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Ascoltare. Ma chi?

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«Non parlateci chiaro; diteci cose piacevoli, propinateci illusioni» (Isaia 30,10b). Queste parole, che sono una delle possibili traduzioni di Isaia 30,10b, esprimono in modo inequivocabile ciò che la gente, di ogni tempo e di ogni luogo, vuole ascoltare: messaggi che non disturbino, a costo di falsare la realtà. Questo è da sempre il segreto del successo di chi vende illusioni: fornire un alibi per evitare di fare responsabilmente i conti con i problemi posti dal momento storico in cui ci si trova a vivere.

Isaia 30, 1-10

1 Guai a voi, figli ribelli – oracolo del Signore – che fate progetti senza di me, vi legate con alleanze che io non ho ispirate così da aggiungere peccato a peccato. 2 Siete partiti per scendere in Egitto senza consultarmi, per mettervi sotto la protezione del faraone e per ripararvi all’ombra dell’Egitto. 3 La protezione del faraone sarà la vostra vergogna e il riparo all’ombra dell’Egitto la vostra confusione. 4 Quando i suoi capi saranno giunti a Tanis e i messaggeri avranno raggiunto Canès, 5 tutti saranno delusi di un popolo che non gioverà loro, che non porterà né aiuto né vantaggio ma solo confusione e ignominia. 6 Oracolo sulle bestie del Negheb. In una terra di angoscia e di miseria, adatta a leonesse e leoni ruggenti, a vipere e draghi volanti, essi portano le loro ricchezze sul dorso di asini, i tesori sulla gobba di cammelli a un popolo che non giova a nulla. 7 Vano e inutile è l’aiuto dell’Egitto; per questo lo chiamo: Raab l’ozioso. 8 Su, vieni, scrivi questo su una tavoletta davanti a loro, incidilo sopra un documento, perché resti per il futuro in testimonianza perenne. 9 Poiché questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. 10 Essi dicono ai veggenti: «Non abbiate visioni» e ai profeti: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!».


Al tempo di Isaia

Istruttive risultano le circostanze in cui furono pronunciate le parole riportate in apertura. Esse riflettono la reazione di molti di fronte alla piega poco rassicurante assunta dalla predicazione di Isaia verso la fine dell’VIII secolo a.C. In quel periodo la scena geopolitica mediorientale è dominata dall’Assiria. Anche Gerusalemme e il regno di Giuda sono costretti a pagare un pesante tributo alla superpotenza del tempo. Molti giudei si lasciano convincere dagli ideologi di turno che, per liberarsi dal giogo dell’Assiria, ci sia un’unica strada da percorrere: allearsi con l’Egitto, l’altra grande potenza che tentava di imporre il suo dominio sulla regione siro-palestinese. Isaia denuncia questa scelta come insensata. Tutti, a cominciare da coloro che sono investiti di responsabilità («i sacerdoti e i profeti», cioè coloro che avrebbero dovuto guidare il popolo con parole di sapienza), gli appaiono come degli «ubriachi» (cfr Isaia 28,7 e 29,9). È come se le loro menti fossero ottenebrate dal vino. Infatti, non ragionano più, dal momento che vanno a cercare aiuto da chi non potrà portare loro soccorso.

Isaia 30, 15-16

15 Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto, 16 anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli». Ebbene, fuggite! «Cavalcheremo su destrieri veloci». Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori.

L’accecamento interiore è dilagante e non c’è chi sia in grado di indicare la via da percorrere per preparare un futuro di pace. Agli occhi di Isaia, lo sbocco inevitabile di tale situazione sarà l’incapacità generalizzata di comprendere il senso degli avvenimenti che si stanno vivendo. Nel testo ciò è illustrato attraverso l’immagine di un libro sigillato, in cui è scritto il progetto salvifico di Dio sulla storia. Ebbene, non si troverà nessuno capace non solo di aprire il libro, rivelandone il contenuto, ma soprattutto di leggerlo e di interpretarlo: «Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere dicendogli: “Per favore, leggilo”, ma quegli risponde: “Non posso, perché è sigillato”. Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: “Per favore, leggilo”, ma quegli risponde: “Non so leggere”» (Isaia 29,11-12).

Da questa breve analisi emerge un dato ricorrente nella tradizione biblica: la storia è costantemente attraversata da una lotta tra veri e falsi profeti, cioè tra parola vera e menzogna. La voce degli ideologi al servizio del potere si fa sentire in ogni tempo, con la funzione di giustificare mentalità e comportamenti dominanti. In contrasto con la loro lettura della realtà, si leva la parola di chi è impegnato a elaborare una intelligenza critica della medesima realtà. Come Isaia, il profeta è colui che sa leggere in profondità il momento storico che si trova a vivere. Egli è in grado di operare uno smascheramento del male che si cela sotto le sembianze del bene. In gioco è la capacità di entrare in una lettura sapienziale della storia del proprio tempo, cioè di discernere (distinguere tra) ciò che fa vivere e ciò che uccide.


Sordi per orgoglio e per paura

I giudei non hanno voluto ascoltare il Signore, che, attraverso le parole di Isaia, indicava come il vero bene fosse nell’adesione fiduciosa a Lui, da cui avrebbero dovuto attingere forza e serenità. Invece hanno finito per fare affidamento sulla cavalleria egiziana: una scelta fallimentare (cfr Isaia 30,15-16).

