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Da papa Francesco un paradigma ecologico per le riforme

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Un recente documento della Commissione europea, che ha avuto ampio spazio mediatico, diagnostica la situazione in cui si trova il nostro Paese: «Lo sforzo di riforma a livello governativo si è intensificato, ma i progressi non sono uniformi. Numerosi pacchetti di riforme ambiziose che potrebbero rappresentare un cambio di passo sono in attesa di completa adozione o dei necessari decreti attuativi: di conseguenza il risultato rimane incerto» (COMMISSIONE EUROPEA, Italy – Review of progress on policy measures relevant for the correction of macroeconomic imbalances, 10 novembre, p. 3).

Ci sembra che queste poche righe sintetizzino bene quanto l’Italia ha vissuto in questo 2014. Senza dubbio il tema del “nuovo” è tornato a imporsi con prepotenza nel dibattito politico e nell’opinione pubblica, dopo anni di immobilismo: questo è sicuramente un merito dell’azione del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha fatto delle riforme, del rinnovamento e del ricambio generazionale il suo cavallo di battaglia, imponendo il “nuovo” come metro della politica. La maggior parte delle riforme, però, è ancora in cantiere; certo, il Governo è in carica da pochi mesi e molti cambiamenti richiedono lo sforzo di mediazione alla ricerca del consenso tipico dei processi democratici, ma in più di un osservatore sorge il dubbio se, almeno in alcuni casi, l’effetto annuncio non prevalga sui reali processi di riforma.

Il 2014, d’altro canto, ha fatto registrare anche il riemergere di fenomeni che hanno un sapore molto stantio. Per limitarci a due casi eclatanti, il primo ritorno in ordine cronologico è quello della corruzione, come dimostrano le inchieste sui cantieri del Mose a Venezia e di Expo 2015 a Milano. Il secondo, puntuale come l’avvicendarsi delle stagioni, è quello del dissesto idrogeologico e dell’emergenza territorio, che, con l’intensificarsi di eventi climatici estremi (frutto della crisi ambientale globale), sono tornati a devastare città e campagne e a provocare vittime. L’analisi di questi disastri evidenzia come le cause che li hanno generati includano, in un groviglio spesso inestricabile, la lentezza dei processi amministrativi, legislativi e burocratici e una miopia gestionale che lascia spazio a interessi poco trasparenti, se non a vera e propria corruzione.

In ogni caso, con i sobbalzi tipici di qualsiasi processo politico e con le parzialità e contraddizioni che forse affliggono il nostro in modo particolare, sull’agenda del Paese sembra finalmente trovare spazio la novità. Di fronte a ogni movimento, soprattutto quando comporta un cambio di direzione piuttosto deciso, sentiamo anche un certo spaesamento, un po’ di paura a staccarci da quella sicurezza che quanto è noto e sperimentato offre, pur essendo i primi a dire che non funziona. Sorge quindi il bisogno di ancorare la valutazione delle novità a criteri più duraturi e fondati del “Mi piace” dei sondaggi o dei social network.

Anche la Chiesa universale, sotto l’impulso di papa Francesco, si sta confrontando con robuste novità di stile, di metodo e di strutture, che si fondano su una logica precisa, sui cui criteri vale la pena fermarci a riflettere – come faremo nelle pagine che seguono –, alla ricerca di stimoli fecondi per costruire un apparato di valutazione del rinnovamento del nostro Paese. Per farlo, ci aiuteremo in modo particolare con il recente Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei movimenti popolari (28 ottobre 2014, da cui sono tratte le citazioni, salvo diversa indicazione), che presenta in sintesi molti temi cari al Papa e che ci ha colpito per la sua intensità dinamica e dinamizzante.

Ciò che ci interessa non è andare a caccia di prescrizioni magisteriali, più o meno esplicite, a cui conformarsi, secondo una vecchia e non sana abitudine di una certa politica e di un certo giornalismo italiani: papa Francesco non intende entrare nell’agone politico con le sue chiavi ideologiche abituali, come destra o sinistra – «Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia» – ma si rivolge al mondo intero, che oltretutto guarda da una prospettiva non italiana, né europea, né dell’Occidente opulento. Ciò che intendiamo fare è piuttosto utilizzare le sue parole come cartina di tornasole per leggere la nostra realtà, confrontandola con una dinamica di innovazione che ci offre degli stimoli per costruire i criteri valutativi.


