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Giubileo della misericordia: alle radici della solidarietà

A 50 anni dalla chiusura del Vaticano II si aprirà il Giubileo della misericordia, un’occasione per recuperare il legame sociale e della solidarietà alla luce dell’esperienza della salvezza
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Nel secondo anniversario della sua elezione, papa Francesco ha annunciato l’indizione di un Giubileo della misericordia, che inizierà l’8 dicembre 2015 e terminerà il 20 novembre 2016. Nella tradizione della Chiesa il giubileo o anno santo ha messo a tema soprattutto il cammino di purificazione e conversione personale di ciascun fedele, in particolare attraverso la pratica delle indulgenze. In occasione del Grande Giubileo del 2000, invece, s. Giovanni Paolo II ha voluto sottolineare con forza anche la dimensione squisitamente sociale dell’evento, proponendo la remissione del debito estero dei Paesi poveri (cfr lettera apostolica Tertio millennio adveniente, 1994, n. 51). Per apprezzare la portata del suo pensiero a riguardo basta rileggerne il n. 13, che ricorda come «L’anno giubilare doveva restituire l’eguaglianza tra tutti i figli d’Israele» e servire al ripristino della giustizia sociale, giungendo ad affermare che «Nella tradizione dell’anno giubilare ha così una delle sue radici la dottrina sociale della Chiesa».

La scelta di approfondire e vivere la misericordia attraverso un giubileo, invece di limitarsi a una semplice indicazione di un tema su cui focalizzare la pastorale, suggerisce di leggere la proposta in una dinamica radicalmente ecclesiale e sociale. Ma in quale maniera? E con quali prospettive?


1. La dimensione sociale del giubileo
 
Senza addentrarci nelle specificità dell’esegesi biblica, vale la pena riprendere contatto con l’istituzione del giubileo alla sua origine, ascoltando come essa viene esplicitata nel libro del Levitico: «Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. […] Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate» (Levitico 25,8-11).

Per l’Antico Testamento il nucleo del giubileo è dunque una profonda, dettagliata, periodica revisione delle relazioni che strutturano Israele come popolo all’interno di una visione di giustizia e riconciliazione. Innanzi tutto la relazione con la terra, base della sussistenza e mezzo di produzione fondamentale di una società agricola: anch’essa ha diritto a un riposo che ricorda come non possa essere considerata semplicemente oggetto di sfruttamento. Poi quella con la proprietà terriera, di cui si propone la riallocazione periodica sulla base di uno schema originario che consentiva a ciascuna famiglia di disporre di un appezzamento sufficiente a una vita dignitosa, cancellando tutti gli atti di compravendita che potevano essere intervenuti nei 50 anni precedenti. Inoltre il giubileo era anche l’occasione della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi, spesso diventati tali proprio per insolvenza (cfr Deuteronomio 15).

Con le modalità tipiche della cultura biblica, l’Antico Testamento esprime le radici profonde dell’istituzione giubilare. Da una parte il termine «liberazione» guarda alla storia della salvezza e all’esperienza fondamentale dell’uscita dall’Egitto e dalla schiavitù che costituisce Israele come popolo e che non può rimanere un ricordo archeologico, ma deve rimanere vitale, sperimentabile concretamente per ogni generazione. Inoltre, il riferimento del Levitico al ciclo settimanale rimanda alla creazione e al giorno del sabato, che nel riposo ne svela il compimento e il significato. In entrambi i casi il riferimento è dunque a un dono ricevuto come esperienza collettiva, che è salvezza in quanto possibilità concreta di vita, dunque all’esperienza condivisa e solidale di essere oggetto di misericordia da parte di Dio.

Attraverso l’istituzione del giubileo, essa diventa la base per la strutturazione di tutte le relazioni all’interno del popolo: sociali, economiche, di proprietà e anche − cosa ritornata oggi di grande attualità − con l’ambiente in cui si vive. La storia tuttavia insegna come inevitabilmente nel tempo prendano piede dinamiche opposte alla giustizia, che ledono la dignità delle persone, producendo quella che papa Francesco chiama «inequità»: per questo, a intervalli regolari, Dio prescrive al suo popolo di attivare processi di liberazione e di misericordia, per risanare i “guasti” che si sono prodotti.

D’altra parte l’istituzione giubilare guarda al futuro, all’orizzonte escatologico del compimento delle promesse messianiche, con la sua carica utopica e rivoluzionaria, tanto che gli esegeti discutono se essa sia mai stata effettivamente praticata. Si provi, ad esempio, a immaginare la più completa e rigorosa applicazione della remissione dei debiti, che rischierebbe di inceppare il meccanismo del credito, provocando paradossalmente, in una società di sussistenza, una contrazione dei sostegni a disposizione dei poveri e di chi attraversa un momento di difficoltà. Si tratta allora di un orizzonte ideale e irrealistico? Non è così. Nel giubileo, il futuro solidale e rispettoso della dignità di ognuno, anche dei più poveri, non è prospettato al popolo che ha sperimentato la liberazione dalla schiavitù come una utopia ultraterrena alla fine della storia, ma attraverso dinamiche di solidarietà concreta che costituiscono per chi è più fortunato un appello a non dimenticare il dono originario e per chi versa in situazioni di difficoltà un sostegno per tenere accesa la speranza.

