Contrastare la “cultura dello scarto”: due politici americani a confronto

I ripetuti appelli di papa Francesco alla lotta contro la povertà e la disuguaglianza interrogano anche la politica, chiamata a trovare il modo per concretizzare giustizia e solidarietà in leggi e strutture. America, il settimanale dei gesuiti degli Stati Uniti, ha chiesto di articolare una riflessione a riguardo a due figure di spicco della politica americana, entrambi cattolici, ma di diverso colore politico. Il confronto delle due posizioni lascia emergere la differenza tra impostazioni di fondo, i cui termini, riferimenti e immagini animano il dibattito non solo oltre Atlantico.
Fascicolo: 

1. Kennedy: dignità per tutti

Non c’era quasi nulla lungo la strada da Llanos de Pérez a Imbert (Repubblica Dominicana): qualche capanna di legno con il tetto di lamiera, un paio di banchetti della frutta, un gruppo di persone attorno alla bancarella del lotto o al pozzo. Era una comunità povera ma unita. Le canne da zucchero ondeggiavano al vento e si perdevano a vista d’occhio. Sullo sfondo, si innalzavano una serie di colline in mezzo a cui scorreva il Río Damajagua.

Quando vi arrivai come giovane volontario dei Peace Corps, le agenzie turistiche avevano scoperto le bellissime cascate del Río Damajagua. I loro bus scaricavano decine di migliaia di turisti all’anno, a cui chiedevano fino a 100 dollari per scalare le cascate. Gli abitanti del luogo lavoravano come guide e a volte portavano i turisti addirittura in spalla. Come compenso, le agenzie li pagavano solo pochi dollari a gita.

L’incertezza economica era costante, l’elettricità funzionava a singhiozzo, le scuole erano improvvisate, le malattie frequenti. Le famiglie lottavano per riuscire a mangiare ogni giorno. La loro povertà non era una scelta né un caso, ma il risultato di un sistema che privava di ogni potere. Gli interessi delle imprese la facevano da padrone, il Governo guardava dall’altra parte e i lavoratori si vedevano negata la dignità più fondamentale, quella di poter mantenere la propria famiglia.

Nei due anni successivi, ho lavorato con la comunità perché potesse riprendere in mano il proprio futuro. Abbiamo persuaso il Governo ad affidare la gestione del parco alla comunità, che così poteva stabilire salari e misure di sicurezza. Abbiamo raccolto denaro per fondare un’impresa che gestisse il parco con maggiore autonomia. Abbiamo aperto un fondo di investimento comunitario, per garantire che una parte del prezzo di ogni biglietto d’ingresso fosse destinata ai bisogni locali: costruire un ponte, acquistare uno scuolabus, assicurare l’accesso all’acqua potabile.

Il cambiamento non si verificò dalla sera alla mattina. Il processo è tuttora in corso, ma nel corso delle settimane e dei mesi quelle persone si sono trasformate in un modo che non dimenticherò mai: parlo del modo in cui letteralmente tenevano più alta la testa. Quell’orgoglio si diffondeva nella comunità e rendeva possibile l’emancipazione di persone che non avevano mai avuto motivo di credere che il loro duro lavoro avrebbe portato frutto.

È la lezione della dignità umana fondamentale che è al cuore della fede cattolica. Il Vangelo ci chiama ripetutamente a riconoscere l’umanità di chi soffre, dei poveri e degli oppressi. Matteo ci sprona a nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, ospitare lo straniero e confortare gli afflitti. Luca ci parla della compassione del buon samaritano, che si inginocchia a fianco del prossimo ferito sulla strada per Gerico, dopo che altri erano passati senza fermarsi.

Nella tradizione cattolica, queste storie trasformano la domanda di carità e compassione in un’esigenza di giustizia. Al loro cuore risuona la stessa «verità per se stessa evidente» su cui i nostri padri fondatori investirono la vita e la libertà: «tutti gli uomini sono creati uguali»1. Che si tratti della Chiesa o dello Stato, il nostro Paese si fonda sulla convinzione che tutti condividiamo la stessa scintilla di dignità, che ciascuno ha valore in quanto persona e possiede un potenziale nascosto.

