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Papa Francesco, riformatore del mercato

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Gli insegnamenti di Gesù offrono una buona notizia per i giusti, siano essi poveri ed emarginati oppure ricchi ma generosi. Tutti possono trovare posto nel regno. C’è invece poco conforto per coloro che pensano che solo la loro ricchezza potrà salvarli. La parabola di Lazzaro e dell’uomo ricco è un monito sul destino dei ricchi che ignorano i poveri (Luca 16,19-31).
Quindi non dovremmo essere sorpresi dalle reazioni molto divergenti all’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium. Da un lato, in tutto il mondo la gente è stata immediatamente attirata dalla forza del messaggio di speranza e giustizia sociale del Papa, entusiasmata dalla sua critica alla «dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (EG, n. 55) e ispirata dal suo appello alla solidarietà con i poveri.
Tuttavia negli Stati Uniti un certo numero di persone notoriamente ricche e alcuni commentatori che abitualmente parlano in loro nome hanno reagito con grande irritazione: «Marxista», hanno strillato alcuni e l’accusa è riecheggiata; il Papa è «confuso», hanno dichiarato altri. Altri ancora hanno cercato di sminuire la portata del suo messaggio, sostenendo che in realtà esso è diretto alla sua terra di origine, l’Argentina, piuttosto che agli Stati Uniti. Almeno una persona molto benestante ha minacciato di rifiutare una donazione per il restauro della Cattedrale di St. Patrick di New York.
Coloro che presumono di leggere nelle parole del Papa un piano economico specifico si sbagliano. Egli, come Gesù, non offre alcun piano di questo genere: «Questo non è un documento sociale», precisa (EG, n. 184). Gesù non rovesciò i tavoli dei cambiavalute per dare attuazione a una riforma del sistema bancario del suo tempo, ma piuttosto per sollevare una questione morale: la casa della giustizia divina era diventata un covo di ladri. Papa Francesco porta il messaggio di Gesù al cuore del capitalismo contemporaneo, ricordandoci che abbiamo bisogno di un quadro di riferimento morale per la nostra economia del XXI secolo.

Questo messaggio però è fondamentalmente sovversivo nei confronti degli atteggiamenti prevalenti nei corridoi del potere americano, a Wall Street come a Washington. Proprio per questo la sua importanza è cruciale. Troppi tra i ricchi e i potenti negli Stati Uniti sono in balia di una ideologia economica che pone il diritto di proprietà sopra la dignità umana, persino al di sopra della sopravvivenza delle persone. Troppi credono che la moralità sia il risultato del mercato.
Non è un’esagerazione. La dottrina del libertarianismo, ad esempio, come esposta da Ayn Rand [1905-1982, scrittrice e filosofa americana di origine russa, N.d.R.] e dai suoi seguaci, tra cui Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve [la Banca centrale americana, N.d.R.], si basa sull’idea che la giustizia economica sia definita dalla “libertà” del mercato, intesa come libertà di acquistare, vendere e proteggere la proprietà personale. Né il Governo, né la legislazione e neppure l’autocontrollo morale dovrebbero interferire. Secondo questa teoria, le tasse sono considerate una forma di servitù nei confronti dello Stato, anche quando le entrate fiscali sono destinate a nutrire i poveri, sostenere i disoccupati, fornire servizi sanitari agli indigenti e proteggere l’ambiente per tutti.


La Chiesa e il diritto di proprietà

La Chiesa ha giustamente e costantemente respinto l’idea che il diritto di proprietà privata sia sacrosanto. La Chiesa moderna, sin da quando per la prima volta ha affrontato la questione economica durante la prima rivoluzione industriale, in particolare nell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891), ha giudicato con favore l’economia di mercato, ma in una forma in cui il diritto alla proprietà privata sia inserito in un quadro di riferimento etico. La moralità e la dignità umana devono occupare il primo posto e il diritto di proprietà dovrebbe essere sensibile al più alto richiamo della giustizia.
Così si esprime Leone XIII: «È lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all’umana vita che l’uomo abbia la proprietà dei beni. Ma se inoltre si domandi quale debba essere l’uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all’altrui necessità. […] In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui» (RN, n. 19).
Sulla stessa linea, Leone XIII sosteneva che i contratti conclusi sulla base del libero consenso tra le parti possono essere considerati ingiusti quando esse sono troppo disuguali per ricchezza e potere. Come Paolo VI più tardi affermò nell’enciclica Populorum progressio (1967), rinviando proprio all’insegnamento di Leone XIII, «la legge del libero consenso rimane subordinata alle esigenze del diritto naturale» (PP, n. 59). Su scala globale Paolo VI osservò che anche il libero scambio tra le nazioni deve essere soggetto alle esigenze della giustizia sociale.