1. Una prospettiva ecologica

Un primo elemento che emerge con forza è l’attenzione del Papa a inquadrare ogni singolo tema all’interno di una prospettiva d’insieme che ne manifesta i profondi legami di senso. Potremmo chiamarla una prospettiva ecologica, nel senso più pieno e integrale del termine, che coniuga l’attenzione alle relazioni umane con la considerazione e il rispetto del contesto dove queste si svolgono: «il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale» (PAPA FRANCESCO, Udienza generale, 5 giugno 2013). Questa prospettiva ecologica articola quindi ambiente naturale, persone, comunità, popolazioni; si preoccupa degli spazi vitali in cui possano fiorire relazioni sociali giuste e cammini di sviluppo umano; colloca tecnica ed economia al loro posto: è un modo di vivere il mondo – una spiritualità incarnata –, che genera vita e stili di vita e un indicatore di responsabilità umana e sociale. Se dunque l’ecologia consiste in un sistema di relazioni e interazioni, allora la tutela dell’ambiente richiede la promozione della dignità della persona, del bene comune e della natura, senza limitarsi solo a questioni economiche o tecnologiche.

Al cuore dell’ecologia vi sono la difesa e la valorizzazione della biodiversità, non solo in riferimento agli organismi viventi, ma anche alle culture e alle identità; non solo nella direzione dello sforzo museale della preservazione, ma lungo la linea della dinamica della vita, in cui la fecondità deriva dall’«incontro di culture dove l’insieme non annulla la particolarità». L’immagine del poliedro, una figura geometrica con molte facce diverse, descrive questo incontro con grande appropriatezza: «Il poliedro riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra».

a) Dallo “scarto” alla corruzione

Ciò che mina questa ecologia umana è quella che il Papa ha in più occasioni definito come “cultura dello scarto”, ricorrendo – è interessante notarlo – a un termine che ha una immediata valenza ambientale, ma il cui significato viene esteso anche alle relazioni tra le persone, a segnalare che in radice si riconosce all’opera la medesima logica: «quelli che non si possono integrare, gli esclusi, sono scarti, “eccedenze”». A questa

cultura dello scarto papa Francesco attribuisce anche la responsabilità della disoccupazione giovanile, che in molti Paesi qualifica come eccedenza un’intera generazione.

Per il proprio mantenimento, la cultura dello scarto ha bisogno di una continua opera di mistificazione linguistica, per depotenziare lo scandalo dell’ingiustizia e della miseria celandolo dietro comodi eufemismi (così papa Francesco qualifica ad esempio l’espressione “senza fissa dimora”) e, all’occorrenza, della costruzione di figure di nemici (pensiamo agli immigrati, specie se irregolari, o ai carcerati), «che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste». Queste operazioni di occultamento della realtà facilitano il passaggio a quella globalizzazione dell’indifferenza che anestetizza le coscienze e svuota di significato il termine responsabilità: «Ma perché allora ci abituiamo a vedere come si distrugge il lavoro dignitoso, si sfrattano tante famiglie, si cacciano i contadini, si fa la guerra e si abusa della natura? […] Perché si è globalizzata l’indifferenza! […] che cosa importa a me di quello che succede agli altri finché difendo ciò che è mio?». Come aveva già ammonito Francesco a Lampedusa, l’8 luglio 2013, la globalizzazione dell’indifferenza «ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto».

Come i rifiuti e l’inquinamento degradano l’ambiente, così la cultura dello scarto e l’indifferenza globale corrompono la società. Gli episodi di corruzione in senso penale sono il sintomo di un malessere più vasto e profondo, che incide radicalmente sull’ecologia umana: «La corruzione è essa stessa anche un processo di morte: quando la vita muore, c’è corruzione» (PAPA FRANCESCO, Discorso alla delegazione dell’Associazione internazionale di diritto penale, 23 ottobre 2014). Se pur si manifesta in singoli atti, la corruzione ha bisogno di un terreno su cui attecchire. Se la famiglia non è messa in grado di svolgere il proprio compito educativo, se leggi contrarie all’autentico bene dell’uomo diseducano i cittadini, se la giustizia procede con eccessiva lentezza, se la moralità viene indebolita dalla trasgressione tollerata, se le condizioni di vita sono degradate, se la scuola non accoglie e non emancipa, non è possibile garantire quella “ecologia umana” sulla cui mancanza alligna poi il fenomeno della corruzione. Questa, infatti, implica un insieme di relazioni, di complicità, di oscuramento delle coscienze, di ricatti e minacce, di patti non scritti e connivenze che chiamano in causa, prima delle strutture, le persone e la loro coscienza morale: «Il corrotto non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità e l’inimicizia» (ivi). Soprattutto, la corruzione è contagiosa in quanto degrada ulteriormente l’ambiente umano: «La corruzione è diventata naturale, al punto da arrivare a costituire uno stato personale e sociale legato al costume, una pratica abituale nelle transazioni commerciali e finanziarie, negli appalti pubblici, in ogni negoziazione che coinvolga agenti dello Stato» (ivi).