Oggi il nostro impegno per la dignità umana è messo alla prova, minacciato dal fatto che nel nostro Paese un numero crescente di persone non può permettersi o non può accedere a quanto serve per soddisfare i bisogni umani più elementari: un tetto, un pasto e uno stipendio. I numeri riecheggiano con un frastuono che non possiamo ignorare: 49 milioni di americani non sanno se avranno da mangiare fra una settimana; 3 milioni di lavoratori sono disoccupati da più di 6 mesi; 1,6 milioni di bambini saranno senza casa nei prossimi dodici mesi e una donna su tre vive al di sotto o al limite della soglia di povertà.

Queste cifre ci spingono a cercare una causa o una spiegazione, e quella che raccoglie i maggiori consensi è che la povertà è frutto dell’inadeguatezza dell’individuo e della dipendenza dallo Stato. Se lavorasse di più, quella persona non avrebbe bisogno di sussidi alimentari; se avesse fatto scelte più oculate, non avrebbe bisogno di una casa popolare. E se il Governo non si mettesse in mezzo offrendo tali sussidi, troverebbe il modo di non averne più bisogno.

Per quanto questa retorica contro l’intervento del Governo possa rendere vivaci i talk show, trascura un fatto che storia, economia ed esperienza umana hanno ripetutamente dimostrato: la povertà non è quasi mai la conseguenza di una scelta; le famiglie che sopravvivono grazie agli aiuti alimentari dopo aver perso il lavoro non stanno cercando una scappatoia. Al contrario, la povertà è il prodotto di un’infrastruttura economica che carica pesi sulle spalle dei deboli e dei vulnerabili, invece di costruire un terreno solido sotto i loro piedi.

Fa parte del patrimonio della Chiesa cattolica il fatto che ogni giorno gruppi di fedeli in tutto il mondo si riuniscano per benedire e servire i poveri, i miti, i perseguitati, coloro che piangono e hanno fame. Ma «la carità non è un sostituto della giustizia negata», ci ricorda sant’Agostino. Nell’«economia dell’esclusione», come appropriatamente la definisce papa Francesco2, non basteranno atti di compassione individuali per includere gli emarginati. Ci sarà bisogno di uno sforzo collettivo per annullare l’effetto di decenni di scelte politiche che hanno truccato le carte a sfavore dei più poveri.

a) Come siamo arrivati a questo punto?

Mentre le nuove tecnologie e la globalizzazione rivoluzionano il nostro mondo e aumentano le opportunità ovunque, i lavoratori americani si trovano ad affrontare la competizione con Paesi che soltanto una generazione fa non avevano un grande spazio sulla scena economica. Il progresso tecnologico ha accelerato la produzione dei beni di consumo, ma allo stesso tempo ha svuotato il bacino occupazionale della classe media. Questa si è ridotta numericamente e si trova sempre più schiacciata tra la concentrazione della ricchezza da una parte, e le sempre più numerose schiere di lavoratori poveri dall’altra.

Le nostre recenti scelte politiche non hanno fatto che aumentare e rafforzare queste disuguaglianze in continua crescita. Marciando al ritmo della liberalizzazione, gli Stati Uniti hanno cambiato gradualmente ma profondamente i propri valori e le proprie priorità. Elusione fiscale, paradisi fiscali e un sistema di finanziamento delle campagne elettorali corrotto proteggono gli interessi di pochi a spese di molti. La riduzione del budget pubblico per l’istruzione chiude quelle porte la cui apertura definiva la nostra nazione. Nelle aule dei tribunali si assiste alla trasformazione dei diritti costituzionali fondamentali dell’individuo in una moltitudine di diritti e privilegi per le grandi imprese3.

