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Sinodo sulla famiglia: la Chiesa in travaglio

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Il 5 ottobre prossimo si apriranno i lavori della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al tema «Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione». Si tratta di un appuntamento di grande importanza per tutta la Chiesa, che sta compiendo un lungo percorso di riflessione su un argomento a cui, fin dall’inizio del pontificato, papa Francesco ha dichiarato di volere dedicare un’attenzione prioritaria.

In vista di questa Assemblea, il 26 giugno scorso è stato pubblicato il relativo Instrumentum laboris (IL), un documento articolato e ponderoso il cui genere letterario riesce a esprimere pienamente l’entità della posta in gioco: labor, infatti, in latino non significa solo lavoro, ma anche sforzo, fatica, travaglio, come pure zelo, operosità, solerzia, impresa. Una simile ricchezza semantica trasmette bene la portata dell’investimento che la Chiesa sta compiendo, e anche la complessità della sfida che si accinge ad affrontare: costruire – secondo il volere di papa Francesco stesso – un percorso condiviso (questo il significato etimologico del termine sinodo) su un tema cruciale che, a partire da uno sguardo di misericordia e «lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso» (IL, premessa).

L’Assemblea e l’Instrumentum, infatti, fanno parte di un percorso cominciato un anno fa con la predisposizione di un Documento preparatorio, reso noto nel novembre 2013 (disponibile in <www.vatican.va>), che terminava con un questionario di 38 domande sui temi del matrimonio e della famiglia rivolto a tutte le Conferenze episcopali del mondo, per favorire una ampia consultazione anche della “base” della Chiesa. Come tanti hanno segnalato, si tratta di una novità che concretizza l’idea di papa Francesco di una reale sinodalità del processo con cui la Chiesa prende le decisioni, nella consapevolezza che «dare spazio all’ascolto significa anche correre rischi», come ha ricordato il segretario speciale del Sinodo, mons. Bruno Forte (<www.lavoce.it/per-il-sinodo-sulla-famiglia-2014-2015-si-richiede-il-parere-ditutti>); egli stesso precisa che il metodo di questo percorso «non è decidere a maggioranza, ma certamente ignorare che una consistente parte dell’opinione pubblica ha un’istanza, sarebbe sbagliato».

La seconda tappa di questo percorso è stata il concistoro del 20 febbraio 2014, durante il quale l’intervento pronunciato dal card. Walter Kasper (pubblicato con il titolo Il Vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014) è stato oggetto di accesi, per non dire aspri, dibattiti che hanno offerto un “assaggio” delle difficoltà interne che attendono la Chiesa ogni qualvolta decide di affrontare questi temi.

La terza tappa sarà quindi l’Assemblea generale straordinaria del prossimo ottobre, convocata per valutare e approfondire le risposte date dalle Chiese particolari al questionario inviato un anno prima e raccolte nell’Instrumentum laboris, dove sono state giustapposte posizioni anche molto diverse sui singoli punti specifici, come è logico attendersi da un testo che si presenta come strumento per un successivo lavoro di approfondimento e discernimento. Compito dell’Assemblea di ottobre non è dunque elaborare proposte concrete, né limitarsi a ribadire la dottrina ufficiale, bensì stendere una sintesi bilanciata delle sfide che la Chiesa ha di fronte riguardo al tema della famiglia, dopo aver ascoltato la vita concreta dei credenti di tutto il mondo. I frutti di questo lavoro saranno poi ripresi in chiave pastorale dall’Assemblea generale ordinaria del Sinodo prevista per l’ottobre 2015, con il titolo «Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione della famiglia», quarta tappa di un percorso che si concluderà solo con l’esortazione postsinodale di papa Francesco, che non sarà diffusa prima del 2016. Si potrebbe quasi dire che è in corso una sorta di “mini Concilio”, una definizione certamente appropriata rispetto alla delicatezza e all’importanza del tema, anche se non sempre media e opinione pubblica sembrano avere consapevolezza della valenza e della specificità dei singoli passaggi.