L’insegnamento della Chiesa descrive il quadro di riferimento morale del diritto di proprietà attraverso l’espressione “destinazione universale dei beni”. Certo – sostiene la Chiesa – la proprietà è e deve essere (perlopiù) privata, in quanto essa aumenta l’efficienza, protegge la famiglia e permette alla classe media di resistere al saccheggio da parte dello Stato. Tuttavia la proprietà deve essere compresa anche come un patrimonio pubblico; i bisogni dell’umanità devono avere la precedenza sulle pretese dei singoli individui alla proprietà privata, soprattutto quando sono in gioco le necessità dei poveri o l’ambiente.
In linea con questa grande tradizione, papa Francesco si pone come obiettivo niente di meno che ristabilire un fondamento morale per i nostri rapporti economici locali, nazionali e globali, attraverso la diffusione dell’insegnamento della Chiesa sulla giustizia sociale, che affonda le proprie radici nella tradizione ebraica. Ma, al di là delle dottrine specifiche, il Papa richiama temi universali che sono condivisi da molte grandi religioni, oltre che da agnostici e atei, a cui ha rivolto l’invito a unirsi nella ricerca della giustizia e della pace. Egli scrive che un dialogo interreligioso «in cui si cerchi la pace sociale e la giustizia è in sé stesso, al di là dell’aspetto meramente pragmatico, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali» (EG, n. 250).


Il codice morale del Papa

Papa Francesco sta dando nuovo vigore a un codice morale largamente, se non universalmente, condiviso, ma che è stato eclissato dai lustrini della nostra era mediatica e dirottato dall’idolatria della proprietà privata (che il Papa paragona al vitello d’oro; cfr EG, n. 55). Con la sua gioia e umiltà, Francesco sta cercando di svegliarci dal nostro torpore, da ciò che egli chiama «la globalizzazione dell’indifferenza» (EG, n. 54).
Papa Francesco ci chiede di risvegliare la nostra coscienza morale personale. Non sappiamo quello che facciamo – ci spiega – perché «Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo» (ivi).
La scienza economica, che è la mia professione, esemplifica questo progressivo allontanamento dalla morale. Nella sua ricerca del “rigore scientifico”, la teoria economica dominante ha abbandonato da molto tempo il tradizionale interesse per un quadro di riferimento etico. Una scienza che ebbe inizio come branca dell’indagine morale, nel XX secolo si era ormai trasformata in una “ragazza pompon” del materialismo egoistico, con poco o nessun interesse per la ricerca etica. Il benessere umano, al centro degli interessi filosofico-morali degli economisti classici, nelle mani di quelli del XX secolo è diventato praticamente sinonimo dei beni materiali di cui ciascuno dispone.
Ci sono tre conseguenze disastrose della globalizzazione dell’indifferenza. La prima è che la società nel suo complesso, comprese le élite della finanza e del mondo accademico, ha abbandonato ogni interesse per il destino dei poveri, quando non arriva addirittura a incolparli della loro condizione. La seconda è che i mercati finanziari sono stati deregolamentati e gli scambi di mercato sono diventati il test della moralità. Anche se le grandi banche di Wall Street spacciavano titoli tossici a ignari acquirenti stranieri, alimentando così la bolla finanziaria che scoppiò nel 2008, l’amministratore delegato di Goldman Sachs dichiarava che, in fin dei conti, l’azienda stava compiendo la volontà di Dio, poiché contribuiva a creare ricchezza e posti di lavoro. La terza conseguenza è che gli economisti di professione, cui appartengo, sono stati complici di questo processo, gettando alle ortiche la deontologia professionale nel momento in cui molti si precipitavano ad accettare impieghi estremamente ben remunerati a Wall Street. Il premiato documentario Inside Job del 2010 [vincitore del premio Oscar nel 2011, per la regia di Charles H. Ferguson, N.d.R.] mette in mostra un ceto di professionisti dell’economia che ha smarrito la propria bussola morale.
I risultati sono devastanti. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti ha raggiunto il più alto livello nell’arco di un secolo, se non di più. L’illegalità e la corruzione nel mondo della finanza hanno quasi portato al crollo dell’economia mondiale. E, in un’epoca di ricchezza globale senza precedenti, i poveri di tutto il mondo sono stati spesso lasciati soli a cercare di sopravvivere in mezzo a tremende avversità.

