oggi, 12 [2002] 199). È in questa linea che il passo della Evangelii gaudium sopra riportato continua, richiamando il rischio frequente in ambito cristiano di comportarsi «come controllori della grazia e non come facilitatori». È con questa stessa sensibilità che la riflessione della Chiesa dovrà muoversi nel prossimo Sinodo sulla famiglia.

«Che porta si può aprire?», si è chiesto papa Bergoglio a proposito dei divorziati risposati, nell’intervista rilasciata il 7 dicembre 2014 al quotidiano argentino La Naciòn. La risposta non potrà maturare che da una Chiesa che si pone sempre più decisamente come casa aperta della misericordia. Una Chiesa chiamata a essere segno e anticipazione della Gerusalemme celeste, città con le porte sempre aperte: Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte (Apocalisse 21,25). «Cosa c’è di più desiderabile, al termine di una lunga traversata, di una porta aperta?» (SONNET J.-P., Le chant des montées. Marcher à la Bible ouverte, Desclée de Brouwer, Paris 2007, 16).


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