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Oltre Charlie

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Libertà, fondamentalismo, terrorismo, morte, paura, islam, religioni, valori, identità, dedizione, manifestazioni, rispetto. Sono queste le parole chiave dell’evento che ha marcato indelebilmente l’inizio del 2015: le stragi di Parigi, in cui hanno perso la vita 20 persone: 8 membri della redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, un loro ospite, il portiere e due poliziotti il 7 gennaio; una poliziotta l’8 gennaio; quattro clienti del supermercato Hypercacher di Porte de Vincennes il 9 gennaio, oltre ai tre terroristi.

L’impatto è stato enorme, come quello della manifestazione che l’11 gennaio ha visto sfilare un milione e mezzo di persone solo a Parigi. Tuttavia lungo le prime due settimane dell’anno lo sguardo, pur limitato alle notizie che trovano spazio sui nostri media, rintraccia una fitta costellazione di eventi che, in luoghi e con modalità diverse, articolano gli stessi elementi.

Il 1° gennaio viene diffuso l’appello video apparso su YouTube di Greta e Vanessa, volontarie rapite alla fine dello scorso luglio in Siria dai qaedisti locali, poi liberate il giorno 15. La sera del 2 gennaio arriva a Corigliano Calabro il mercantile Ezadeen, l’ennesima “carretta del mare” abbandonata al largo dall’equipaggio, con il suo carico di 360 profughi.

Come ogni lunedì, il 5 e il 12 gennaio scendono in piazza in Germania (in particolare a Dresda) decine di migliaia di militanti del movimento politico PEGIDA (acronimo tedesco di Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente). Vari edifici simbolici, tra cui la cattedrale di Colonia, spengono le luci per protestare contro quelle manifestazioni, mentre il 6 gennaio 50 personalità della cultura, della politica e dello sport rilasciano al quotidiano Bild dichiarazioni in favore della tolleranza, e iniziano a organizzarsi manifestazioni di opposizione a PEGIDA, che culminano nella veglia del 13 gennaio a Berlino, indetta dopo gli attentati di Parigi e guidata dal presidente Joachim Gauck e dalla cancelliera Angela Merkel.

L’8 gennaio il ramo libico dell’ISIS rivendica l’uccisione – a oggi non confermata – di due giornalisti tunisini rapiti in Libia l’8 settembre 2014, Sofian Chourabi e Nadhir Ktari, definiti «nemici di Allah» che lavorano per «un canale satellitare ostile ad Allah». Ancora l’8 gennaio Boko Haram, il movimento integralista nigeriano, uccide oltre 2mila persone; sempre in Nigeria, il 9 una ragazzina di 10 anni si fa (o viene fatta) esplodere in un mercato, uccidendo 19 persone; il giorno successivo altre due fanno lo stesso.

Il 12 a Peshawar, in Pakistan, gli alunni rientrano nella scuola dove il 16 dicembre scorso un commando di talebani ne aveva massacrati 150. Il 13, infine, un video dell’ISIS mette il mondo davanti all’orrore di un boia bambino.

Eventi di questo genere, con migliaia di morti e il coinvolgimento persino dei bambini, non possono non suscitare forti emozioni: orrore, sconcerto, paura, rabbia. Il racconto di Marie, insegnante della banlieue parigina a cui diamo voce nelle pagine immediatamente successive a questo editoriale, ne offre una vivida testimonianza.

Le emozioni contengono un tesoro prezioso, soprattutto quando segnalano l’attaccamento a qualcosa che riteniamo importante, o, ancora di più, vitale, come la libertà, il diritto alla vita o la solidarietà con le vittime. Hanno un potenziale enorme: riescono a metterci in movimento e farci reagire, come dimostrano le tante manifestazioni di questi giorni. Nascondono però anche un’insidia: quella di farci perdere il lume della ragione, di innescare reazioni sconsiderate, come nel caso della criminalizzazione generica di intere categorie sociali (gli immigrati) o gruppi religiosi (i musulmani). Anche di questo parla il racconto di Marie. In fondo è proprio questo l’obiettivo di ogni autentica strategia del terrore.

