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Paolo VI, papa del dialogo

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Il prossimo 19 ottobre, papa Francesco proclamerà beato il pontefice Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1897-1978, vescovo di Roma dal 21 giugno 1963), in seguito al riconoscimento di una guarigione miracolosa ottenuta per sua intercessione. Ne ripercorriamo i tratti salienti del pontificato, per gettare luce sulla sua figura, che fu talvolta oggetto di aspre critiche, ma che dimostra oggi tutta la sua profetica attualità.

Un Papa riformatore

Uomo di fede straordinaria e di intelligenza acuta e aperta, Montini aveva una conoscenza profonda della Chiesa e del mondo moderno, non solo a livello teologico o teorico, ma anche a livello molto concreto, comprendendo a fondo i problemi grandi e piccoli della vita ecclesiale e della vita sociale e politica. Una conoscenza, però, non meramente autoreferenziale, ma sempre orientata al “che fare”, al rinnovamento. Lo affermò egli stesso esplicitamente, nell’udienza pubblica del 7 maggio 1969: «Inteso nel suo senso genuino possiamo far nostro il programma d’una continua riforma della Chiesa: Ecclesia semper reformanda», ricorrendo a un’espressione conciliare – «La Chiesa è sempre da riformare» – notoriamente indigesta alla parte più conservatrice della Curia. Invece, papa Montini lo disse, lo credette e agì di conseguenza.

Infatti, gettando uno sguardo all’immenso lavoro svolto durante il suo pontificato, Paolo VI appare un vero e proprio Papa riformatore: incoraggiò il rinnovamento liturgico con l’introduzione delle lingue moderne e con la possibilità di adattare la liturgia alle diverse culture; istituì il Sinodo dei vescovi, spingendo la Chiesa in direzione di una maggiore collegialità; nel medesimo senso accelerò la creazione e accentuò la valorizzazione delle Conferenze Episcopali nazionali; diede l’avvio ai lavori per la revisione del Codice di diritto canonico; realizzò la riforma della Curia Romana, con la internazionalizzazione e con l’allargamento del Collegio cardinalizio; pose le premesse per una presenza maggiore dei laici anche nella vita interna della Chiesa, creando il Pontificio Consiglio dei Laici e la Pontificia Commissione “Iustitia et Pax” (oggi Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace); puntò a un maggior inserimento e alla rivalutazione della vita consacrata nelle Chiese locali. Soprattutto, diede un impulso decisivo al “movimento ecumenico”, servendosi del Segretariato per l’Unione dei cristiani e compiendo gesti che rimangono, insieme ai suoi documenti scritti, pietre miliari nel cammino di riavvicinamento tra le Chiese sorelle: l’abbraccio con il patriarca ortodosso Atenagora a Gerusalemme (1964), il bacio al piede del metropolita ortodosso Melitone (1975), l’incontro con il primate anglicano Ramsey (1966).

Con il medesimo coraggio apostolico, papa Montini si dedicò a ripensare in modo nuovo i rapporti tra la Chiesa e il mondo. L’impegno maggiore lo pose nell’insegnare e nel praticare l’arte difficile del dialogo, inteso non solo come metodo, ma come elemento costitutivo della stessa esperienza cristiana, in continuità con la logica della Incarnazione. L’enciclica Ecclesiam suam, la prima del suo pontificato (ES, 1964), rimane tuttora la magna charta del dialogo tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Tuttavia, in questo campo, la realizzazione forse più significativa rimane la cosiddetta “scelta religiosa”, che avrebbe dato luogo a tante discussioni all’interno della Chiesa italiana. Con essa, Paolo VI non mostrava affatto disinteresse per la vita politica, sociale ed economica; intendeva invece, con lo sguardo rivolto al futuro più che al passato, ribadire il primato della evangelizzazione, di cui la promozione umana è parte integrante e costitutiva, impegnando la comunità cristiana in un’opera insieme di genuina testimonianza evangelica e di mediazione culturale e storica.

Il dialogo, cuore del pontificato montiniano

Ogni pontificato ha le sue difficoltà. Tra quelle che maggiormente afflissero Paolo VI, ricordiamo il “dissenso ecclesiale”; gli attacchi che gli piovvero addosso da ogni parte dopo l’enciclica Humanae vitae del 1968; la ribellione e lo scisma di mons. Lefebvre (1976); l’assassinio di Aldo Moro a opera delle Brigate Rosse (1978).