Attraverso una lettura dell’Instrumentum laboris attenta più alle prospettive di fondo che alle questioni specifiche affrontate – sulle quali il documento non teme di lasciar emergere le tensioni e le contraddizioni che la Chiesa universale vive oggi al proprio interno – proponiamo alcune riflessioni che evidenziano l’importanza del percorso intrapreso. La sfida è concentrarsi sul vero labor: alla luce della fede di sempre, dare voce a una nuova comprensione della realtà della vita coniugale e familiare che sappia essere buona notizia e motivo di gioia per le donne e per gli uomini del nostro mondo e del nostro tempo.

Un labor a più livelli


L’ultimo documento della Chiesa universale sulla famiglia è l’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, risalente a ben 33 anni fa e frutto del Sinodo ordinario del 1980. Alcune delle problematiche affrontate dall’Instrumentum laboris erano già sul tavolo allora: il ruolo della donna, il controllo delle nascite, le coppie di fatto, i divorziati risposati, i rapporti sessuali prematrimoniali e fuori dal matrimonio. Altre sono emerse più recentemente e probabilmente per questo suscitano contrapposizioni ancora più accese: procreazione assistita, coppie omosessuali, poligamia. Accanto a questi problemi, che appartengono all’ambito per così dire “classico” della morale sessuale e coniugale, non si possono trascurare gli effetti sulla famiglia delle dinamiche sociali: migrazioni, impoverimento, flessibilità e precarietà del lavoro crescenti, cambiamenti demografici, ecc.

Queste problematiche così disparate sono legate tra loro da una questione di fondo: i cambiamenti in atto nella società consentono e talora obbligano le persone a sperimentare la vita coniugale e familiare con modalità nuove, interrogando in profondità le sintesi tradizionali che di quelle esperienze esprimevano il significato antropologico di fondo. Ad esempio il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione hanno rovesciato i rapporti, anche numerici, fra giovani (un tempo numerosi) e anziani all’interno delle famiglie; la contraccezione consente la scissione fra sessualità e generatività; la procreazione assistita rompe l’identità tra “generare” ed “essere genitore”; le famiglie “ricostituite” portano all’esistenza legami e ruoli parentali per i quali non disponiamo nemmeno di un lessico, mentre il tema delle coppie di fatto, nelle sue diverse sfaccettature, ripropone in vari modi la questione dell’istituzionalizzazione sociale dei rapporti di coppia.

La densità di significato umano e cristiano delle sintesi tradizionali in materia familiare ha bisogno di confrontarsi a fondo con queste novità, in modo da riuscire a riproporre in modo adeguato tutta la propria ricchezza. La loro semplice ripetizione, infatti, è condannata a renderle progressivamente insignificanti. Una novità fondamentale che emerge dall’Instrumentum laboris è proprio la consapevolezza della necessità per la Chiesa di mettersi in discussione, senza limitarsi a stigmatizzare i mali della società contemporanea; come già ricordava il card. Kasper: «La Chiesa, che condivide le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini (Gaudium et spes, n. 1) viene sfidata da questa situazione» (Il Vangelo della famiglia, p. 8). Si tratta chiaramente di una ripresa delle dinamiche del Concilio, in cui affrontando l’esigenza di un “aggiornamento” pastorale si è scoperto che la dinamica dell’“aggiornamento” è costitutiva della Chiesa stessa. Mettersi in discussione è segno di vita e vitalità e apre alla possibilità di scoprire i luoghi in cui, pur nelle difficoltà sociali, culturali e concrete che le famiglie e le coppie sperimentano, lo Spirito è anche oggi in azione e rende i propri segni disponibili per il discernimento.