Nel 2013 la quota dei profitti netti sul valore aggiunto generato è stata la più alta mai registrata. La quota dei salari, invece, è stata la più bassa dal 1948. Nel nostro Paese un lavoro su quattro è retribuito con un salario inferiore alla soglia di povertà per una famiglia di quattro persone. Mettiamo le cose in chiaro: sia l’ammontare dei profitti che sfugge all’imposizione fiscale, sia il salario minimo che le imprese sono obbligate a pagare ai lavoratori sono stabiliti e regolati da leggi che abbiamo scritto noi. Dare la colpa all’andamento del mercato equivale a ignorare il fatto che siamo noi a scegliere le politiche.

Walmart [la più grande catena di distribuzione al dettaglio negli USA e nel mondo, NdT], il più grande datore di lavoro del Paese, occupa 1,4 milioni di persone negli USA e realizza oltre 25 miliardi di dollari di utili al lordo delle imposte. Molti dei suoi dipendenti sono pagati così poco da essere costretti a richiedere un sussidio pubblico (sussidi alimentari, assistenza sanitaria e case popolari) per sbarcare il lunario: 6,2 miliardi di dollari necessari per soddisfare le necessità elementari dei dipendenti di Walmart ricadono sui contribuenti americani.

I sussidi federali erogati ai dipendenti di Walmart e ad altri lavoratori a basso salario non sono assistenza sociale, ma sussidi alle imprese. I contribuenti che lavorano sodo sono costretti a sovvenzionare la possibilità che una grande impresa paghi i propri dipendenti meno di quanto è necessario per vivere. E non si può puntare il dito esclusivamente contro Walmart, quando è il Congresso a decidere il salario minimo ed è ancora il Congresso che non riesce ad aumentarlo. Sono queste le scelte politiche che alimentano la povertà negli Stati Uniti e calpestano la dignità di centinaia di migliaia di lavoratori.

b) Che cosa possiamo fare?

Affrontare la gravissima iniquità economica nel nostro Paese significa riallineare le politiche pubbliche con l’idea profondamente americana che il punto di partenza di un individuo non determina il suo punto di arrivo. Ciò significa rovesciare i tagli draconiani subiti negli ultimi anni dal nostro sistema di welfare, così da dare immediata risposta a bisogni essenziali quali cibo, casa e assistenza medica. È difficile immaginare di tornare a scuola e riqualificarsi quando si è impegnati a evitare di mandare a letto i figli senza cena ogni sera.

Significa anche varare leggi che mettano fine alle pratiche manipolatorie dei gestori di carte di credito, delle società di credito al consumo e di recupero crediti di cui le famiglie senza disponibilità liquide sono preda, finendo intrappolate in un circolo vizioso in cui a fatica riescono a mantenersi a galla da uno stipendio all’altro. I gestori di carte di credito subprime [rivolte a una clientela che non offre garanzie, N.d.T.] impongono interessi stratosferici a consumatori che già fanno fatica a non andare in rosso a fine mese. Le società di credito al consumo che impongono il saldo in un’unica soluzione costringono i debitori a chiedere un secondo prestito per restituire il primo, e affogano i consumatori in un mare di debiti, mentre il settore del credito al consumo prospera.

Spezzare il circolo vizioso della povertà significa anche investire in istruzione fin dalla prima infanzia. I nostri figli sono destinati al fallimento se prima di iniziare la scuola devono già scontare il divario di possibilità tra famiglie a basso e ad alto reddito. Significa far crescere il numero di coloro che terminano la scuola secondaria e investire nella formazione professionale che apre le porte a un’occupazione stabile in settori in crescita.

Significa eliminare la falsa scelta tra mantenere la famiglia e prendersene cura. Leggi che garantiscano permessi retribuiti per malattia e per motivi famigliari sono cruciali per i lavoratori a basso reddito, che troppo spesso devono scegliere tra accudire un bambino malato e perdere il lavoro. Significa aumentare il salario minimo perché nessun lavoratore a tempo pieno viva al di sotto della soglia di povertà, e prendere in considerazione nuove idee, come un salario minimo indicizzato su base locale, per evitare che i lavoratori a basso reddito scivolino ancora più indietro. Significa accordare anche ai lavoratori senza figli l’Earned Income Tax Credit [uno strumento di sostegno al reddito dei lavoratori poveri, attraverso una riduzione del carico fiscale a cui sono sottoposti. N.d.R.], una proposta che riscuote ampio consenso in entrambe le parti politiche; approvare il Paycheck Fairness Act, in modo che le donne non siano pagate meno degli uomini per svolgere lo stesso lavoro; e l’Employment Non-Discrimination Act per non relegare ai margini i lavoratori omosessuali, bisessuali o transgender.