Che cosa ha impedito allora – e continua a impedire ancora oggi – un atteggiamento di ascolto scevro da difese? Certamente il rumore esterno, ma «soprattutto il rifiuto interiore, spesso inconscio, di aprirsi all’altro, di accoglierlo. Non c’è silenzio dentro il cuore quando esso è “pre-occupato”, già abitato cioè da mille ansie, da una legione di padroni che imperano e promettono, dalle tante voci della propria vanità» (BOVATI P., Il libro del Deuteronomio [1-11], Città Nuova, Roma 1994, 80). Tali voci vanno individuate, fondamentalmente, in quella dell’orgoglio e in quella della paura. Ognuno di noi porta dentro di sé questi sentimenti, opposti ma ugualmente devastanti, che rischiano di invadere la nostra esistenza e di assordarci con la loro voce prepotente. Ognuno rischia di essere inebetito dalla paura e accecato dall’orgoglio. La prima ci mette sulla difensiva, ci paralizza e ci rende ricattabili; il secondo ci fa presumere di noi stessi. La paura rimpicciolisce, l’orgoglio gonfia. Ambedue deformano la percezione della realtà e ci rendono sordi agli appelli che non cessano di risuonare intorno a noi. Ci chiudono inevitabilmente all’ascolto dell’Altro e degli altri.


Dimmi chi ascolti e ti dirò chi sei

I passi di Isaia presi in considerazione ruotano attorno a una problematica che attraversa la Bibbia intera. Alla base di tutto si trova la convinzione che ogni persona, se così si può dire, è ciò che ascolta. Le parole che lascia entrare nel cuore un po’ alla volta la segnano, la modellano a loro immagine. Per questo ogni israelita deve porre al primo posto l’ascolto e l’adesione a colui che è l’Origine della sua vita. Ciò trova chiara espressione nel passo di Deuteronomio 6,4-9, noto come lo Shema’, titolo che gli deriva dalla parola ebraica iniziale: «Ascolta!».

Deuteronomio 6,4-9

4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. 5 Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6 Queste parole che oggi ti do, ti stiano fisse nel cuore. 7 Le ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te le legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Giustamente considerato il cardine della spiritualità ebraica, esso evidenzia l’atteggiamento che il credente deve far proprio ogni giorno: ascoltare, così da accogliere nel cuore la parola dell’Altro. È significativo che nella recitazione quotidiana dello Shema’ «ogni israelita si pone una mano davanti agli occhi, per significare che il mistero di fede annunciato da queste grandi parole, è un mistero accessibile all’ascolto e non alla visione» (MELLO A., «“Ascolta, Israele!”. L’ascolto della parola nel Deuteronomio», in Parola, Spirito e Vita, 1 [1980] 27-41, qui 38). Assaporando giorno e notte la parola del suo Signore, attestata nella Bibbia (cfr Salmo 1), il credente affina l’orecchio, imparando a cogliere gli appelli che risuonano nei linguaggi e negli avvenimenti della storia. Nelle attese e nelle aspirazioni, nelle angosce e nei fallimenti del suo tempo, egli impara a percepire la voce di Dio, a interpretare il senso delle vicende in cui è inserito.

Dunque, le parole che fanno breccia in noi risultano determinanti: modellano la nostra coscienza e orientano le nostre scelte. Stante questo dato di fondo, si pone una questione a cui nessuno può sfuggire: chi si ascolta? A quali parole si presta attenzione?


Al giorno d’oggi

Quanto accaduto al tempo di Isaia si ripropone di continuo. Anche oggi. Di fronte alla crisi perdurante, non solo né in primo luogo economica, si avverte la stessa sensazione di accerchiamento che provarono i giudei sotto la pressione dell’Assiria. Si rischia, allora, di adeguare acriticamente il proprio giudizio a forme di ideologia (falsamente) rassicuranti, che vanno imponendosi nell’opinione pubblica. «Chi governa tende a creare servilismo; e anche coloro che per vocazione sarebbero chiamati a parole coraggiose di libertà sentono il fascino del consenso nei confronti del potente, e accettano, per sopravvivere o per fare carriera, di sottomettere la verità alle opinioni vincenti» (BOVATI P., “Così parla il Signore”. Studi sul profetismo biblico, EDB, Bologna 2008, 8). Data questa deriva, si finisce per convincersi che l’unica soluzione sia ricorrere al faraone di turno, sposando letture semplicistiche della realtà e appoggiando soluzioni basate sulla mera logica della forza. La follia, denunciata dal profeta, si ripresenta puntualmente. Basti pensare all’assurdità delle spese per gli armamenti. Si impiegano ingenti capitali per la sicurezza, sottraendo risorse alla ricerca, all’istruzione, alla sanità. Volendo garantirsi il futuro, si finisce per vivere il presente nell’incertezza e nella precarietà! Come afferma papa Francesco, la corsa agli armamenti «serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (Evangelii gaudium, n. 60).

Dunque, anche per il nostro tempo vale il monito di Isaia a non comportarsi da ubriachi che hanno il cervello annebbiato e a tornare a ragionare, al quale si continua a replicare: «Non parlateci chiaro; diteci cose piacevoli, propinateci illusioni». Queste parole esprimono bene una tendenza radicata nell’animo umano: la propensione a prestare ascolto a ciò che si vuole sentirsi dire, a dare credito a chi promette soluzioni facili, che non mettono in discussione le proprie idee e il proprio comportamento. Ma con esiti spesso fatali.

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