Tre sono i livelli su cui la Chiesa è sfidata a mettersi in discussione. Il primo, almeno per quanto riguarda la percezione dell’urgenza, è quello pastorale in senso stretto: servono vie più efficaci per proporre l’insegnamento della Chiesa, mentre i pastori si mostrano a volte impreparati e «non conoscono loro stessi in profondità l’argomento matrimonio-famiglia dei documenti, né sembrano avere gli strumenti per sviluppare questa tematica», oppure «appaiono indifferenti rispetto ad alcuni insegnamenti morali» (IL, n. 12). In breve, la pastorale attuale della Chiesa non è sempre in grado di accompagnare in modo adeguato le famiglie.

Un secondo livello concerne una riflessone sulle categorie utilizzate per pensare la coppia e la famiglia, in particolare sul concetto di legge naturale, a cui si ricorre per esprimere la connessione tra amore, sessualità e fertilità, proposta come essenza stessa del matrimonio, per far comprendere l’universalità di questo insegnamento e per argomentare la ragionevolezza di una proposta che si vuole rivolta a ogni essere umano e non soltanto ai credenti. Di fatto il concetto di legge naturale «risulta essere come tale, oggi nei diversi contesti culturali, assai problematico, se non addirittura incomprensibile» (IL, n. 21): «la legge naturale è percepita come un retaggio sorpassato» (IL, n. 22). Urge quindi trovare categorie che non ostacolino e, anzi, favoriscano l’accesso degli uomini e delle donne di oggi alle ricchezze della tradizione della Chiesa.

L’ultimo livello su cui la Chiesa è interpellata è quello della vita concreta, in particolare quella che può essere definita come una contestazione pratica del suo insegnamento: «anche quando l’insegnamento della Chiesa intorno a matrimonio e famiglia è conosciuto, tanti cristiani manifestano difficoltà ad accettarlo integralmente» (IL, n. 13). È una situazione profonda e diffusa tra molti credenti: «tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso» (KASPER W., Il Vangelo della famiglia, p. 8) che non può essere spiegato solo con l’ignoranza o con la cattiva fede.

Linguaggio e carità


Questi tre livelli si intersecano tra loro e rendono evidente l’ampiezza e la profondità del labor in corso: la ricerca di una nuova sintesi che riarticoli dottrina, pastorale e pratiche. Il compito principale per meglio esprimere questo percorso è la ricerca di un nuovo linguaggio, non per trovare slogan più accattivanti, ma assumendo la radicalità del fatto che il linguaggio è ciò consente di riconoscere, comprendere e raccontare ciò che si vive e quale sia il suo senso. È questo il processo di “aggiornamento continuo” necessario alla Chiesa per poter continuare a compiere la propria missione, come papa Francesco non smette di ricordare. Cambiare linguaggio significa impegnarsi con solerzia e fatica ad andare a fondo nella propria fede, per riuscire a presentare un orizzonte di senso pieno di bellezza che aiuti a motivare un cammino, a vivere la speranza, pur nella consapevolezza dei limiti e delle difficoltà. Non a caso tutta la prima parte dell’Instrumentum laboris è dedicata a «Comunicare il Vangelo della famiglia oggi» (corsivo nostro).

Nel fare ciò, la fede ci fa presagire la scoperta di ricchezze e tesori insospettati, di risorse che aprono nuove vie. Non si tratterà quindi di negoziare sulla soglia minima che definisce un insieme di divieti, ma di tornare a esprimere quella istanza massima che rappresenta l’orizzonte di senso dei laboriosi processi di determinazione di indicazioni concrete, un orizzonte a cui ogni cultura e ogni storia rimandano senza poterlo mai definitivamente esaurire, alla luce del quale sono possibili, a loro volta, una reinterpretazione di ogni cultura e un dialogo basato sull’impegno condiviso per la crescita dell’uomo e che non può limitarsi a un elenco di prescrizioni normative. In questo senso non possiamo dimenticare l’insegnamento di papa Francesco riguardo a una verità che non è mai assoluta, ma è una relazione: «essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita» (Lettera a Eugenio Scalfari, la Repubblica, 11 settembre 2013).