L’emotività ha dunque bisogno di essere accompagnata dalla ragione, dal desiderio di comprendere la complessità. Anche la ragione ha bisogno delle emozioni, per non rimanere imprigionata nelle secche dell’astrazione e della rigidità dietro a cui si può celare il volto algido della violenza. Insieme ci possono guidare alla ricerca di soluzioni, magari imprevedibili in una prospettiva solo emotiva o solo razionale.

Non è un compito semplice, richiede rigore e onestà, disponibilità a mettersi in discussione, a far emergere e nominare le resistenze e ad abbandonare i pregiudizi, di qualunque segno. E soprattutto richiede tempo. Le pagine che seguono rappresentano un tentativo di incamminarsi in questa linea di discernimento della realtà sociale e storica in cui viviamo, mettendo a fuoco, come primo passo, soprattutto delle domande, forse scomode, forse apparentemente rimandabili, ma in radice ineludibili.


Un confronto tanto evitato quanto inevitabile

È innegabile che molte reazioni investono il rapporto con l’islam e con i musulmani, il significato e le possibilità di integrazione, i limiti della tolleranza e del diritto alla differenza, il confine fra accoglienza e buonismo, le regole di convivenza e il significato di uguaglianza in una società multiculturale e multireligiosa, ma anche percorsa da divari e discriminazioni economiche e sociali. Già 25 anni fa, nel discorso Noi e l’islam: dall’accoglienza al dialogo (6 dicembre 1990, testo completo disponibile sul sito della Fondazione Martini, <www.fondazionecarlomariamartini.it>), il card. Martini preconizzava: «Nasceranno via via nuovi problemi riguardanti la riunione delle famiglie, la situazione sociale e giuridica dei nuovi immigrati, la loro integrazione sociale mediante una conoscenza più approfondita della lingua, il problema scolastico dei figli, i problemi dei diritti civili, ecc.». Per dare soluzione a questi problemi additava «la necessità di insistere su un processo di “integrazione”, che è ben diverso da una semplice accoglienza e da una qualunque sistemazione. Integrazione comporta l’educazione dei nuovi venuti a inserirsi armonicamente nel tessuto della nazione ospitante, ad accettare le leggi e gli usi fondamentali, a non esigere dal punto di vista legislativo trattamenti privilegiati che tenderebbero di fatto a ghettizzarli e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze». Una strada esigente, autenticamente politica, e l’unica capace di evitare la Scilla (il vortice) del buonismo e il Cariddi (gli scogli) della discriminazione e dell’esclusione.

Il fatto che i nuovi venuti non siano più tali, anzi siano diventati nostri concittadini, magari di seconda generazione – come i tre attentatori parigini – aumenta solo l’urgenza di intraprendere questo percorso, che richiede la pratica di un autentico confronto, evitando gli opposti eccessi di chi reclama a priori un diritto alla blasfemia e di chi fa evaporare qualsiasi traccia di conflitto nell’esasperazione del politically correct. Il terzo ostacolo sulla strada del confronto è quello di mettere a tacere l’altro anziché lasciarlo parlare, o al limite obbligarlo a prendere la parola: è quello che accade quando lo spazio del dibattito pubblico viene predefinito così da risultare inospitale per alcuni, ad esempio espellendone per definizione la religione. Oppure quando tale spazio viene chiuso attraverso l’estremizzazione della polarizzazione identitaria: «o siete con noi o siete con i terroristi», dichiarava il presidente Bush tre settimane dopo l’11 settembre 2001.

