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Un’agorà per l’avvenire dell’Unione Europea

L’Unione Europea è sempre più oggetto di dibattito. È il segno che lo status quo non è più soddisfacente ed è necessario discutere del suo futuro, evitando le trappole delle contestazioni massimaliste e delle difese acritiche.
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Sempre più spesso l’Unione Europea (UE) si ritrova sul banco degli imputati, additata da Governi, partiti e think tank eurotiepidi o euroscettici come una delle cause principali delle difficoltà esistenti sul piano sociale ed economico nei vari Paesi. Si tratta di posizioni talvolta ingenerose, non sempre fondate su analisi fattuali accurate, influenzate da percezioni distorte della realtà, come nel caso del numero di immigrati che vivono nel nostro Paese (Valbruzzi M. [ed.], Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione, in <www.cattaneo.org>). Queste critiche hanno però il merito di mostrare i punti di maggiore frattura oggi esistenti tra le istituzioni e la società. D’altronde, anche nel campo dei cosiddetti europeisti – al di là delle difese della UE acritiche e di principio – non mancano le voci che invocano un cambio di marcia, formulando anche proposte concrete. Nella stessa direzione si collocano le iniziative di riforma promosse dai singoli Stati o dalle medesime istituzioni europee (ad esempio, il Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea). Questo ampio ventaglio di posizioni mostra che la questione europea è un problema reale e concreto, che non può essere derubricato a fenomeno passeggero, con il rischio di sottovalutarlo.

La fragilità del quadro politico

Senza addentrarci nei dettagli dei singoli temi, emerge con forza un dato, noto anche ai vertici delle istituzioni dell’Unione: il progetto europeo così come è pensato e presentato oggi deve fare i conti innanzi tutto con un sostanziale deficit di credibilità presso un consistente numero di cittadini e parti della classe dirigente degli Stati membri. Le contestazioni, anche molto aspre, e le critiche sono rivolte al ritardo o all’insufficienza delle misure adottate per far fronte alle varie crisi. In particolare, le conseguenze della crisi economica in termini di crescita della povertà e delle diseguaglianze hanno gettato un’ombra negativa sulla UE nell’opinione pubblica di tanti Paesi, come nel caso dell’Italia o della Grecia.

Ma le critiche non si appuntano solo sulle politiche europee, poiché hanno come obiettivo anche la UE in quanto tale, il “suo” sistema istituzionale e le “sue” regole nei vari ambiti di intervento, in primis quello della Unione economica e monetaria (cfr l’intervista ad Alberto Quadrio Curzio alle pp. 812-821). La sottolineatura con le virgolette degli aggettivi possessivi è voluta: il loro impiego enfatizzato nella comunicazione quotidiana contribuisce a veicolare un senso di estraneità – e quindi di distanza e deresponsabilizzazione – rispetto alla realtà della UE. Nel retropensiero di questo approccio vi è una logica di radicale separazione e alterità, come se l’Unione non fosse costituita dagli Stati membri. La conseguenza è di pensare le relazioni tra livello nazionale ed europeo basandosi su uno schema di competizione tra portatori di interessi opposti e non di collaborazione tra soggetti che appartengono alla stessa realtà.

A rendere ancor più fragile la UE concorrono altri due fattori squisitamente politici. A livello internazionale bisogna richiamare il rinnovato protagonismo diplomatico della Russia di Putin, tendenzialmente ostile all’Unione (cfr la recensione di Chiara Tintori alle pp. 861-863), e la recente sconfessione da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente Trump del paradigma del multilateralismo, che per decenni ha retto le relazioni internazionali e al cui interno è nato e cresciuto il progetto europeo, come altre istituzioni internazionali create nel secondo dopoguerra. In più occasioni, attraverso tweet e decisioni politiche unilaterali, Trump ha manifestato la sua freddezza verso la UE, al punto di definirla un «nemico» e un «concorrente» nell’ambito commerciale (intervista a CBS News del 15 luglio 2018), e ha privilegiato al contrario il dialogo bilaterale con i singoli Paesi europei, cercando di far leva sulle loro rivalità interne e incrinando di fatto la storica partnership tra le due sponde dell’Atlantico.

