Dossier referendum
sulla procreazione medicalmente assistita


 

Tre ragioni per non votare

Bartolomeo Sorge S.I.

Il 12 giugno prossimo, per tre buone ragioni, è meglio non andare a votare.

1. La Legge 40/2004
La prima ragione è la stessa Legge 40. Non è affatto una legge perfetta quanto a contenuti (meno che meno confessionale!), e non è in grado di coagulare quel consenso ampio, del quale ci sarebbe bisogno data la delicatezza della materia, le diversità culturali del Paese e gli assetti legislativi esistenti (per esempio, come conciliare la giusta tutela dell'embrione, prevista dalla Legge 40, con l'aborto consentito dalla Legge 194/1978?).
Eppure, nonostante tutti i suoi limiti, la Legge oggi sottoposta a referendum abrogativo contiene alcuni «aspetti positivi»: a) riconosce che la ricerca scientifica va finalizzata all'uomo e che quindi l'uomo non può mai essere usato come cavia nella ricerca clinica e sperimentale per finalità terapeutiche e diagnostiche; vieta perciò la ricerca sulle cellule staminali embrionarie. Ciò non solo non impedisce la ricerca scientifica, ma stimola a proseguire quella sulle cellule staminali adulte, per trovare rimedio all'Alzheimer, al Parkinson, al diabete e a molte gravi affezioni degenerative, senza pagare prezzi inaccettabili in termini di vite umane sacrificate. b) Tutela l'embrione, stabilendo che se ne creino in vitro e siano trasferiti in utero solo tre alla volta; ne vieta perciò la produzione indiscriminata e il congelamento (crioconservazione). c) Riconosce l'esistenza di diritti dell'embrione: alla vita, alla salute, alla dignità umana, all'identità genetica, a non essere distrutto e a non essere oggetto di selezione eugenetica; vieta perciò la diagnosi genetica pre-impianto. d) Esclude la fecondazione eterologa, ottenuta con ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia, permettendo il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita solo in caso di sterilità o di infertilità, e sempre all'interno della coppia; favorisce perciò la nascita di quanti più bambini è possibile, ma garantendo che a essi non manchi una famiglia.
Ecco perché, pur non essendo perfetta (né conforme all'etica cristiana), tuttavia la Legge 40 è meglio di niente, come ha sostenuto autorevolmente la Corte Costituzionale, respingendo la richiesta di abrogazione totale, avanzata dai radicali. In una materia tanto delicata e complessa come la procreazione della vita umana, una legge per quanto imperfetta ci vuole.
Ciò non vuol dire che gli stessi «aspetti positivi» della Legge 40 non si possano ulteriormente chiarire, senza abrogarli. Così, per esempio, ci si può chiedere se si debba fissare per legge che siano solo tre gli embrioni da creare per essere impiantati; se non si possa consentire l'uso di cellule staminali di embrioni non più vitali, come avviene nell'espianto di organi da chi è clinicamente morto, ecc.
Invece, se il 12 giugno andassero a votare più del 50% degli aventi diritto e il Sì dovesse prevalere, verrebbe cancellata di colpo ogni garanzia a difesa della vita, prevista dalla Legge 40. Cederebbe cioè l'intera architettura della Legge. In pratica equivarrebbe ad abrogarla e si tornerebbe al vuoto legislativo e al Far West.
Ecco perché il modo più sicuro per salvare gli aspetti positivi della Legge 40, ed eventualmente per chiarirli meglio, è non andare a votare facendo mancare il quorum.