Non si tratta di sviluppare il dialogo interculturale e interreligioso genericamente intesi, ma di promuovere ed esigere un confronto aperto tra persone che appartengono a pari titolo alla stessa società. Ai musulmani come cittadini che fanno parte di un contesto globale, abbiamo il diritto e il dovere di rivolgere delle domande fondamentali, dal punto di vista teologico e giuridico, ma anche spirituale e personale, nel pieno rispetto del Corano e dell’osservanza dei precetti di fede. Come interpretate il pluralismo culturale e religioso? Come comprendete la laicità dello Stato e la separazione tra religione e politica? Come conciliate la vostra appartenenza a una comunità religiosa e, allo stesso tempo, a una comunità civile in cui nessuna religione può esercitare un predominio? Quali sono i diritti che ritenete vi siano negati o concessi solo in maniera formale? E quali doveri sentite di dover assumere o faticate ad assumere? Quale apporto potete dare, a partire dalla vostra fede, alla costruzione della pace, a livello locale (nei Paesi a maggioranza musulmana e non) e a livello globale? Quali sono le critiche più forti che vi sentite di muovere? Come potete valorizzare l’apporto di altre religioni e credenze, della cultura occidentale? Come capite i diritti umani e in particolar modo come capite la libertà religiosa, di coscienza, di parola?

Al diritto e al dovere di fare queste domande corrispondono quelli di ascoltare le risposte, con vigilanza critica, ma anche con disponibilità a lasciarsi mettere in questione e sorprendere, abbandonando qualsiasi traccia di quel pregiudizio che porta molti a essere scettici sulla possibilità di questo dialogo, o ancora più radicalmente, sulla capacità dei musulmani e dell’islam di praticarlo davvero, con le loro forme e le loro parole, necessariamente in parte diverse da quelle di altri gruppi e comunità.

In realtà queste domande già circolano nel mondo musulmano, in modo ben più deciso di quanto lo stereotipo vorrebbe far ritenere, come già facevamo trasparire nell’editoriale del numero di ottobre 2014. Più di recente, il 28 dicembre, aveva posto la questione il presidente egiziano al-Sisi in un discorso pronunciato all’Università al-Azhar, considerata il principale centro teologico dell’islam sunnita. In quella occasione, rivolgendosi a teologi e leader religiosi, aveva affermato: «Il mondo musulmano non può più essere percepito come “fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione per il resto dell’umanità”. E le guide religiose dell’islam devono “uscire da loro stesse” e favorire una “rivoluzione religiosa” per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una “visione più illuminata del mondo”. Se non lo faranno, si assumeranno “davanti a Dio” la responsabilità per aver portato la comunità musulmana su cammini di rovina» («Rivoluzione religiosa contro il fanatismo», in L’Osservatore Romano, 3 gennaio 2015).

Il 13 ottobre 2014 il filosofo francese Abdennour Bidar aveva pubblicato sul quotidiano on line Marianne una «Lettera aperta al mondo musulmano» (tradotta il 10 gennaio sulla versione italiana di Huffington Post), in cui chiede all’islam maggiore coraggio nel guardare a se stesso: «Tu ti rifugi nel riflesso dell’autodifesa senza assumerti anche, e soprattutto, la responsabilità dell’autocritica. Ti accontenti d’indignarti, quando invece questo momento storico sarebbe stata un’occasione incredibile per rimetterti in discussione!». Con severità lucida, ma piena di affetto, mette in evidenza le «malattie croniche» del mondo musulmano: «incapacità di costruire democrazie durevoli in cui la libertà di coscienza rispetto ai dogmi della religione venga riconosciuta come diritto morale e politico; difficoltà cronica a migliorare la condizione femminile in direzione dell’uguaglianza, della responsabilità e della libertà; incapacità di separare sufficientemente il potere politico dal controllo dell’autorità religiosa; incapacità di instaurare il rispetto, la tolleranza e un effettivo riconoscimento del pluralismo religioso e delle minoranze religiose». E conclude ribadendo la fiducia nel contributo che l’islam può dare per «fare del nostro pianeta un universo più umano e allo stesso tempo più spirituale».


Il tesoro dell’Occidente

Il diritto e dovere di porre domande si accompagna necessariamente a quello di lasciarsi mettere in discussione dalle risposte: un dialogo in cui si assume a priori che una sola delle parti è chiamata a cambiare sarebbe destinato a durare ben poco. È il limite degli approcci assimilazionisti, o della preoccupazione per l’integrazione degli immigrati anziché per quella della società nel suo insieme.