Tuttavia si deve riconoscere che negli anni di Paolo VI era difficile di per sé “fare il Papa”. Se ci volle il coraggio di Giovanni XXIII per indire il Concilio, non ce ne volle di meno a papa Montini per condurlo in porto e tradurlo in pratica. Infatti, “fare il Papa” subito dopo il Concilio significava scegliere il nuovo, giorno per giorno, e divenire inevitabilmente un segno di contraddizione. È quanto accadde a Paolo VI. Da un lato, i conservatori lo accusarono di cedere ai fermenti innovatori, dall’altro, i progressisti lo imputarono di “tradire il Concilio” e di procedere con passo troppo lento ed esitante sulla via delle riforme.

Oggi però quelle polemiche appaiono lontane e sfocate, mentre le scelte compiute dal Papa si rivelano tuttora vitali e illuminanti. Proprio per questo, possiamo affermare che la Ecclesiam suam costituisce in certo senso il “discorso della corona” di Papa Montini, con il quale egli anticipava il programma del pontificato. A tal punto che, confrontando i propositi del Papa da poco eletto con il cammino compiuto poi dalla Chiesa nei quindici anni del suo pontificato, è legittimo definirlo il Papa del dialogo. Per convincercene ripercorriamo i tre cerchi concentrici nei quali lo stesso Pontefice articola il suo discorso sul dialogo, procedendo dall’interno verso l’esterno: a) nella Chiesa; b) con le Chiese sorelle e le altre religioni; c) con il mondo.

a) Dialogo intraecclesiale. La prima preoccupazione di Paolo VI fu di promuovere e favorire la comunione nella Chiesa, scorgendo nel dialogo lo strumento privilegiato del rinnovamento conciliare. L’“aggiornamento” del metodo pastorale e delle strutture ecclesiali, attraverso il dialogo e la partecipazione responsabile dei fedeli, fu il suo obiettivo costante.

Il ricorso di Paolo VI al dialogo intraecclesiale nell’attuazione delle riforme volute dal Concilio ebbe una portata storica, a cominciare dalla istituzione del Sinodo dei vescovi (1965). Nei tre lustri del suo pontificato furono cinque le assemblee mondiali da lui convocate – quattro generali (1967, 1971, 1974, 1977) e una straordinaria (1969) –, il cui merito maggiore rimane quello di aver rafforzato la collegialità episcopale, di aver insegnato sia a valorizzare in modo più adeguato gli apporti che vengono dalla periferia della Chiesa, sia a riconoscere e accogliere con gratitudine i carismi che lo Spirito suscita nella base del Popolo di Dio. Per le medesime ragioni, va giudicata positivamente la istituzione delle Conferenze episcopali nazionali, che hanno ravvivato il ruolo delle Chiese locali sia nell’opera comune di evangelizzazione, sia nella partecipazione più cosciente e responsabile delle comunità locali alla vita della Chiesa universale. Soprattutto, però, è stato proficuo e fecondo l’aver aperto alla presenza attiva dei laici, uomini e donne, anche gli organi centrali della Chiesa, con l’istituzione nel 1976 del Pontificio Consiglio per i Laici e della Pontificia Commissione “Iustitia et Pax”.

Il suo sforzo straordinario di “aggiornamento” delle strutture della Chiesa e l’impegno di aprire nuovi spazi al dialogo intraecclesiale non andarono mai disgiunti dalla preoccupazione di un autentico rinnovamento interiore, che egli considerò sempre l’anima stessa della riforma conciliare. Risulterebbe incomprensibile l’insistenza di papa Montini sul dialogo, se si prescindesse dalla sua ferma convinzione che le riforme esterne dovevano procedere di pari passo con la riforma interiore, cioè con la crescita dei fedeli nella fede e nella carità. Se egli vide nel dialogo lo strumento da usare e da privilegiare per l’“aggiornamento” della Chiesa, non dubitò mai che il fine a cui mirare fosse innanzi tutto la comunione ecclesiale, da costruire intorno all’Eucaristia e alla Parola di Dio, sotto la guida di coloro che lo Spirito ha costituito pastori. Da qui la sua insistenza, quasi in ogni suo discorso, sul primato della “comunione domestica” nella Chiesa, cioè dei fedeli con Dio, tra di loro e con i Pastori, fondata nella fede, costruita nella carità, alimentata dalla preghiera, fomentata attraverso il dialogo fraterno. Dunque, nella concezione montiniana, “dialogo” non è sinonimo di compromesso, di debolezza o di cedimento a interpretazioni meno fedeli o meno chiare del messaggio evangelico e del magistero della Chiesa.

