Sport e vita: un nesso non scontato

16/11/2016
Lo sport è una scuola di vita che ha bisogno di volontà e consapevolezza, impegno e determinazione; può rappresentare una preziosa agenzia educativa al servizio del bene comune, ma non è affatto scontato che lo sia davvero. Troppo spesso la pratica sportiva è associata all’idolatria della vittoria e del successo: come non perdere il senso umano del gioco? Quali virtù coltivare per crescere adulti nello sport e nella vita? Sono alcune delle domande a cui risponde Luca Grion, docente di Filosofia morale all'Università di Udine, nonché  Presidente dell’Istituto Jacques Maritain di Trieste, nel suo articolo sul numero di novembre di Aggiornamenti Sociali.
Pubblichiamo il paragrafo dedicato a "Sport e vita: un nesso non scontato". Clicca qui per leggere l'articolo integrale (per i non abbonati download a pagamento, con carta di credito).


Cosa potrebbe (dovrebbe) insegnare la pratica sportiva ai nostri figli? Innanzi tutto a riconoscere e ad apprezzare il senso della fatica. A generazioni alle quali molto è offerto senza sforzo, risulta prezioso far conoscere il sapore dei risultati conquistati con sudore e tenacia. Questa lezione, poi, può essere trasferita nell’ambito delle relazioni amicali e affettive, della maturazione della propria vocazione professionale, della conquista di ciò che più sta a cuore. Ciò che vale davvero richiede impegno e dedizione, ma regala anche le gioie più grandi.

In secondo luogo, la pratica sportiva dovrebbe insegnare a vincere senza arroganza. A vincere, dunque – o quanto meno a provarci – ma a vincere bene. Lo sport insegna a lottare onestamente per mettere a frutto i propri talenti; se si hanno le capacità per conseguire risultati importanti è giusto lavorare sodo per realizzarli, godendo della soddisfazione di aver espresso appieno le proprie capacità ma evitando di scadere nell’arroganza. In questo contesto l’umiltà si rivela una virtù preziosa, capace di moderare gli slanci di un’ambizione che, se non governata, ci porta inevitabilmente fuori strada.

In terzo luogo lo sport può insegnare a non identificarci coi nostri errori, a perdere senza umiliazione. Anche se falliamo, non siamo dei falliti, così come se perdiamo non siamo dei perdenti; possiamo sempre girare pagina e ricominciare. Vinto è chi si arrende alle sconfitte, non chi fallisce. Un vecchio adagio ricorda che la sconfitta insegna molto più della vittoria; è il paradosso dell’umano: cresciamo nella sofferenza, cercando la felicità. Quale palestra migliore dello sport per capirlo? Questo è infatti il bello dello sport: dopo ogni sconfitta si può provare di nuovo, rinnovando la sfida con maggiore competenza e determinazione. 

Infine dallo sport possiamo imparare il senso della giustizia e il valore dell’onestà. Fair play – gioco corretto, gioco leale – non significa solo “stare alle regole”, ma capirne il senso: è nelle regole e grazie alle regole che si dischiude lo spazio del gioco, entro il quale mettiamo liberamente alla prova le nostre migliori capacità. Le (buone) regole sono infatti un veicolo di libertà, perché ci mettono nelle condizioni di conseguire ciò che più amiamo. Essere liberi, e questo vale per l’atleta, per l’uomo e per il cittadino, non significa sciogliere i legami che ci stringono agli altri, ma riconoscere e rinsaldare i vincoli buoni. Questo è ciò che gustiamo quando cogliamo il valore del “gioco di squadra”: qualcosa in più rispetto alla necessità di attenersi al regolamento. È il sentimento di pienezza che accompagna la sfida condivisa; il piacere di sacrificarsi per un obiettivo comune, pur non essendosi scelti (perché il più delle volte non si scelgono i propri compagni). 

Anche nella vita, in fondo, accade questo. Succede in famiglia, dove non si scelgono i parenti, nelle molte comunità di cui si fa parte, laddove ciò che unisce è il progetto comune per cui si lavora assieme.


16 novembre 2016
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