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Mura e muri

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Quando, venticinque anni fa, crollò il muro di Berlino, il cammino dell’umanità verso una pace più diffusa e una maggiore cooperazione fra i popoli sembrava ricevere un nuovo slancio, grazie al superamento della contrapposizione tra i blocchi Est-Ovest che era all’origine della cosiddetta “guerra fredda”.

A distanza di pochi anni, invece, un altro crollo, quello delle Torri gemelle di New York, sembra aver bloccato questo processo, assumendo una valenza simbolica che legittima, per motivi di sicurezza, il mantenimento dei muri già eretti in varie parti del mondo sull’esempio di quello costruito a Berlino nel 1961, nonché l’erezione di nuovi. Osservando da questo punto di vista gli sviluppi della storia recente si potrebbe constatare, come Qoelet, in modo un po’ cinico e sconsolato: Niente di nuovo sotto il sole! (cfr Ecclesiaste 1,9).

Fin dall’antichità, infatti, le mura fortificate erano impiegate per difendersi dagli attacchi dei nemici e manifestavano anche l’importanza della città e la potenza di chi la governava. Così l’immaginario popolare ne ha fatto il simbolo della sicurezza, associandole alla divinità, garante ultima del tutto. Ad esempio, nel mito greco, Laomedonte, uno dei re di Troia, chiese a Zeus di rendere inespugnabile la città facendo edificare le sue mura dagli dèi.

Gli autori biblici non fanno eccezione: Circondate Sion, giratele intorno, contate le sue torri. Osservate le sue mura, passate in rassegna le sue fortezze, per narrare alla generazione futura: Questo è il Signore, nostro Dio in eterno (cfr Salmo 48); sanno, però, anche cogliere l’ambivalenza di ogni realizzazione umana, nel cui significato simbolico leggono una modalità di relazione fra gli uomini e con Dio. In particolare, sono i profeti a interpretare così la realtà delle mura e dei muri in genere, aprendo in essi una breccia per guardare oltre.



Le mura come Alleanza

Comunemente si intende per profezia la capacità di prevedere il futuro e vaticinarlo. Nella Bibbia, invece, si tratta piuttosto dell’abilità di interpretare l’accaduto alla luce della fede nel Dio della storia e di mettersi in sintonia con lo Spirito per vedere dove passa la sua via qui e ora e dove conduce. Infatti, molte profezie bibliche sono state scritte post eventum, cioè dopo aver visto le conseguenze degli avvenimenti.

In alcuni testi particolari, noti come “apocalissi” (ovvero “rivelazioni”), la profezia si evolve andando oltre i singoli eventi contingenti e i loro sviluppi e fondando l’interpretazione della storia sul suo compimento finale: il giudizio di Dio, il giorno del Signore, quando Lui stesso interviene a instaurare il suo Regno sulla terra.

Il libro del profeta Isaia contiene un testo del genere, la cosiddetta Apocalisse di Isaia (Isaia 24-27), in cui alcuni avvenimenti sono letti alla luce del futuro escatologico (dal greco éschatos, che vuol dire “ultimo”), il traguardo a cui la storia tende come sua realtà definitiva. Nei versetti 25,10b-26,3 (cfr riquadro), il profeta accosta un’antica battaglia fra gli ebrei e i moabiti risalente al tempo dell’Esodo (XIII sec. a.C.) – di cui, però, non abbiamo traccia – e il momento del ritorno dall’esilio in Babilonia (VI sec. a. C.). Entrambi gli eventi hanno la loro cifra significativa nelle mura della città, abbattute nel primo caso, rese salde nel secondo.



Isaia 25,10b-26,3

25,10 Moab sarà calpestato al suolo, come si pesta la paglia nel letamaio. 11 Là esso stenderà le mani, come le distende il nuotatore per nuotare; ma il Signore abbasserà la sua superbia, nonostante gli sforzi delle sue mani. 12 L’eccelsa fortezza delle tue mura egli abbatterà e demolirà, la raderà al suolo.
26,1 In quel giorno si canterà questo canto nel paese di Giuda: Abbiamo una città forte; egli ha eretto a nostra salvezza mura e baluardo. 2 Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà. 3 Il suo animo è saldo; tu gli assicurerai la pace, pace perché in te ha fiducia.