Dinanzi al moltiplicarsi dei casi di “contestazione” ecclesiale, il “Papa del dialogo” sentì, infatti, il bisogno di consacrare l’Anno Santo 1975 al tema della riconciliazione nella Chiesa, denunciando con forza il pericolo di una “polarizzazione del dissenso”, che porta in sé i germi della disgregazione. Egli insistette su un punto che considerò sempre essenziale: il dialogo intraecclesiale non doveva mai avvenire a scapito del rispetto dovuto all’autorità costituita da Cristo; dal canto suo, non dubitò un istante a sfidare anche l’impopolarità ogni volta che ritenne necessario intervenire con autorità a difendere l’integrità della fede e della morale evangelica. La più alta testimonianza di libertà interiore e di fedeltà al mandato ricevuto, con cui Paolo VI affrontò e promosse il dialogo intraecclesiale negli anni del suo difficile pontificato, rimane il Credo del Popolo di Dio, cioè l’atto solenne di fede con cui egli volle chiudere l’Anno della fede (1968). A quella sua pubblica professione di fede egli tenne sempre moltissimo, e vi fece spesso riferimento fino alla vigilia della morte.

b) Dialogo ecumenico e interreligioso. Il dialogo ecumenico e interreligioso è il “secondo cerchio” del dialogo, al quale Paolo VI si dedicò con tutte le energie. Già il Concilio e Giovanni XXIII avevano gettato un ponte verso i fratelli separati e verso le grandi religioni monoteistiche; ma il “dialogo della carità” divenne ben presto, con Paolo VI, “dialogo della verità”. Grazie a lui, si è giunti alla vicendevole cancellazione delle scomuniche, all’abbraccio con il patriarca Atenagora a Gerusalemme, al bacio del piede al metropolita Melitone in visita a Roma, agli accordi dei gruppi misti di lavoro su temi teologici importanti come l’Eucaristia e i ministeri, al proseguimento del dialogo ecumenico sui punti più delicati, che stanno all’origine delle divisioni tra le Chiese.

Papa Montini favorì in ogni modo pure il dialogo interreligioso, sia a livello di ricerca dottrinale e teologica, sia con gesti significativi e con scelte coraggiose. Così, nel 1967, confermando l’esistenza del Segretariato per l’Unione dei cristiani (creato da Giovanni XXIII nel 1960), ne volle estendere la competenza alle questioni riguardanti l’ebraismo, e nel 1974 decise di creare un’apposita Commissione interamente dedicata a curare i rapporti religiosi con l’ebraismo. Non stupiscono, dunque, le dichiarazioni di riconoscenza che, in occasione della morte del Pontefice, giunsero da ogni parte, anche dalle più autorevoli istanze ecumeniche. Il patriarca di Costantinopoli, Dimitrios I, lo definì «il Papa del rinnovamento della Chiesa cattolica romana, della riconciliazione tra i cristiani, dell’intesa e della cooperazione tra tutte le religioni» (in L’Osservatore Romano, 13 agosto 1978), sottolineandone l’apporto personale alla grande causa del dialogo tra le Chiese ortodossa e cattolico-romana, e il suo passaggio dal dialogo di carità allo stadio del dialogo teologico. A sua volta, il Consiglio Mondiale delle Chiese in una dichiarazione dell’8 agosto 1978 ribadiva: «I quindici anni di pontificato di Sua Santità Paolo VI saranno ricordati come un periodo chiave per la vita sia della Chiesa cattolica, sia delle altre Chiese cristiane. Durante questi anni sono state gettate le basi per una nuova e durevole comunione fra tutte le Chiese».

Tuttavia, nonostante i notevoli passi in avanti, Paolo VI rimase sempre cosciente che prima di giungere all’auspicata riconciliazione sul piano dottrinale, dogmatico e teologico restava ancora da compiere un lungo cammino.

c) Dialogo con il mondo. Infine, Montini fu il Papa del dialogo con il mondo contemporaneo. È il terzo cerchio descritto dall’enciclica Ecclesiam suam, a cui Paolo VI considerava che dovessero orientarsi il dialogo ecumenico e quello intraecclesiale.