Il cammino di maturazione psicologica e spirituale richiesto alle coppie è sicuramente molto tortuoso e incerto, in una società pluralista e articolata quale la nostra. È un cammino che non può essere determinato a priori, che non può prescindere dalla disponibilità a giocarsi concretamente in un’azione che, a sua volta, conduce inevitabilmente a interagire e a confrontarsi con gli altri; è un cammino che suppone, appunto, la mediazione del linguaggio e della cultura.

Il labor a cui la Chiesa è chiamata è allora quello di trovare un linguaggio che riesca a esprimere la verità della coppia e della famiglia non come un dato di fatto assodato e acquisito a cui adeguarsi, ma come un percorso che consenta di incrociare i cammini e le storie variegate e talvolta faticose diciascuna coppia e di ciascuna famiglia. Questo implica che si riconoscano fino in fondo le difficoltà a intenderci quando usiamo termini quali matrimonio, coppia, fecondità, genitorialità, natura e, ovviamente, famiglia, per entrare più in profondità e con rispetto nelle diverse esperienze a cui si fa riferimento. Un esempio a tale proposito è quello che chiede di riarticolare la tradizionale distinzione tra matrimonio quale istituzione sociale e matrimonio come sacramento della Chiesa (cfr KASPER W., Il Vangelo della famiglia, p. 58).

Non è scontato rendersi conto che affrontare lo sforzo di cambiare linguaggio fa parte del tentativo di guardare il mondo, le famiglie, ciascuna persona con lo sguardo di carità e misericordia che Francesco implora: egli invita non soltanto a fare delle carezze, a lenire i cuori senza cambiare nulla, ma ad avere il coraggio di mettersi in discussione in maniera radicale, anche a costo di perdere presunte “certezze” che forse tali non erano fino in fondo, facendosi portare dalla bellezza dell’esperienza proposta, coscienti che «le difficoltà non determinano l’orizzonte ultimo della vita familiare» (IL, Premessa). Il frutto sperato è quello di (ri)trovare un linguaggio in cui tutti possano riconoscersi e che permetta di (ri)costruire la comunità ecclesiale e sociale in tutta la sua varietà e ricchezza.

Se questa è la prospettiva, «non possiamo partire da un elenco di insegnamenti e di comandamenti, fissarci sulle cosiddette “questioni roventi”» (KASPER W., Il Vangelo della famiglia, p. 11), come molti invece si aspettano. Egli lo spiega bene, segnando il cammino: «Non vogliamo e non possiamo aggirare queste domande, ma dobbiamo partire in modo radicale, ovvero dalla radice della fede, dai primi elementi della fede (Lettera agli Ebrei 5,12), e percorrere, passo dopo passo, un cammino di fede (Familiaris consortio, n. 9; Evangelii gaudium, nn. 34-39). Dio è un Dio del cammino; nella storia della salvezza ha compiuto un cammino con noi; anche la Chiesa nella sua storia ha compiuto un cammino. Oggi deve percorrerlo di nuovo insieme alle persone del presente» (ivi).

Un potenziale da esprimere


La scelta di affrontare in profondità la questione dei linguaggi con cui comprendere, esprimere, articolare le esperienze legate alla famiglia, se sapremo assumerla fino in fondo, non potrà che rivelarsi potentemente profetica, anche in termini di riproposizione vitale del messaggio cristiano a un mondo che non lo conosce più: non più un “fortino assediato” alle prese con gli assalti della secolarizzazione, ma un luogo di incontro con le tante persone assetate di senso e i loro cammini.