Gli ebrei fuoriusciti dall’Egitto entrarono nella Terra promessa passando da oriente. Pertanto, a un certo punto dovettero attraversare il territorio di Moab, situato a est del Mar Morto, ma i suoi abitanti cercarono di ostacolarli, chiamando un veggente, Balaam, per maledirli. Il Signore, però, non lo permise e Israele poté passare indenne. Così nacque un’ostilità insanabile fra i due popoli, tanto che il Deuteronomio comanda perentoriamente: L’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore; non vi entreranno mai perché non vi vennero incontro con il pane e con l’acqua nel vostro cammino quando uscivate dall’Egitto e perché hanno assoldato contro di te Balaam, figlio di Beor, da Petor nel paese dei due fiumi, perché ti maledicesse (Deuteronomio 23,4-5).

L’episodio assume, agli occhi del profeta Isaia, un senso apocalittico, cioè rivelativo dell’agire del Dio di Israele nella storia: chi si oppone al suo piano viene sbaragliato, nonostante la grandezza delle opere delle sue mani. Infatti, quando il Signore interviene, in quel giorno, neanche le mura più alte e spesse costruite dall’uomo possono opporsi e restare in piedi, come un nuotatore, per quanto abile, non può rimanere a galla nel letame.

Al contrario, invece, la città del popolo eletto è resa inespugnabile proprio dalle sue mura, erette da Dio stesso, al punto da assumere il nome – che ne esprime l’intima realtà secondo la mentalità biblica – di salvezza: Non si sentirà più parlare di violenza nel tuo paese, di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini. Tu chiamerai salvezza le tue mura e gloria le tue porte (Isaia 60,18).

Per i moabiti, quindi, le fortificazioni sono un segno di superbia, un ostacolo posto davanti al corso inesorabile degli eventi guidati da Dio verso il loro compimento escatologico in un tentativo illusorio di salvarsi con le proprie mani, per gli ebrei rientrati dall’esilio, invece, sono l’immagine visibile della protezione, del porto sicuro al quale il Signore conduce il suo popolo.

Questo genere di testi va sempre letto nel contesto più ampio dell’intero messaggio biblico, per non perdere di vista la volontà universale di salvezza espressa da Dio mediante l’elezione di un popolo particolare e per non scambiare questo suo modo di agire per un arbitrio ingiustificato. Infatti, lo stesso Isaia poco prima aveva affermato: Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Isaia 25,6).

Così anche le mura non vengono abbattute o tenute in piedi perché erette dagli uni o dagli altri, ma in virtù della loro relazione con questo progetto salvifico del Signore della storia: l’alleanza in termini biblici. Quelle della città di Moab sono rase al suolo in quanto simbolo dell’opposizione a ciò che Dio vuole realizzare mediante il popolo scelto da Lui, mentre quelle della città di Giuda restano salde perché rappresentano la concretizzazione storica dell’alleanza. Infatti – il profeta lo dice chiaramente – le porte delle sue mura si aprono al passaggio del popolo giusto che mantiene la fedeltà a quel piano divino. Non c’è un diritto acquisito in base al quale rivendicare il primato agli occhi di Dio, ma la pace e la sicurezza – di cui le mura diventano un simbolo – vengono assicurate dalla fedeltà all’alleanza e in questo consiste l’essere giusti.

Pertanto, come il Signore protegge Israele e non permette a Moab di fermarlo con una maledizione in vista del bene universale, così non risparmia di correggerlo quando, con il suo comportamento, ostacola il compimento della sua opera nella storia. Secondo gli storici ebrei che hanno narrato quell’evento nella Bibbia (cfr 2 Cronache 36) la caduta stessa di Gerusalemme nel 587 a.C., con la distruzione delle sue mura e la deportazione in Babilonia, va proprio attribuita all’infedeltà all’alleanza.

Del resto, lo stesso profeta Isaia rilegge nella sconfitta dei moabiti quanto Israele aveva già vissuto in prima persona nella vicenda dell’esilio, da lui descritto nel Canto della vigna (cfr Isaia 5,1-7) con una metafora poetica imperniata proprio sull’abbattimento del muro con cui venivano recintate le vigne per proteggerle dagli animali e dai ladri (cfr riquadro).



Isaia 5,4-8

4 Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? 5 Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. 6 La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. 7 Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. 8 Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese.



Pertanto, a partire dall’esperienza di Israele, tutti i popoli possono vedere come non è possibile garantire pace e sicurezza, di cui le mura erette da Dio sono simbolo, a prescindere dalla giustizia attesa dal Signore come manifestazione visibile della sua alleanza. Se il muro comporta oppressione o esclusione, prima o poi sarà abbattuto, chiunque sia il suo costruttore, Moab o Israele: non si può recintare e occupare tutto lo spazio e restate soli ad abitare nel paese!