All’interno dell’Unione viviamo poi una fase di fragilità a livello di leadership. Con questo termine non ci riferiamo alla necessità od opportunità che vi sia un singolo leader carismatico, ma all’esistenza di una classe dirigente, espressione della politica e della società civile, in grado di formulare una visione complessiva e di medio-lungo termine per le singole nazioni e per l’Europa nel suo insieme. Pensiamo a una visione attenta al bene comune, capace di mobilitare le risorse dei singoli e delle realtà collettive in vista di obiettivi condivisi, che non resti solo enunciata, ma si traduca coerentemente in atti concreti. Inoltre, il quadro politico è sempre più frammentato e debole, a causa della crisi dei partiti tradizionali, soprattutto di sinistra, e dell’emergere di nuovi soggetti politici, che si definiscono populisti o sovranisti di destra o di sinistra. Questa fragilità si rinviene sia in democrazie parlamentari tradizionalmente stabili come la Germania, sia in ordinamenti giuridici come quello francese, che permettono di esprimere una maggioranza forte, ma non assicurano in un modo soddisfacente la rappresentanza delle diverse anime presenti nella società, accrescendo la disaffezione dei cittadini verso la sfera pubblica.

Questo insieme di elementi complica inevitabilmente il processo di adozione delle decisioni politiche a livello europeo e ne mina l’efficacia. Siamo così in presenza di una vera e propria crisi – sottotraccia rispetto a quelle di cui regolarmente discutiamo, ma non per questo meno grave – visto il rilievo fondamentale che riveste la credibilità degli attori istituzionali, ossia la fiducia che i cittadini ripongono in essi, ai fini del vivere insieme.

La politica “contro” dei sovranisti

Tra i più agguerriti oppositori dell’Unione vi sono partiti e movimenti con posizioni di stampo sovranista, il cui peso politico è di recente cresciuto in modo notevole. Nei Paesi in cui sono presenti, tra cui il nostro, hanno saputo riconoscere – e hanno contribuito ad alimentare – il malcontento, il senso di sfiducia e l’insicurezza che serpeggia in settori sempre più ampi della società, proponendosi come i paladini di una politica che ha il suo baricentro nella difesa degli interessi nazionali da tutte le minacce o ingerenze esterne, invocando misure come ad esempio la chiusura delle frontiere ai migranti e il protezionismo in economia. La stessa vicenda del duro confronto tra il Governo italiano, la UE e gli altri Governi europei sul contenuto della Legge di bilancio italiana per il 2019, al di là della valutazione nel merito delle singole misure, si incentra proprio sulla dialettica tra l’autonomia nazionale nelle scelte di politica economica e il modo di declinarla all’interno del quadro giuridico ed economico europeo, di cui abbiamo scelto di far parte.

Quando si affronta il tema dei sovranismi in Europa va evitato di pensarli in termini unitari: l’utilizzo del plurale è d’obbligo, perché non ci troviamo di fronte a realtà omogenee. Le differenze che esistono a livello di storia nazionale (prima fra tutte la frattura, in parte ancora aperta, tra Europa occidentale e orientale prodotta dagli anni del comunismo), di contesto sociale, culturale e politico, di interessi economici e strategici tra i singoli Paesi fanno sì che non vi sia una convergenza tra le varie formazioni sovraniste né nella lettura e interpretazione di quanto accade nella società, né nella formulazione di proposte politiche di cambiamento. Sul tema della gestione delle migrazioni, ad esempio, si riscontrano posizioni comuni di chiusura verso i migranti accompagnate da risposte divergenti a causa degli interessi nazionali: la richiesta della Lega di Salvini di ridistribuire le persone giunte in Italia in altri Paesi europei incontra la ferma opposizione del Governo ungherese guidato da Viktor Orbán, malgrado le ripetute affermazioni di vicinanza tra i due uomini politici.