Per i credenti come per i non credenti, la relazione di coppia, la sessualità, la generazione, la maternità e la paternità restano i luoghi fondamentali (e principali) che custodiscono e rendono accessibili esperienze sensate di prossimità e di intimità. Le persone non smettono di desiderare profondamente queste esperienze, di cui nemmeno i fallimenti più dolorosi sembrano in grado di spegnere il desiderio, anzi, lo confermano. «Il “desiderio di famiglia” si rivela come un vero segno dei tempi, che domanda di essere colto» (IL, n. 45): riconoscere la potenza di questo desiderio è certamente un modo per entrare in sintonia profonda con le donne e gli uomini del nostro tempo.

Ancora più in profondità, le esperienze di prossimità e intimità che la relazione di coppia, la sessualità e la generazione consentono sono occasioni in cui il soggetto gusta la bellezza del dono ricevuto gratuitamente di qualcosa che eccede, va al di là rispetto al proprio operare, ma anche e altrettanto fondamentalmente sperimenta la bellezza di potersi impegnare, assumersi responsabilità, generare qualcosa (o, ancora meglio, qualcuno): si tratta di quello che l’enciclica Caritas in veritate al n. 34 presenta come l’esperienza umana fondamentale. Una esperienza di grazia (ancora con la “g” minuscola, in attesa che la fede un giorno, forse, ne riconosca l’Autore) e, insieme, una sollecitazione alla coscienza: il bene interpella sempre, domanda una decisione e un impegno in proprio favore; questo impegno consente di scoprire un bene via via maggiore e quindi di crescere nella fiducia fondamentale che il bene esiste e in una autentica libertà.

In questa luce, come è possibile riconoscere in che modo tutte le molteplici e diverse situazioni reali concrete (anche quelle abitualmente definite “irregolari”), ciascuna a suo modo e in grado diverso, offrono un accesso e una partecipazione, almeno in forma “seminale” – parziale e provvisoria –, al bene relazionale, sociale e personale dell’esperienza di intimità e reciprocità della coppia e della sua connaturata tensione alla generatività, senza per questo fare di ogni erba un fascio? Come aiutare a fare un discernimento della strada da seguire per approfondire il bene che si vive e si desidera? E a riconoscere gli inganni, le scorciatoie che non portano da nessuna parte? È immaginabile un percorso analogo a quello che ha condotto il Concilio a riconoscere come lo Spirito è all’opera «con la sua virtù santificante» anche fra coloro che, «essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro» (Lumen gentium, n. 15)?

Il linguaggio tradizionale, legato al concetto di natura, esprimeva bene tutta la ricchezza della comprensione cristiana di un dono reciproco e la sua inscindibile apertura alla generatività, ma non lasciava spazio alla storia e ai dinamismi, ed era pensato all’interno di una società “cristiana”, in cui si dava per acquisita l’appartenenza ecclesiale, si proponeva un “modello compiuto”, rispetto al quale si era “dentro” o “fuori”, che si “accettava” o “rifiutava”. Si può confidare che il discernimento del desiderio profondo e l’auspicato cambiamento di linguaggio condurranno le persone a muoversi lungo percorsi di progressivo avvicinamento – per quanto possibile e spesso con alcuni limiti – a quella configurazione che la tradizione aveva proposto come ideale e perciò normativa, ma il cui valore oggi non può essere dato come presupposto di partenza, bensì come orizzonte di un cammino?

Affrontare con libertà e serietà tutte queste questioni non può che essere un grande labor: un travaglio, che richiede zelo, fatica e operosità, ma che può generare una passione più profonda per il Vangelo della famiglia in tutta la sua bellezza. Da una parte le donne e gli uomini del nostro tempo hanno ancora bisogno, talvolta disperato, di questa bellezza. Dall’altra la Chiesa ha il dovere di trovare il modo di non tenere chiusi quei tesori che le sono stati affidati perché siano trafficati e producano frutti, cioè aiutino le persone, per quanto ciascuna può e nei contesti in cui si trova, a riconoscere il dono ricevuto nella propria vita di sposi, genitori, figli, e accoglierlo impegnando la propria libertà. Cosa che sembra essere una buona bussola per la vita di coppia e di famiglia.

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