Tutti i grandi interventi sociali del pontificato montiniano sono la traduzione nella pratica pastorale di questa concezione teologica del dialogo Chiesa-mondo. È impossibile ricordarli tutti: vanno dalla enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli (1967) alla lettera apostolica Octogesima adveniens in risposta ai nuovi bisogni di un mondo in cambiamento (1971); dal discorso all’ONU contro la guerra (1965), alla difesa dei campesinos nel forte intervento al Congresso eucaristico internazionale di Bogotà (1968), alla solidarietà con i lavoratori, espressa a Ginevra nella sede dell’Organizzazione internazionale del lavoro (1969), alla firma da parte della Santa Sede degli accordi di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa (1973), alle innumerevoli iniziative per la pace in Viet Nam, Nigeria, Pakistan, Medio Oriente, fino alla istituzione della Giornata della pace da celebrare ogni anno in tutto il mondo il 1° gennaio e ai grandi viaggi apostolici in America Latina, Africa, India, Medio Oriente.

Possiamo dunque dire che il passo più importante compiuto dalla Chiesa in tema di rapporti con il mondo, grazie al magistero e all’impulso dato da Paolo VI, sta nella coscienza nuova del nesso intrinseco che unisce evangelizzazione e promozione umana. Papa Montini rimane una dimostrazione vivente che l’annunzio del Vangelo e la salvezza di Cristo non sono estranei ai problemi dell’uomo, ai suoi progetti, alle sue angosce e alle sue speranze, anzi trovano pieno compimento nella liberazione dal peccato e dai mali sociali che ne provengono e impediscono o ritardano la vera promozione: «Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi o diaframma di linguaggio incomprensibile» (ES, n. 190).

Questa ci appare l’eredità più preziosa del Papa del dialogo: la consapevolezza da lui trasmessa alla Chiesa che, proprio per essere fedele alla missione religiosa di salvezza affidatale da Cristo, essa è chiamata a continuare – come Lui – a farsi carico dei problemi e delle speranze dell’uomo.

Le tribolazioni di Paolo VI

Verso la fine del pontificato, il Papa sembrava cambiato, afflitto da numerose preoccupazioni, specialmente nei due ultimi anni di vita, quasi temesse che la situazione gli stesse sfuggendo di mano, senza riuscire più a contenere alcune interpretazioni fuorvianti del rinnovamento conciliare che si andavano diffondendo nella Chiesa. Del resto, non è un segreto il disappunto che papa Montini manifestò più volte di fronte all’uso distorto di alcuni suoi insegnamenti. Per esempio, egli fu molto contrariato dal fatto che esponenti della teologia della liberazione interpretassero come una legittimazione della violenza rivoluzionaria l’affermazione contenuta nell’enciclica Populorum progressio secondo cui l’insurrezione rivoluzionaria si può giustificare «nel caso di una tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nocesse in modo pericoloso al bene comune del Paese» (PP, n. 31). Ugualmente rimase molto amareggiato che il n. 4 della lettera apostolica Octogesima adveniens (1971) venisse interpretato nel senso di un “pluralismo male inteso”. Tanto che nel 1976 sentì il dovere di intervenire, chiarendo che spetta ai vescovi garantire l’unità della dottrina e la concordia di indirizzo pastorale nelle Chiese locali (Allocuzione). Non era certo usuale che il Papa riprendesse esplicitamente un testo di cinque anni prima, per spiegarne il senso.

Ci vorrà ancora molto tempo prima che la figura, l’insegnamento e l’opera di Montini siano pienamente valutati come meritano, al di là dei limiti umani che anche ogni papa porta sempre con sé e che servono a far risaltare meglio la presenza e l’opera dello Spirito Santo. Una cosa, però, fin d’ora è certa: Paolo VI è stato il primo vero traghettatore del postconcilio. Ha contribuito in modo singolare a elaborare la “rotta” indicata dal Concilio Vaticano II alla navigazione della Chiesa e dell’umanità; e con la santità della vita e con le qualità straordinarie di cui era fornito è stato strumento efficace nelle mani di Dio per il progresso del suo Regno in una delle epoche più impegnative della storia.


Risorse:

ES = Paolo VI, enciclica Ecclesiam suam, 1964.

PP = Paolo VI, enciclica Populorum progressio, 1967.

HV = Paolo VI, enciclica Humanae vitae, 1968.

OA = Paolo VI, lettera apostolica Octogesima adveniens, 1971.

Allocuzione = Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio per gli auguri onomastici, 21 giugno 1976.

L’A. ha pubblicato nel volume La Traversata. La Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi (Mondadori, Milano 2010), un ampio saggio su Paolo VI, impreziosito da ricordi personali avendo conosciuto direttamente il Papa durante gli anni della direzione di Civiltà Cattolica. In occasione della beatificazione, ne riproponiamo qui la parte centrale.

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