Verso la beatificazione di Romero, testimone di una fede incarnata

06/02/2015
Il 3 febbraio papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto nel quale si riconosce il «martirio» di Óscar Arnulfo Romero, «ucciso in odio alla fede» mentre celebrava la messa il 24 marzo 1980. Dunque nulla ostacola più la beatificazione dell'arcivescovo di San Salvador, lungamente attesa da molti fedeli, a cui ha probabilmente dato un decisivo impulso il primo pontefice latinoamericano della storia.

Nel numero di marzo, attualmente in lavorazione, Aggiornamenti Sociali pubblicherà un ampio articolo sulla figura di Romero, incrociando la sua biografia con quella di un'altra testimone profetica della Chiesa salvadoregna: Marianella García Villas, collaboratrice dell'arcivescovo, fondatrice della Commissione per i diritti umani in El Salvador, uccisa nel 1983 mentre cercava le prove dell'uso di armi chimiche da parte dell'esercito.

Pubblichiamo di seguito un'anticipazione dell'articolo, firmato da Anselmo Palini. Più sotto altri articoli del nostro archivio per approfondire.

«Dopo l’assassinio di Romero, da più parti se ne chiese la beatificazione. Soprattutto in America centrale e meridionale l’arcivescovo martire da subito venne considerato un santo e venerato come "San Romero de las Américas". Dopo la decisione presa lo scorso 3 febbraio da papa Francesco la beatificazione dell’arcivescovo salvadoregno è ormai prossima. La sua morte è stata riconosciuta come una forma di martirio, perché ucciso in odio alla fede e non solo per motivi politici. Nel suo ministero pastorale, infatti, è riuscito a coniugare fede e giustizia intervenendo nelle questioni politiche e sociali del suo Paese senza confondere i piani e sconfinando così nell’attivismo politico, ma neanche separandoli, estraniandosi dal contesto storico. Così potrà infine essere beatificato Romero, un santo che ha incarnato lo stile pastorale della "Chiesa in uscita" (cfr Evangelii gaudium, nn. 20-24).

La lapide posta sulla tomba di Romero riporta semplicemente il suo motto episcopale: Sentire cum Ecclesia. Il suo desiderio è stato, infatti, fin dall’inizio del suo ministero sacerdotale, quello di vivere il messaggio cristiano restando fedele alla Chiesa. Soprattutto nei tre anni in cui è stato arcivescovo di San Salvador, Romero ha sentito chiaramente e accolto il grido del proprio popolo, schierandosi sempre più decisamente in difesa dei poveri e degli oppressi, convinto del fatto che i valori evangelici andassero incarnati e non solo affermati, che non bastasse raccogliere i moribondi e i sofferenti, ma che fosse anche necessario denunciare le situazioni di violenza strutturale e istituzionalizzata, indicare in modo preciso le responsabilità dei sequestri, dei soprusi e dei massacri. Come ha scritto il card. Carlo Maria Martini, Romero è stato dunque "un vescovo educato dal suo popolo" (Martini, "Mons.Oscar Romero: un vescovo immolato per il suo popolo", in Vita e Pensiero, 9, 54)».


L'eredità di mons. Romero,
Bartolomeo SORGE SJ, Aggiornamenti Sociali n.3, marzo 2005

Lettera a Monseñor Romero - L'impero, le elezioni in El Salvador, l'11/3 e l'11/12,
Jon SOBRINO SJ, Aggiornamenti Sociali n. 5, maggio 2004

La testimonianza del vescovo Romero,
GianPaolo Salvini SJ, Aggiornamenti Sociali n. 5, maggio 1980



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