E infine significa ribaltare le profonde ingiustizie e inefficienze strutturali che fanno sì che le nostre politiche operino a sfavore dei più poveri: dalla riforma dei guasti del nostro sistema di finanziamento elettorale, alla semplificazione dell’accesso all’assistenza legale, al ripristino di forti garanzie al diritto di voto. Una società fondata sulla dignità umana e sull’uguaglianza non può dare ai ricchi maggiori possibilità di farsi sentire in tribunale o nei seggi elettorali.

Nessuna di queste politiche, da sola, è un toccasana, ma insieme contribuiscono a riformare un sistema che continua a negare alle famiglie meno abbienti mobilità sociale, opportunità e giustizia. Ma soprattutto alimentano l’unica forza che la povertà non può sconfiggere: persone che hanno i mezzi per investire in se stessi, decidere il proprio futuro e migliorare il tenore di vita delle proprie famiglie.

Costruire un sistema che salvaguardi la dignità di ciascuno è un traguardo irraggiungibile per un singolo, ma non per una nazione. Ma oggi persino questa idea è messa in discussione. Sempre più spesso si incontrano persone che, a prescindere dall’orientamento politico, ritengono il prendersi cura l’uno dell’altro un segno di debolezza e non di forza.

È un film visto tante volte. Lo spettro del potere del Governo è stato spesso usato per creare paura da parte di chi difende interessi di parte e da chi vuole mantenere lo status quo. Quando nel 1938 la legge (Fair Labor Standards Act) stabilì definitivamente l’esistenza del salario minimo e dei limiti all’orario di lavoro dei minorenni, si diffuse il terrore che il sistema economico sarebbe crollato e sarebbero scomparsi i posti di lavoro. Invece la nostra economia crebbe fino a diventare la più grande del mondo nella seconda metà del XX secolo. Nel 2010 Wall Street si fece in quattro per avvisarci che la nuova normativa per la regolazione del settore finanziario [nota come Dodd-Frank Act] avrebbe soffocato i mercati: invece in questi quattro anni le nostre Borse si sono riprese dalla recessione fino a toccare i loro massimi storici. San Francisco e Seattle si contendono il primato del tasso di crescita dell’occupazione nelle piccole imprese: sono anche le città dove la legge stabilisce il salario minimo più elevato.

«Il Governo – ha scritto la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti nella lettera pastorale Giustizia economica per tutti (1986) – è un mezzo attraverso il quale possiamo unire le nostre forze per proteggere ciò che ci sta a cuore» (n. 18). O, usando le parole del presidente Theodore Roosevelt, repubblicano: «Il Governo siamo noi, tu ed io».

Per far fronte ai fallimenti sistemici è sempre stata necessaria un’azione collettiva. Se l’individuo o il mercato bastassero da soli a incarnare la giustizia, non avremmo mai redatto una Costituzione. Non avremmo avuto bisogno di emendamenti per abolire la schiavitù (XIII emendamento, 1865), introdurre l’uguaglianza di fronte alla legge o il principio del giusto processo (XIV emendamento, 1868), o per concedere il voto alle donne (1920). Non avremmo mai approvato la legislazione contro la segregazione razziale (Civil Rights Act, 19644), creato la previdenza sociale, la protezione dei veterani (Servicemen’s Readjustment Act o G.I. Bill, 1944), né la riforma sanitaria voluta nel 2010 dal presidente Obama (Affordable Care Act).