Consideriamo un recente esempio particolarmente scioccante. Il Fondo globale per la lotta all’AIDS, la tubercolosi e la malaria è l’istituzione chiave a livello mondiale per finanziare la lotta contro queste tre malattie mortali, che la scienza moderna è in grado di curare e spesso di prevenire. Il Fondo globale ha salvato milioni di vite dispensando farmaci e presidi preventivi come le zanzariere contro la malaria. Eppure, quando lo scorso anno il Fondo globale lanciò un appello per ottenere nuovi fondi, chiedendo 5 miliardi di dollari ai Governi e alle imprese di tutto il mondo per potersi prendere cura di centinaia di milioni dei più poveri della terra, non riuscì a raggiungere il proprio obiettivo, raccogliendo solo 4 miliardi. Il miliardo che manca avrà un costo considerevole in termini di morti e sofferenze, nel momento in cui gli ambulatori esauriranno farmaci e presidi sanitari salvavita. Eppure questo miliardo di dollari è inferiore ai guadagni registrati nel 2013 da diversi proprietari di hedge fund. È meno di quanto spende ogni giorno il Pentagono [il Ministero della difesa statunitense, N.d.R.]. È meno di un dollaro all’anno per ciascun abitante dei Paesi ad alto reddito. Perché il Fondo globale non ha raccolto abbastanza denaro? C’è solo una ragione – e non è una giustificazione –: la globalizzazione della indifferenza.

Ridare vigore a un codice morale economico globale può essere la nostra ancora di salvezza nel XXI secolo. In un momento in cui le nostre società sono lacerate da disuguaglianze senza precedenti, in cui sei milioni di bambini sotto i cinque anni potrebbero essere salvati ogni anno da morte prematura e in cui la distruzione sconsiderata dell’ambiente mette la vita degli esseri umani e di milioni di altre specie in pericolo, il nostro atteggiamento e i nostri giudizi morali saranno la determinante principale del nostro destino.
A questo punto della storia, l’umanità è a un bivio e seguirà la strada che saremo noi a scegliere. Abbiamo i mezzi tecnici per risolvere i nostri problemi a livello nazionale e globale: mettere la povertà al bando, combattere le malattie, proteggere l’ambiente e dare istruzione e formazione a chi non ce l’ha. Ma possiamo farlo e lo faremo solo se ci sta abbastanza a cuore da sopportare lo sforzo che richiede. Siamo di fronte a una crisi morale molto più che a una crisi finanziaria o economica. Per questo dobbiamo essere grati a papa Francesco: con amore ci ricorda che le nostre aspirazioni più alte sono davvero alla nostra portata.


RISORSE

EG = FRANCESCO, esortazione apostolica Evangelii gaudium, 2013.
PP = PAOLO VI, enciclica Populorum progressio, 1967.
RN = LEONE XIII, enciclica Rerum novarum, 1891.
COSTA G., «La gioia del Vangelo: il segreto di papa Francesco», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2014) 5-12.
FOGLIZZO P., «“Chiamati a essere poveri”: una proposta personale, una questione sociale», in Aggiornamenti Sociali, 12 (2013) 814-821.
GFATM, The Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria, <www.theglobalfund.org>.


Titolo originale «Market Reformer», pubblicato in America, 24 marzo 2014; traduzione di Paolo Foglizzo.

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