Ciò che in fondo unisce i vari sovranisti è lo stile di politica praticato, riassumibile nell’avverbio “contro”. Le loro posizioni sono contro la globalizzazione, contro l’Europa, contro tutti coloro che non fanno parte del proprio Paese o gruppo, contro coloro che non ne sottoscrivono le visioni. Ciò non significa che nelle loro proposte, oltre alla pars destruens, non vi sia una dimensione propositiva. In particolare, essi danno voce al malessere causato da una prospettiva individualista e liberista presente nella UE, che ha finito col frammentare la società e ha privilegiato la dimensione economica a scapito di ogni altra quando si è trattato di decidere le politiche europee. Purtroppo, le critiche a questo riguardo sono spesso formulate all’interno di una logica di contrapposizione, in cui non emerge una visione della società capace di comporre in chiave solidale le diverse realtà e istanze in essa presenti. A essere erosi sono allora il bene della fiducia reciproca, il credito riconosciuto al proprio interlocutore, la possibilità di intavolare un confronto senza andare per forza allo scontro. Nell’epoca dei social media e delle fake news, tutto ciò passa ovviamente attraverso l’immagine che viene data dei propri “avversari”.

Al di là delle rappresentazioni parziali dell’Unione Europea

La credibilità dell’Unione dipende anche dal modo in cui essa è presentata nel dibattito pubblico. Spesso le istituzioni europee sono descritte come se fossero soggetti “alieni”. È un’immagine efficace perché coglie un dato reale – è vero che per varie ragioni vi è una distanza tra le strade italiane, irlandesi, lituane e gli uffici di Bruxelles – ma, allo stesso tempo, omette una parte fondamentale: chi dirige le istituzioni europee e chi vi lavora non è paracadutato dall’alto, ma sono i ministri e i funzionari dei Governi nazionali, i parlamentari eletti da noi cittadini, i funzionari europei che provengono dagli Stati membri. L’estraneità è perciò minore di quanto si pensi in genere. Se vi è, pertanto, un’insensatezza e vacuità delle politiche europee, la responsabilità non è ascrivibile solo alla burocrazia di Bruxelles, ma anche a una carenza di partecipazione e vigilanza da parte di tutti i soggetti coinvolti. Il buon funzionamento di un’istituzione dipende dalla qualità degli apporti di quanti ne fanno parte: l’assenza di informazioni complete e tempestive rende i decisori “ciechi” e inefficaci le loro scelte.

Soprattutto, diverse visioni critiche dell’Unione oggi comuni finiscono con lo sminuire od occultare una parte importante della realtà. Perché, come fa notare Maurizio Ferrera, vi è stata «un’inedita sequenza di choc, che hanno fatto vacillare le fondamenta dell’Unione. Eppure l’edificio non è crollato» e «l’“Europa di tutti i giorni” ha continuato imperterrita a funzionare»: vi è stata una maggiore mobilità per ragioni di lavoro; è cresciuto il volume delle merci scambiate nel mercato unico; milioni di persone hanno usufruito dei fondi strutturali, della tutela giuridica assicurata ai cittadini europei o di programmi come Erasmus per i giovani universitari o Life per le iniziative in ambito ambientale (Ferrera M., «L’Europa non è solo burocrazia», in Il Corriere della sera, 6 novembre 2018).

Potrebbero essere menzionati altri esempi (cfr la nostra rubrica #UnioneEuropea o il sito “Che cosa fa l’Europa per me”, <www.what-europe-does-for-me.eu/it/portal>), ma non farebbero altro che rafforzare una constatazione: ogni giorno beneficiamo delle opportunità che ci sono offerte dall’essere parte di una fitta rete europea di relazioni tra amministrazioni pubbliche, settori della società civile, del mondo economico e culturale. E ciò avviene sul piano non solo economico, ma anche dei diritti e del rafforzamento della democrazia nei Paesi. Ci siamo a tal punto abituati a tutto questo da correre il rischio di considerarlo scontato, forse dovuto, quando non è certamente tale. Questa «Europa di tutti i giorni», che tutto sommato funziona, è stata costruita nel tempo, in oltre sessant’anni, passando attraverso lenti progressi e brusche frenate. Essa è figlia del processo di integrazione, che si è man mano realizzato tra adattamenti e innovazioni, stando all’interno della tensione, di certo scomoda e per questo feconda, tra lo slancio propositivo di natura ideale e la realpolitik che tiene conto della situazione concreta.