Siamo riusciti a fare tutto questo perché quasi 250 anni fa abbiamo promesso di costruire un Paese che riconosca e tenga conto del valore di ogni persona. La nostra è la storia di un popolo che combatte, insieme, per essere fedele a quell’ideale.

Quella promessa mi torna in mente ogni volta che ci inginocchiamo nel momento culminante della messa. Alla consacrazione, quando il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo, il prete ripete le sue parole: «Fate questo in memoria di me». Ci chiede di ricordarlo nella celebrazione dell’eucarestia, come i cattolici fanno da secoli. Ma credo che ci inviti a fare molto di più: “fare questo” significa riunirci in comunità per condividere e sostenerci a vicenda; “fare questo” significa mettersi a servizio e amare il mondo come ha fatto Gesù; “fare questo” significa usare tutti i doni e talenti per lasciare il mondo un po’ più giusto ed equo di come lo abbiamo trovato.


2. Ryan: Opzioni preferenziali

Alcuni anni prima di diventare papa Francesco, il card. Bergoglio, durante una conversazione con un amico su come aiutare i poveri, disse che di fronte a qualcuno che si trova nel bisogno la prima preoccupazione riguarda le cose materiali: «Hai fame? Ecco qualcosa da mangiare!». Ma la povertà non è solo privazione, è anche isolamento. La gente ha sempre bisogno di mangiare, e spesso di qualcosa di più: di un maestro o di un lavoro, ad esempio. In altre parole, ha bisogno di altre persone. Dunque «i poveri non devono essere emarginati per sempre» ammonì il cardinale. Al contrario, dobbiamo «integrarli nella nostra comunità»5.

Sono completamente d’accordo. C’è molto potenziale inutilizzato nel nostro Paese; l’ho visto con i miei occhi. Negli ultimi due anni ho visitato dieci diverse comunità impegnate quotidianamente nella lotta contro la povertà, da un ostello per senza fissa dimora a Denver a una comunità terapeutica a San Antonio. Ogni persona che ho incontrato ha la sua storia, diversa da quella degli altri, ma tutte recano lo stesso messaggio: una volta che le persone trovano un posto per mettere radici, traggono forza da coloro che le circondano e crescono. Quindi, per aumentare le opportunità nel nostro Paese, dobbiamo riportare i poveri all’interno delle nostre comunità. E l’assistenza sociale può rappresentare il collegamento mancante aiutando le persone a trovare lavoro.

a) Mercato e Stato

Per aggiustare l’assistenza sociale, dobbiamo aggiustare la teoria su cui si basa. In tutti i dibattiti sulla povertà, si tende a pensare che ci siano in campo due forze concorrenti: il mercato e lo Stato. In altre parole, si pensa di dover puntare tutto o sulla carità privata o sull’assistenza pubblica. Ma è una falsa alternativa: sia il mercato sia lo Stato sono strumenti, che usiamo per i nostri scopi. E dovremmo farli collaborare per promuovere la dignità delle persone. Dunque la domanda non è se usare il mercato o lo Stato, ma come usarli entrambi. Una delle mie guide è la dottrina sociale della Chiesa. Invece che su due principi antagonisti, mi baso su due principi complementari: solidarietà e sussidiarietà.

La solidarietà è l’impegno condiviso per il bene comune. È la convinzione che siamo tutti sulla stessa barca e che quindi dovremmo prenderci cura gli uni degli altri, nella vita privata come nelle politiche pubbliche. San Paolo ha scritto: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1Corinzi 12,26). La nostra meta allora è promuovere un’economia sana, che incoraggi i più dotati e protegga i più vulnerabili. Questo è ciò che intendiamo per opzione preferenziale per i poveri. Come un medico cura una ferita a beneficio di tutto il corpo, così ci prendiamo cura di chi ha bisogno perché l’intero Paese ne trarrà beneficio.