La fine del muro

La rilettura profetica e quella apocalittica della storia, quindi, mostrano come l’opera di Dio consista nell’abbattere ogni genere di realtà umana che possa fare da ostacolo all’alleanza, sia i muri e le mura reali, costruiti con pietre e mattoni, sia quelli virtuali, come addirittura la legge.

Lo testimonia la stessa storia biblica: nonostante il divieto del Deuteronomio, infatti, proprio una donna moabita, Rut, diventa la bisnonna del re Davide (cfr Rut 4,13-22). È un caso paradossale, ma emblematico, in cui un evento salvifico, quindi voluto da Dio, sembra contraddire la Legge, anch’essa proveniente da Lui.

Rut, rimasta vedova e senza figli, si rifiuta di lasciare la suocera ebrea, Noemi, a sua volta vedova, senza figli e in più anziana, e la segue quando lei decide di rientrare nel suo paese natio, Betlemme, per assisterla, accettando di condividere tutto con lei: dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio (cfr Rut 1,16). Lì Rut lavora per sostenere Noemi e accetta di sposare un suo parente, Booz, per darle una discendenza. Gli anziani, da parte loro, riconoscono la validità del matrimonio dicendo al marito: Il Signore renda la donna, che entra in casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che fondarono la casa d’Israele (cfr Rut 4,11)

Con questo gesto di pietà e di amore filiale Rut dimostra di essere entrata pienamente nell’alleanza, andando ben oltre le strettoie di un’interpretazione legalistica dell’appartenenza al popolo e diventando a pieno titolo parte di Israele. L’ingresso di una moabita nella comunità del Signore, allora, non è considerata una violazione della Legge, anzi, ne rivela lo spirito e fa di Rut una degna antenata anche di Gesù (cfr la genealogia di Matteo 1,1-16).

Il quale, da parte sua, mostra una grande avversione per i muri. Quando un discepolo gli indica l’imponenza e la ricchezza delle mura del tempio di Gerusalemme, egli non si lascia impressionare, ma con lucida chiaroveggenza esclama: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra, che non sia distrutta» (Marco 13,2). Questa predizione di quanto poi effettivamente faranno i Romani nel 70 d.C. è la parola che interpreta quel fatto in una prospettiva più ampia: a più riprese, infatti, Gesù aveva insegnato che le realtà religiose, se diventano segno di autoaffermazione e autoreferenzialità, non sono conformi alla volontà del Padre e saranno rimosse (cfr la parabola dei vignaioli ribelli, Marco 12,1-12).

Gesù, del resto, realizza in se stesso l’alleanza fra l’uomo e Dio in una forma unica e irripetibile, che l’autore della lettera agli Efesini interpreta proprio come distruzione di un muro di separazione: Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne (Efesini 2,14). L’inimicizia di cui si parla è sia quella fra l’uomo e Dio, generata dal peccato e annullata da Gesù tramite l’incarnazione e la passione, sia quella fra i vari popoli, in particolare tra ebrei e pagani, chiamati a formare un’unica comunità di credenti. In questo senso, il non meglio specificato muro di separazione può forse rimandare alla balaustra che separava la zona del tempio a cui potevano accedere i pagani, il cortile dei gentili, da quella riservata agli ebrei: alta un metro e mezzo, essa recava iscrizioni con minacce di morte a quei pagani che avessero osato oltrepassarla. Per altri si tratta della legge giudaica, annullata da Gesù, o di un uso puramente metaforico del termine, senza connotazione religiosa (cfr BEST E., Lettera agli Efesini, Paideia, Brescia 2001, pp. 304-311).

Al di là delle possibili interpretazioni, il senso è chiaro: con la sua vita, morte e resurrezione Gesù ha distrutto ogni tipo di barriere, segno di inimicizia, e, con esse, ogni genere di spazio recintato, riservato ad alcuni e precluso ad altri. I muri – reali e virtuali – ancora eretti in diversi luoghi del mondo segnano la distanza della nostra storia dal compimento della redenzione e rendono ancora più attuale e urgente l’opera profetica di una comunità del Signore aperta e accogliente, costituita, come il profeta Geremia, sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare (cfr Geremia 1,10).

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