Come ebbe a scrivere il card. Martini, le indicazioni per il giubileo nascono dal continuo riconoscimento del vero volto di Dio: «un Dio che sta dalla parte di coloro che invocano e cercano giustizia e si trovano in una condizione di bisogno; un Dio che consola e ridà forza e coraggio a un popolo affranto e distrutto, incapace di vedere un futuro di gioia e prigioniero delle proprie attese disilluse; un Dio che non può sopportare che quanti egli ha amato e liberato diventino a loro volta oppressori» («Lettera per il 50º di “Aggiornamenti Sociali”», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2000] 12).

Sulla base della misericordia ricevuta (il passato che definisce l’identità profonda e quindi preme per restare perennemente attuale) e della “visione” della vita di un popolo armonico e riconciliato, come frutto di quell’esperienza, il giubileo interroga il presente e ne smaschera limiti e incoerenze, proponendo l’attivazione di processi concreti di impegno: è in questa dinamica che trova senso anche il tradizionale richiamo alla conversione personale, che non perde certo validità.


2. Il Giubileo della misericordia

La misericordia è la chiave in cui oggi papa Francesco propone alla Chiesa di declinare la dinamica del giubileo che abbiamo qui sopra tratteggiato, oltre che la cifra complessiva del suo pontificato: la misericordia appare nel suo stemma (episcopale prima, pontificio poi) ed è al cuore del messaggio lanciato al suo primo Angelus, il 17 marzo 2013: «Sentire misericordia, questa parola cambia tutto. È il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza».

In questa prospettiva ripercorriamo alcuni passaggi della esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG). Per il Papa, la misericordia si radica innanzi tutto in una esperienza di vita, personale e di Chiesa: «La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1Giovanni 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24).

Questo «desiderio inesauribile» ha un orientamento preciso: spinge con tutte le sue forze ad andare incontro ai poveri, agli afflitti, ai bisognosi (EG, n. 193). Anzi, proprio questo esercizio della misericordia diventa il criterio di verità della fedeltà al Vangelo, nella comunità primitiva come nella Chiesa di oggi: «Quando san Paolo si recò dagli Apostoli a Gerusalemme per discernere se stava correndo o aveva corso invano (cfr Galati 2,2), il criterio chiave di autenticità che gli indicarono fu che non si dimenticasse dei poveri (cfr Galati 2,10). Questo grande criterio, affinché le comunità paoline non si lasciassero trascinare dallo stile di vita individualista dei pagani, ha una notevole attualità nel contesto presente, dove tende a svilupparsi un nuovo paganesimo individualista. La bellezza stessa del Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» (EG, n. 195).

Questa attenzione prioritaria al grido del povero nel lessico di papa Francesco assume il nome di solidarietà. Di fronte alle insidie della società liquida, la misericordia è la strada per costruire qualcosa di autenticamente solido (la radice di solidarietà). Misericordia e solidarietà non possono allora risolversi in «qualche atto sporadico di generosità» (EG, n. 188), ma diventano la forza strutturante di «una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni» (ivi) e aprono le strutture al cambiamento: «Queste convinzioni e pratiche di solidarietà, quando si fanno carne, aprono la strada ad altre trasformazioni strutturali e le rendono possibili» (EG, n. 189). Ma ancora di più: misericordia e solidarietà sono la base di quel rinnovamento continuo di «convinzioni e atteggiamenti» (ivi) che scongiura la sclerosi di ogni struttura.

Non è difficile rendersi conto di quanto queste parole ripropongano i passaggi essenziali della dinamica del giubileo, che, come abbiamo visto, unisce passato, presente e futuro, ideale e concretezza, nella fedeltà a una esperienza di vita gustata personalmente ma promessa per tutti, unico motore che garantisca alle strutture, anche le migliori, di non irrigidirsi o immobilizzarsi.

Ridare movimento all’esperienza fondante e individuare processi concreti da attivare in occasione del Giubileo della misericordia è la sfida che ci attende nei prossimi mesi, in modo da riproporre nel mondo di oggi la logica che sta dietro la remissione del debito, la liberazione degli schiavi, il riposo della terra e la redistribuzione della proprietà, per salvaguardare la dignità di tutti. Il magistero di papa Francesco in questi primi due anni ci fornisce alcune piste su cui impostare questa ricerca.