La sussidiarietà, invece, è la prudenza di affidarsi a chi è più vicino al problema. Per risolvere qualsiasi problema – disoccupazione, tossicodipendenza o malattia – ci rivolgiamo innanzi tutto a quanti operano sul campo, perché sono quelli che meglio conoscono la comunità. Sanno le cose più semplici ma essenziali: chi sta cercando lavoro? Chi sta assumendo? Quali sono le competenze richieste? Solo quando la comunità non riesce da sola a trovare una soluzione, chiediamo al Governo di intervenire, e di farlo lavorando con la gente del posto, non contro di loro.

Tutte le politiche pubbliche dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra questi due principi. Troppa solidarietà ci renderebbe ciechi alla differenza tra i bisogni, mentre troppa sussidiarietà ci renderebbe incapaci di vedere gli obiettivi comuni. Questi principi non si escludono, ma si rinforzano a vicenda: se la solidarietà è lo spirito di squadra, la sussidiarietà è il piano d’azione. Dobbiamo ricordarci che, sebbene ogni parte si prenda cura del Paese nel suo insieme, ciascuna ha un contributo diverso da apportare. Come ha scritto san Paolo: «Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato?» (1Corinzi 12,17).

b) Di fronte alla povertà assoluta

È legittimo che all’interno della comunità cattolica esista un dissenso su quale sia il giusto equilibrio tra solidarietà e sussidiarietà, ed infatti questo dissenso esiste, ma nella lotta alla povertà possiamo essere d’accordo che si può fare di meglio. Ogni anno il Governo federale spende quasi 800 miliardi di dollari in almeno 92 diversi programmi di sostegno alle persone bisognose, eppure il tasso di povertà ha raggiunto il picco degli ultimi 25 anni. Negli ultimi tre anni, la povertà assoluta ha fatto registrare un massimo storico. Troppe famiglie sopravvivono da uno stipendio all’altro: lavorano sempre più duro per andare avanti e invece scivolano sempre più indietro.

Dobbiamo capire il perché. Oggi la tecnologia è in costante evoluzione, come anche l’economia globale. Ma il resto della società non riesce a tenere il passo. Dal sistema scolastico all’assistenza sociale, tutto funziona ancora sulla base di formule burocratiche elaborate nel XX secolo. Tanti nostri concittadini non hanno le capacità necessarie per essere competitivi nel XXI secolo, non riescono a trovare un lavoro e, di conseguenza, restano esclusi.

Il Governo federale, visto quanto è disorganizzato e disfunzionale, contribuisce in molti modi ad allargare il divario: anziché aiutare le persone a rientrare nel mondo del lavoro, le incoraggia a starne fuori. Molti sussidi federali sono basati sulla prova dei mezzi: più una famiglia guadagna, minori sussidi riceve. Qualsiasi sistema che concentra i sussidi sui più vulnerabili dovrà affrontare questa tensione, ma quello attualmente in funzione la esaspera, accumulando programmi su programmi senza assicurarne il coordinamento.

Facciamo un esempio: immaginiamo una madre single con un figlio che lavora a tempo pieno tutto l’anno per 7,25 dollari l’ora, cioè 15.080 dollari l’anno, appena sotto la soglia di povertà di una famiglia di due persone, fissata per il 2014 a 15.730 dollari. Se le venisse offerto un aumento a 10,35 dollari l’ora (equivalenti a 21.528 dollari l’anno) e lo accettasse, perderebbe immediatamente gran parte dei sussidi federali: a causa dell’aumento delle tasse e della riduzione dei sussidi, in realtà arriverebbero nelle sue tasche solo 10 centesimi per ogni dollaro guadagnato in più. Di fatto il Governo federale le toglie l’incentivo a progredire.

È una falla cruciale dell’assistenza sociale, che deve essere corretta. «Non c’è alienazione più grave – affermò alcuni anni fa il card. Bergoglio6 –, del non potersi guadagnare il pane, del vedersi negata la dignità del lavoro». La situazione attuale non rispetta la dignità del lavoro, e per questo è inaccettabile.