b) Ricomprendere la solidarietà

Se dunque la cultura dello scarto e la globalizzazione dell’indifferenza sono la radice del male, l’antidoto non può che essere la solidarietà, nel suo senso profondo ed etimologico di consapevolezza etica dell’esistenza di un legame che non può essere rescisso: una solidarietà fra le persone, fra i popoli e anche

fra le generazioni, che implica la conservazione dell’ambiente per quelle future. È il legame che la prospettiva olistica dell’ecologia umana ribadisce e che la dinamica dello scarto e dell’indifferenza pretendono di spezzare. In particolare, se davvero vuole essere “medicinale”, questa solidarietà è chiamata a concretizzarsi in modo specifico e prioritario verso coloro che della cultura dello scarto sono vittime, e dunque verso i poveri, gli emarginati e gli esclusi.

Anche la solidarietà verso i poveri assume la prospettiva ecologica della biodiversità, la logica del poliedro; quindi non riduce i poveri ai loro bisogni, ma li riconosce e li promuove per ciò che sono: soggetti attivi, capaci di protagonismo sociale e di creazione di soluzioni innovative. «I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di ONG, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare. […] Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali».

La periferia verso cui papa Francesco spinge con decisione la Chiesa non è da considerarsi come terminale della pietà collettiva, o come segnale di un rimorso politico ed economico, ma va intesa come luogo preferenziale di salvezza, epifania della dignità della vita umana, riscatto e resurrezione dalla miseria collettiva attraverso l’esperienza della propria povertà e del bisogno dell’altro. Paradossalmente, ora diventa chiaro che sono i contesti “sviluppati” a non poter fare a meno del contributo di quelli “sottosviluppati” per ridisegnare il proprio futuro. È, questa, un’ecologia della reciprocità e della comunione fraterna, che spinge in avanti la prospettiva della globalizzazione della solidarietà: «Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio».


2. Una democrazia di processi sostanziali

In questo quadro si gioca anche il recupero di una base popolare della democrazia, così da infondere nelle «strutture di governo locali, nazionali e internazionali […] quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune». Si tratta di un programma di rivitalizzazione della democrazia dal basso, di cui a livello globale si sente un grande bisogno, che si spinge fino a esprimere la necessità di trascendere «i procedimenti logici della democrazia formale» attraverso dinamiche partecipative che permettano di sciogliere la tensione, spesso ormai sterile, tra i sostenitori di una democrazia sostanziale e quelli di una democrazia procedurale.

Concretamente, ciò comporta l’assunzione di un nuovo atteggiamento nei confronti dei conflitti, che non vanno negati, ma affrontati riconoscendoli, «senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia». Dai conflitti si esce dunque non attraverso l’eliminazione di una delle parti (quella perdente), ma trovando una sintesi grazie alla quale tutti vincono.

In secondo luogo richiede un’attenzione specifica per i processi e il modo in cui si svolgono, sottolineando il valore del cammino condiviso in quanto metodo. È proprio questo il criterio in base a cui papa Francesco ha dato la propria valutazione del Sinodo: «Potrei dire serenamente che – con uno spirito di collegialità e di sinodalità – abbiamo vissuto davvero un’esperienza di “Sinodo”, un percorso solidale, un “cammino insieme”». E precisa: «come in ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la meta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore» (PAPA FRANCESCO, Discorso per la conclusione della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 18 ottobre 2014).