Senza che tutto ciò si trasformi in un comodo paravento per il mondo islamico, come avverte ancora Bidar, anche l’Occidente è chiamato a guardare se stesso e a riconoscere le proprie responsabilità: quelle della storia, quelle delle sue scelte di politica estera, quelle del modo in cui ha organizzato e continua a organizzare l’economia mondiale. O una scena mediatica in cui sembra scontato che ci siano vittime di serie A e di serie B. Lo segnalava, intervistato da La Stampa il 13 gennaio, il presidente della Conferenza episcopale nigeriana mons. Ignatius Ayau Kaigama: a Parigi «si è consumata una tragedia, così come accade ormai quotidianamente qui da noi, ma la sensibilità e l’attenzione sono diverse. […] il mondo si deve mobilitare per la Nigeria così come ha fatto per la Francia».

La domanda più radicale per l’Occidente riguarda però la sua capacità di rendere i suoi valori in primo luogo decodificabili, ma soprattutto degni di stima e magari desiderabili agli occhi di chi proviene da altre tradizioni. Per tante ragioni, e per quanto questo possa risultare incomprensibile a un Occidente abituato a concepirsi come centro del mondo e faro di civiltà, oggi così non è: «Che uomini nati nel nostro Paese, nostri concittadini, possano pensare che la sola risposta giusta a uno scherno o a un insulto sia la morte dei loro autori, mette la nostra società davanti a gravi interrogativi», ha scritto il vescovo di Parigi, card. André Vingt-trois, nella lettera ai cattolici parigini del 10 gennaio.

Non è un tradimento riprendere in mano il nostro patrimonio più prezioso, i valori e i diritti su cui abbiamo costruito – con fatica e anche con il sacrificio di molte vite – la nostra identità occidentale, per chiederci quale ruolo sono chiamati a giocare in un mondo che la storia ha reso profondamente diverso da quello in cui sono nati. Anche la laicità, seminata nel sangue delle guerre di religione tra europei, per essere fedele a se stessa ha bisogno di interrogarsi su come incarnare il proprio significato in un mondo al tempo stesso multireligioso e secolarizzato, in cui essa non è più, in modo automatico e immediato, l’affermazione della radicale inviolabilità del singolo all’interno del contesto pervasivo della cristianità o dell’identificazione tra trono e altare (che non esistono più). Questi mutamenti storici, nei fatti, hanno già cambiato il suo significato, tanto che nel dibattito scientifico sul diritto umano alla libertà di religione ci si interroga se esso sia funzionale a proteggere i credenti da interferenze esterne o i non credenti dall’interferenza della religione nella sfera pubblica (cfr Zucca L., Prince or Pariah? The Place of Freedom of Religion in a System of International Human Rights, European University Institute, Badia Fiesolana [FI], 2007).

I cambiamenti climatici, il deterioramento dell’ambiente, l’esaurimento delle risorse e l’obiettivo della sostenibilità ci stanno obbligando a rimettere in discussione i nostri stili di vita, senza poterli considerare non negoziabili. Perché non dovremmo riprendere in mano anche le modalità dell’esercizio della libertà, non per rinunciarvi, ma per riaffermarne il valore in un modo che risulti davvero inclusivo per tutte le componenti di una società che sta cambiando volto? Una libertà escludente o discriminante anziché inclusiva – anche questo fa parte del nostro patrimonio – non è vera libertà, ma privilegio.

In questo percorso l’Italia ha forse un contributo da offrire. Nel 2007, a seguito di una iniziativa promossa dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato, ha promulgato la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, dove si legge che «Lo Stato laico riconosce il contributo positivo che le religioni recano alla collettività e intende valorizzare il patrimonio morale e spirituale di ciascuna di esse. L’Italia favorisce il dialogo interreligioso e interculturale per far crescere il rispetto della dignità umana, e contribuire al superamento di pregiudizi e intolleranza», che «L’ordinamento tutela la libertà di ricerca, di critica e di discussione, anche in materia religiosa, e proibisce l’offesa verso la religione e il sentimento religioso delle persone» e che «Movendo dalla propria tradizione religiosa e culturale, l’Italia rispetta i simboli, e i segni, di tutte le religioni. Nessuno può ritenersi offeso dai segni e dai simboli di religioni diverse dalla sua». Si tratta di una posizione di grande equilibrio e concretezza, un terreno solido su cui appoggiare i passi che la storia ci chiede di compiere.