Bisogna invece coordinare i diversi aiuti alle famiglie bisognose e fare in modo che pubblico e privato tirino nella stessa direzione, così da rendere più agevole il passaggio dall’assistenza all’indipendenza e al successo. I bisogni di ciascuno si inseriscono in un insieme coerente: una carriera lavorativa, e ciascuno si inserisce in un insieme coerente: una comunità. Se dunque pubblico e privato collaborano, saremo in grado di offrire forme di sostegno personalizzate, che riconoscano sia i bisogni sia le risorse di ciascuno.

c) Opportunità a portata di mano

Non ho tutte le risposte. Nessuno le ha. Ma sono convinto che possiamo dar vita a un sistema di assistenza sociale che coniughi solidarietà e sussidiarietà. Comincerei con il lanciare un programma pilota, che chiamerei Opportunity Grant (Dote opportunità), in cui far confluire fino a 11 diversi programmi federali riunendoli in un unico flusso di risorse destinato agli Stati che partecipino all’iniziativa. L’idea sarebbe di lasciar sperimentare agli Stati modalità diverse di fornire aiuto e poi confrontare i risultati: in altre parole, maggiore flessibilità in cambio di una gestione più responsabile e più trasparente. L’adesione al programma sarebbe volontaria: nessuno Stato sarebbe obbligato a partecipare. E il programma non sarebbe ampliato prima di aver confrontato un certo numero di approcci diversi sulla base di dati affidabili.

In pratica, gli Stati che volessero partecipare dovrebbero presentare al Governo federale un piano d’azione con una spiegazione dettagliata delle alternative proposte. Se tutto risultasse a posto, il Governo federale darebbe il via libera: ciascuno Stato otterrebbe maggiore flessibilità per combinare le diverse forme di sussidio (quelli alimentari, quelli per la casa, quelli per l’infanzia, i trasferimenti in denaro, ecc.).

Il Governo federale darebbe la propria approvazione sulla base di quattro condizioni. In primo luogo, gli Stati dovrebbero spendere i fondi esclusivamente a vantaggio dei bisognosi, senza poter usare i fondi per altri capitoli, come strade e ponti. In secondo luogo, gli Stati dovrebbero mantenere i requisiti oggi in vigore per i trasferimenti in denaro rispetto alla durata dell’erogazione del sussidio e alla disponibilità al lavoro da parte dei beneficiari. Poi dovrebbero offrire la scelta tra almeno due fornitori, perché l’agenzia pubblica di welfare non può detenere il monopolio. Infine dovrebbero far misurare i risultati da un’agenzia indipendente.

Se questo progetto venisse approvato, gli Stati potrebbero impiegare i fondi per incrementare i loro programmi di assistenza e stabilire delle partnership con fornitori di servizi locali. Le famiglie in difficoltà potrebbero scegliere, perché non ci sarebbe solo un’agenzia statale o federale, ma potrebbero optare per organizzazioni senza scopo di lucro come la rete di Catholic Charities USA, imprese come l’agenzia di collocamento America Works, o persino gruppi di volontariato locali. Invece di proporre una lista di sussidi, tali gruppi potrebbero offrire un sostegno più complessivo attraverso strumenti di gestione integrata del caso (case management).

Alcuni mesi fa, ho constatato i vantaggi di questo approccio incontrando una donna nella sede di Catholic Charities di Racine, nel Wisconsin. Era senza casa e disoccupata quando si era rivolta all’agenzia e l’operatore di riferimento l’ha in primo luogo aiutata a stendere un piano d’azione per la sua vita. Grazie all’aiuto di questo operatore, lei e il suo fidanzato hanno trovato lavoro e ora questa donna sta studiando gestione dei servizi sanitari. Grazie al fatto che c’era qualcuno a coordinare i sussidi che riceveva, questa donna non è solo uscita dalla disoccupazione, ma ha intrapreso una nuova carriera. I consigli sono stati uno degli aiuti più preziosi forniti dall’operatore di Catholic Charities, sostiene la donna, che aveva ricevuto vari sussidi federali nel passato, ma non aveva mai capito come gestirli. Grazie all’agenzia, invece, ha imparato a stendere un budget e a rispettarlo. Catholic Charities le ha permesso di prendere il controllo della sua vita e rimettersi sul binario giusto.