La prima è l’identificazione di cammini di riconciliazione e di pace in un tempo in cui si sta combattendo una «terza guerra mondiale a pezzi». La seconda non può che interessare l’«economia che uccide», diventata quindi essa stessa un’arma di questa guerra: l’obiettivo sarà dunque arrivare a una riduzione dell’inequità. Un terzo polo, al quale il Papa ha già annunciato di voler dedicare a breve un’enciclica, è quello dell’ecologia, nella linea dell’assunzione di quel paradigma «che coniuga l’attenzione alle relazioni umane con la considerazione e il rispetto del contesto dove queste si svolgono» (cfr COSTA G., «Da papa Francesco un paradigma ecologico per le riforme», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2014] 799) e al cui interno possiamo collocare la cura per l’ambiente in cui le persone vivono, inteso in tutte le sue dimensioni, dal rapporto con la natura e le sue risorse, alla promozione di una democrazia sostanziale, alla lotta alla corruzione. Tutti temi su cui papa Francesco è tornato a più riprese, così come su quello del ruolo della donna nella Chiesa e nella società, che già Giovanni Paolo II aveva inserito nel programma del Giubileo del 2000 (cfr Tertio millennio adveniente, n. 51).

In questa luce appare chiaro come misericordia e giubileo non siano una questione che riguarda solo i singoli, né tantomeno esclusivamente i cristiani: il giubileo può davvero diventare per tutti una occasione per recuperare il fondamento del legame sociale e della solidarietà. Lo ha sottolineato il card. Walter Kasper, teologo della misericordia e stretto collaboratore di papa Francesco: «Sarà un giubileo “anche per chi non crede” […] Questo nuovo giubileo potrà servire molto a credenti non credenti, cristiani e non cristiani, a recuperare il senso dell’amicizia, dell’ascolto e del perdono reciproco. È qui la genialità dell’annuncio di Francesco» (intervista rilasciata a la Repubblica, 14 marzo 2015).


3. Il Giubileo del Concilio


Il 7 dicembre 1965, giorno di chiusura del Vaticano II, Paolo VI, con la costituzione apostolica Mirificus eventus, indiceva un giubileo straordinario (dal 1° gennaio al 29 maggio 1966) come risposta allo «straordinario evento» del Concilio e come occasione perché le Chiese locali potessero cominciare a farlo proprio. Il Giubileo della misericordia annunciato da Francesco si colloca anche esattamente a «sette settimane di anni» da quel precedente e ben può essere definito come un giubileo del Concilio, di cui riafferma autorevolmente il carattere di evento della storia della salvezza. Ma questo non fa altro che ribadire l’insegnamento di Giovanni Paolo II, proprio in vista del Giubileo del 2000: «In questa prospettiva si può affermare che il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale, attraverso il quale la Chiesa ha avviato la preparazione prossima al Giubileo del secondo Millennio. Si tratta infatti di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo» (Tertio millennio adveniente, n. 18).

Al cuore del Concilio troviamo la riflessione sulla relazione tra Dio e l’uomo (espressa nella costituzione dogmatica Dei Verbum), chiamata a diventare la base strutturante delle relazioni all’interno della Chiesa (costituzione dogmatica Lumen gentium) e della Chiesa con il mondo (costituzione pastorale Gaudium et spes). Nella prospettiva giubilare che abbiamo tracciato nel primo paragrafo, il Concilio rappresenta così l’esperienza di grazia ricevuta che esprime l’ideale a cui costantemente tendere e rispetto al quale si è chiamati a “correggere il tiro”. La legislazione veterotestamentaria sul giubileo partiva dalla constatazione che il tempo inevitabilmente produce “guasti”, per sanare i quali occorre attivare processi di liberazione e di misericordia. Papa Francesco oggi ci ricorda che questo vale anche per le dinamiche relazionali che il Concilio ha proposto alla Chiesa.

Celebrare il giubileo del Concilio significa allora per la Chiesa riprendere in mano il suo modo di vivere le relazioni al proprio interno, chiamate a tradurre quella identità di popolo di Dio in cui il Vaticano II iscrive il ruolo della gerarchia e quello dei laici, in uno stile di sinodalità – cioè di cammino insieme – che papa Francesco non manca di riproporre e che nel percorso dei Sinodi sulla famiglia trova un’occasione per esercitarsi. Ugualmente significa tornare a prendere in mano il modo in cui la Chiesa assume e fa proprie «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes, n. 1), in particolare quelle legate alla pace, alla giustizia e all’ecologia umana.

In questa linea e alla luce del magistero di papa Francesco, assume una particolare pregnanza l’atto che da sempre nella Chiesa è simbolo del giubileo: l’apertura della Porta santa resa possibile dall’abbattimento fisico del muro che la chiude, segno di ciò che sempre opera la misericordia. Se tradizionalmente i fedeli entrano attraverso la Porta santa, la Chiesa, che papa Francesco vuole sempre in uscita, è chiamata a imparare a varcare quella soglia in direzione opposta, per portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio e soprattutto per riconoscerle e incontrarle già all’opera. Il 20 novembre 2016 la Porta santa di San Pietro e delle altre basiliche si richiuderà, ma l’auspicio è che lungo il giubileo la Chiesa possa scoprire quali porte è chiamata a lasciare sempre più aperte (cfr TEANI M., «Aperture», in questo numero alle pp. 342-345), così da essere segno e anticipazione della Gerusalemme celeste, le cui porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte» (Apocalisse 21,25).

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