Senza irrigidirsi, processi e movimenti devono trovare il modo per indirizzarsi all’essenziale, anche per quanto concerne la tutela dei diritti e la promozione della giustizia, dove per “essenziale” si intende ciò che è indispensabile a garantire che le condizioni di vita siano dignitose (cioè conformi alla dignità della persona), e non come sinonimo di “minimo vitale”, da erogare compatibilmente con le risorse finanziarie. Si eviteranno così gli opposti scogli di una riduzione del perimetro dei diritti ai vincoli di bilancio e dell’assolutizzazione individualista che trasforma ogni bisogno (o desiderio) in diritto. La custodia della solidarietà diventa un buon criterio per identificare insieme le priorità più urgenti e indifferibili, sottraendo questa operazione autenticamente politica al braccio di ferro delle lobby e dei veti incrociati e a una definizione dei diritti formalistica, aprioristica o burocratica. Terra, casa e lavoro − i temi scelti per l’incontro mondiale dei movimenti popolari − sono un buon esempio di questa focalizzazione sull’essenziale. Muoversi in questa linea richiede di attivare percorsi e processi condivisi piuttosto che dare subito vita a istituzioni: «non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide, […] e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo».


3. Validare la novità

Il paradigma dell’ecologia umana che emerge nel pensiero di papa Francesco, nel significato integrale che abbiamo cercato di illuminare, può rivelarsi di grande utilità per mettere alla prova le tante novità che il nostro Paese ha in agenda, avendo cura di operare il necessario adattamento di una prospettiva elaborata in chiave globale. Alcuni esempi ci possono aiutare a mettere a fuoco il tipo di lavoro che questo richiede.

Un importante cantiere di novità è quello che riguarda le riforme istituzionali, da quella del Senato, a quella degli enti locali a quella della legge elettorale: la loro efficacia profonda e duratura dipende dalla capacità di suscitare e favorire quella partecipazione popolare che può dare nuova vita alla nostra esangue democrazia, puntando quindi all’essenziale senza esaurirsi nelle alchimie formali delle soglie di sbarramento e dei premi di maggioranza. Ugualmente, tali riforme sono chiamate a “bonificare” l’ambiente sociale e la cultura politica, togliendo spazio alla corruzione e favorendo la trasparenza dei processi decisionali grazie a un reale coinvolgimento delle istanze popolari in autentici “cammini insieme”. La verifica della loro bontà andrà quindi condotta chiedendosi quali sono i mezzi che ciascuna mette in campo per raggiungere questi obiettivi.

Un secondo cantiere cruciale è quello della riforma del lavoro, la cui chiave non può che essere la promozione di un’autentica ecologia sociale, che reagisca contro la cultura dello scarto per segnare possibilità di integrazione. A sua volta, questa sarà misurata dalla tutela concretamente (e non solo formalmente) offerta a quanti finora sono stati penalizzati dai molti dualismi del nostro mercato del lavoro. Un altro punto cruciale sarà l’assunzione del conflitto che inevitabilmente attraversa le relazioni industriali, senza negarlo né rimanerne prigionieri, superando un confronto ideologico spesso stereotipato per offrire il terreno di costruzioni di nuove sintesi in cui tutte le parti possano vincere insieme.

Ragionamenti analoghi potrebbero essere condotti in merito alle indifferibili riforme del modo in cui il nostro Paese gestisce il proprio territorio e il proprio ambiente, o a riguardo della riconfigurazione complessiva del sistema del welfare, che oggi si realizza tramite la normativa di settore quanto, anche se in modo implicito, attraverso i processi di revisione della spesa. Sono tutti ambiti in cui è fondamentale disporre di solidi criteri di valutazione, in modo da garantire che ogni cambiamento sia anche un progresso. L’elaborazione di criteri che declinino nella situazione italiana il paradigma dell’ecologia umana e la loro applicazione alle proposte di riforma richiede un dibattito pubblico maturo, in cui favorevoli e contrari si assumano l’onere di esibire gli argomenti pro e contro la ricerca del migliore equilibrio. L’alternativa, rischiosa, è quella di rimanere prigionieri di slogan e parole d’ordine: sta tutta qui la differenza tra le opposte ideologie del nuovismo (il cambiamento fine a se stesso) e della preferenza di un “usato sicuro per definizione” e un percorso di autentiche riforme capaci, ecologicamente, di generare nuove opportunità di vita.

GALLERY IMMAGINI

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    • Cooperazione internazionale
    • Cooperazione internazionale
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