d) Ripensare il governo

Adottando Opportunity Grant, i singoli Stati potrebbero dar vita a partenariati con numerosi fornitori di servizi locali, aumentando i risultati positivi. Non obbligherei gli Stati ad adottare il modello del case management, a cui ho fatto riferimento solo per evidenziare un modello promettente. A parte il mantenimento degli attuali requisiti in termini di durata del sussidio e di disponibilità al lavoro da parte dei beneficiari, gli Stati sarebbero liberi di scegliere le modalità operative preferite, a condizione di verificare i risultati. Non tutti hanno bisogno del case management e gli Stati potrebbero offrire altre tipologie di sostegno diversificate in base alle circostanze.

Nel frattempo, un’agenzia indipendente terrebbe d’occhio ciascun fornitore e il suo tasso di successo, a partire da alcuni dati chiave: quante persone trovano effettivamente lavoro? Quante persone si rendono indipendenti dai sussidi? Quante non hanno più bisogno di ricevere assistenza? Quante escono dalla povertà? I fornitori che non riuscissero a raggiungere una certa soglia di successo verrebbero esclusi. Al termine del programma, potremmo tirare le somme per capire in che direzione muoverci.

Questo è il modo in cui ripenserei il ruolo del Governo federale. Invece di tentare di sostituirsi alle singole comunità, cercherebbe di sostenerle e collaborerebbe con enti come Catholic Charities, Lutheran Social Services e simili. Secondo me il Governo federale è la retroguardia, che protegge le linee di rifornimento, mentre le persone all’opera nelle comunità sono l’avanguardia che combatte la povertà sul fronte. A loro spetta il comando, mentre il Governo è al loro seguito.

Secondo questa proposta, le persone potrebbero usare i sussidi federali per passare da dove sono a dove desiderano essere, trovando un nuovo lavoro, una nuova comunità, una nuova vita. Servendosi delle forze del mercato – libertà di scelta e concorrenza – il Governo potrebbe aiutare le persone a tornare in piena attività.

In breve, avremmo un sistema di assistenza sociale più forte e più stabile, basato sul binomio solidarietà-sussidiarietà. Dando maggiore attenzione a chi ha bisogno, rispetteremmo il principio di solidarietà e daremmo nuova vita a quello di sussidiarietà mettendo a frutto conoscenze e competenze delle nostre comunità. So bene che non tutti, neanche tutti i cattolici, saranno d’accordo con la mia proposta, ma spero di riuscire almeno ad aprire un dibattito. Sono il primo a riconoscere che c’è molto spazio per una discussione. Spero però che tutti riconosciamo, come ha detto papa Francesco, che dobbiamo dare spazio alle famiglie che hanno bisogno. Dobbiamo tornare ad accoglierle nelle nostre comunità, perché ne fanno parte ed è lì che possono mettere radici e produrre frutti.



Note

1 Il riferimento è alle prime righe della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti (1776).
2 PAPA FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 2013, nn. 53-60.
3 Cfr WHITNEY J. D., «Corporate Idolatry? Legal Fictions don’t have Human Rights», in America, 7 luglio 2014.
4 Cfr ROUGEAU V. D., «Verso la libertà. Gli USA a cinquant’anni dal Civil Rights Act», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2014) 757-762.
5 Cfr BERGOGLIO J. M. – SKORKA A., Il cielo e la terra. Il pensiero di Papa Francesco sulla famiglia, la fede e la missione della Chiesa nel XXI secolo. Mondadori, Milano 2013.
6 Cfr ivi.


Titoli originali
:
Joseph P. Kennedy III, «Dignity for All», pubblicato su America, 20 ottobre 2014; Paul Ryan, «Preferential Options», pubblicato su America, 13 ottobre 2014.
Traduzione dall’inglese di Maria McKenna.
Note, riquadri e neretti a cura della Redazione.

 

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