L’opportunità delle elezioni europee di maggio

In questo scenario di credibilità in parte compromessa del progetto di integrazione, circa 350 milioni di elettori di ventisette Paesi differenti (solo nella popolosissima India vi è un numero maggiore di votanti alle consultazioni nazionali) voteranno per eleggere i 705 membri del Parlamento europeo. Questo appuntamento è stato spesso considerato un evento politico di secondo piano tanto dai cittadini quanto dalla classe politica, pur trattandosi di eleggere un organo fondamentale nell’equilibrio istituzionale della UE, con poteri e compiti accresciutisi nel corso degli anni. La scarsa attenzione si coglie nella bassa affluenza alle urne, fermatasi al 42,6% a livello europeo nelle ultime elezioni del 2014, così come nel modo in cui si sono svolte le campagne elettorali nei vari Stati membri, dove le questioni di politica interna hanno spesso monopolizzato i dibattiti. In fondo, l’Unione e le sue politiche, quelle in atto così come quelle auspicate per il futuro, di rado sono state oggetto di confronto e discussione.

Le elezioni del maggio 2019 potrebbero essere l’occasione per realizzare un’inversione di marcia sostanziale, perché oggigiorno tanti temi dibattuti a livello nazionale toccano proprio l’Unione, il suo attuale assetto e le possibili evoluzioni. Vi è una consapevolezza diffusa che il progetto europeo ha bisogno di trovare una nuova definizione dopo gli eventi degli ultimi anni – la bocciatura della Costituzione ad opera di Francia e Paesi Bassi, l’allargamento ai Paesi dell’Europa orientale e l’uscita del Regno Unito – che hanno segnato una sorta di stand-by nella progettazione del futuro. Ma in che direzione? Le opzioni presentate sono diverse: da quelle più estreme di abbandono totale dell’Unione ad altre che prevedono forme di partecipazione più circoscritte (l’uscita dall’euro per restare all’interno del mercato unico), a quelle che puntano a rilanciare il progetto europeo con varie proposte (dall’introduzione di forme di cooperazione rafforzata in alcuni settori alla meta di un pieno federalismo).

I prossimi mesi potrebbero divenire una grande agorà a livello nazionale ed europeo per confrontarsi con queste visioni diverse sul presente e il futuro della UE. Grazie alle elezioni i cittadini dell’Unione potranno esprimersi su di esse, avendo alcune domande di riferimento: che cosa conosco dell’Unione Europea? Che cosa apprezzo e che cosa vorrei cambiare? C’è un futuro per l’Unione e se sì, quale? La costruzione di una rinnovata credibilità europea passa anche attraverso questo canale democratico, che fa parte del DNA del nostro continente. Perché ciò avvenga è necessario che il confronto sia aperto e concreto sui temi principali in agenda. Come singoli cittadini e realtà collettive possiamo e dobbiamo vegliare perché questa occasione non vada sprecata. È quanto ci proponiamo di fare come rivista.

 

Il dossier di Aggiornamenti Sociali per le elezioni europee

La nostra Rivista – da tempo attenta ai temi europei – intende contribuire all’agorà sul futuro dell’Unione attraverso un dossier, composto da articoli, video e infografiche, in vista delle elezioni del 23-26 maggio 2019 per il rinnovo del Parlamento europeo. L’intento è di offrire a quanti ci seguono strumenti utili a chiarire e approfondire le questioni maggiormente dibattute, presentando letture argomentate delle dinamiche sociopolitiche oggi in atto a livello nazionale ed europeo. Già in questo numero pubblichiamo l’intervista ad Alberto Quadrio Curzio, che apre il dossier rileggendo alcuni snodi cruciali delle vicende economiche degli ultimi dieci anni. Altri contributi saranno pubblicati nei prossimi mesi sulla Rivista e resi disponibili in un’apposita sezione del sito.

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