Un gesto che ci illumina

Dopo molte domande, alcune lancinanti, vogliamo concludere tornando a fissare il nostro sguardo sugli eventi di una storia che, proprio quando ci interroga, ci offre anche dei semi di luce per la ricerca di risposte.

9 gennaio, supermercato Hypercacher di Porte de Vincennes, Parigi. Un uomo, cittadino francese, musulmano, entra armato fino ai denti con l’intenzione di compiere una strage: uccide infatti quattro clienti. Un altro uomo, immigrato maliano (ormai naturalizzato francese per riconoscenza) come la famiglia di origine del primo, anche lui musulmano, intento al suo lavoro di commesso, in un lampo intravvede una possibilità: raduna più persone che può e le nasconde in una cella frigorifera. Per non destare sospetti, spegne la luce e l’impianto di refrigerazione e, dopo aver contattato la polizia, secondo le testimonianze sarebbe tornato tra i corridoi del negozio. Così facendo aggiunge il suo nome, Lassana Bathily, alla lista dei tanti Schindler che nel corso della storia hanno rischiato la vita per nascondere gli ebrei da coloro che li cercano per ucciderli.

Il comportamento di questi due uomini, uno di fianco all’altro in una situazione estrema – uno che muore per togliere delle vite, l’altro che rischia la propria per salvarne altre –, ci rimette davanti a una verità profonda e radicale: ogni uomo si confronta con la scelta tra il bene e il male e ogni uomo ha la libertà di compierla. Questa scelta e questa libertà accomunano tutti gli uomini e tutte le donne, al di là delle molte differenze sociali, culturali, religiose, politiche, etniche, economiche, ecc. che, ad altri livelli, sembrano frammentare irrimediabilmente l’unità della famiglia umana. In questa luce l’interrogativo etico su bene e male e la possibilità di un riconoscimento condiviso di ciò che è bene sono anche il terreno su cui possiamo incontrarci tutti, e il linguaggio capace di farci comunicare.

Con il suo gesto, semplice – lo si racconta in poche righe – e riconosciuto come eroico da tutti, Lassana Bathily ci dischiude l’accesso anche a una seconda verità fondamentale: come possono testimoniare le persone salvatesi nella cella frigorifera, la vita di ciascuno è consegnata proprio alla libertà del suo prossimo di compiere il bene. È la radice, irriducibilmente etica, del legame sociale. Non è privo di significato riscoprirlo quando ci interroghiamo sul senso, sui limiti e sulle regole dello stare insieme. Ancora di più, ritrovare questa verità ci aiuta a mettere a fuoco il fine a cui devono tendere tutte le nostre istituzioni, sistemi organizzativi e politiche sociali, dalla scuola all’informazione, dal diritto al sistema penale, dalla famiglia alla società civile e ai corpi intermedi: il loro obiettivo non può che essere quello di generare cittadini capaci di assumere la responsabilità di compiere il bene. È anche il modo migliore per provare a garantirci la tanto agognata sicurezza.

Infine, questo gesto ci ricorda che la libertà veramente preziosa, quella per cui vale la pena rischiare la vita, non è un concetto astratto, formale o autoreferenziale, ma ha un contenuto concreto molto preciso: è la libertà di compiere il bene e più radicalmente la libertà di salvare una vita. Il rimando al bene, e al bene concreto che è sempre difendere e promuovere la vita, è costitutivo della libertà: un fondamento solido nel momento in cui siamo nuovamente alle prese con la ricerca di capire che cosa, come individui e come società, vogliamo essere liberi di fare.

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    • <a href="http://www.aggiornamentisociali.it/easyne2/LYT.aspx?Code=AGSO&amp;IDLYT=769&amp;ST=SQL&amp;SQL=ID_Documento=6939">Revolution</a>
    • <a href="LYT.aspx?Code=AGSO&amp;IDLYT=769&amp;ST=SQL&amp;SQL=ID_Documento=6773">Ricreazione</a>
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