2. Il referendum
Infatti, la seconda ragione per non andar e a votare è l'uso improprio che in questo caso si fa dello strumento referendario. In parole semplici, il referendum abrogativo non è il mezzo adatto per prendere decisioni in tema di procreazione assistita. Coinvolge, infatti, questioni moralmente rilevanti e talmente complesse che non si possono dirimere a colpi di accetta, con un secco Sì o No. Il referendum obbliga ad approvare o a rifiutare in blocco quesiti complessi, senza possibilità di chiarimenti su punti determinati. Questi invece andrebbero liberamente discussi, per raggiungere su di essi il consenso più ampio possibile, trattandosi di questioni che toccano il bene fondamentale delle persone, delle famiglie e della società. Il referendum abrogativo, invece, anziché favorire il consenso ragionato, porta allo scontro ideologico, spacca a metà il Paese e impone di approvare o di cancellare in blocco intere parti della Legge 40, senza alcuna possibilità di distinguere. Inoltre, chiamando il popolo a pronunciarsi su argomenti complessi che superano la competenza del cittadino medio, si finisce col favorire la confusione e l'astensionismo e, in ultima analisi, con lo screditare lo stesso istituto referendario.

3. Il voto
Infine, è meglio non andare alle urne, anche se questa scelta responsabile viene da alcuni indebitamente giudicata come assenteismo o come rinuncia a esprimere la propria posizione. La ragione del non voto, invece, è che andando alle urne (sia pure per dire No), di fatto si consente il raggiungimento del quorum e quindi - senza volerlo, anzi volendo il contrario - si favorisce la vittoria dei Sì. E' scontato, infatti, che i favorevoli alla abrogazione andranno in massa alle urne.
Occorre dunque ribadire che non votare un referendum è una scelta legittima, prevista dalla Costituzione. Infatti, l'art. 75 Cost., determinando che il raggiungimento del quorum è necessario alla sua validità, sancisce che sono tre i modi di partecipare al referendum: votare Sì, votare No, non andare a votare.
Tant'è vero che, in occasione dei 55 referendum tenuti in Italia dal 1970 a oggi, tutte le forze politiche - in un caso o nell'altro - hanno invitato i cittadini a non votare. Così, per esempio, la scelta di non votare fu sostenuta dagli stessi radicali nel 1985 per far mancare il quorum nel referendum sulla scala mobile [i votanti invece furono il 77,9% e vinsero i No con il 54,3%]; nel 1999, l'invito a non votare per far mancare il quorum venne - tra gli altri - anche da Rifondazione Comunista, per far fallire il referendum sull'abolizione della quota proporzionale in materia elettorale [i votanti furono il 49,6 %, e il referendum fallì]; nel 2003, l'invito a non votare per far mancare il quorum venne dai DS e dalla Margherita, per far fallire il referendum sull'art. 18 [che di fatto fallì, essendosi recati alle urne solo il 25,7% degli aventi diritto].
In altre parole, non andare a votare non si può considerare una «astensione». «Astensione» c'è se un cittadino non vota alle elezioni politiche: infatti, in tal caso egli viene meno a un preciso «dovere civico» (art. 48 Cost.). Invece non votare al referendum è legittimo e previsto dall'art. 75 Cost.; e la stessa prassi politica conferma che è un modo efficace di partecipare in modo attivo alla convocazione referendaria, ripetutamente e largamente praticato.

4. Conclusione
Dunque, nel caso specifico del referendum sulla procreazione assistita, non andare a votare è la scelta migliore anche per quei cittadini che, favorevoli al mantenimento della Legge 40 perché contrari al Far West della provetta, chiedono ulteriore chiarezza su alcuni punti. Infatti: 1) se il referendum è valido e vince il Sì, si apre un vuoto legislativo e si torna al Far West; in tal caso, il Parlamento dovrà fare i salti mortali per reintrodurre alcune norme necessarie a garanzia della vita; 2) se invece vince il No, la Legge 40 rimane così com'è, con le sue imperfezioni, e viene sottratta a lungo a ogni altro giudizio popolare, perché l'art. 38 della Legge n. 352/1970 stabilisce il divieto di riproposizione di una richiesta di referendum per i cinque anni successivi a un voto «contrario all'abrogazione»; 3) solo il non raggiungimento del quorum, con il conseguente fallimento del referendum, offre di fatto al Parlamento l'occasione di riprendere in mano la Legge e di chiarirne i punti più discussi durante il confronto referendario, senza però alterarne né l'architettura né le norme fondamentali.