Silence, Scorsese e il Dio dei vinti

12/01/2017
Esce oggi nelle sale italiane il film Silence, di Martin Scorsese. Ispirato all'omonimo libro del giaponese Shusaku Endo, il film narra la storia di due padri gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues e Francisco Garrpe, che si recano come missionari in Giappone nel XVII secolo, subendo le violenze e le persecuzioni inferte dalle autorità giapponesi contro i cristiani. Anticipiamo di seguito la recensione del film firmata dal gesuita Marc Rastoin SJ, professore di Nuovo testamento a Parigi, in uscita sul numero di febbraio di Aggiornamenti Sociali.


Shusaku Endo (1923-1996), autore nel 1966 del libro Silenzio, è uno dei maggiori scrittori giapponesi del Novecento e Martin Scorsese è, senza dubbio, uno tra i più grandi registi degli ultimi quaranta anni. Il loro incontro artistico suscitava molte attese e non ha deluso. 

Entrambi sono cattolici ai margini, tormentati, inquieti, ma non hanno mai voluto rinnegare il loro battesimo, continuando a interrogarsi su alcune questioni cruciali come la figura del Cristo e la fede. Primo giapponese a recarsi in Francia per studiare dopo la Seconda guerra mondiale, Endo vi scoprì la grande letteratura cattolica dell’epoca, in particolare Graham Greene, la cui influenza è evidente nel libro Silenzio, divenuto ben presto noto a livello mondiale grazie alla traduzione in inglese curata dal gesuita americano William Johnson. 

La trasposizione del libro di Endo in un film, progetto che Scorsese ha coltivato per circa trent’anni, ha beneficiato di mezzi notevoli e di un cast di attori di primo piano. La pellicola vuole essere fedele alla trama narrativa e all’atmosfera unica del romanzo, facendoci scoprire un Giappone piovoso, invischiato nel fango, marchiato dall’estrema povertà dei contadini schiacciati dalle tasse. Le immagini, girate nella costa selvaggia di Taiwan, sono superbe, la colonna sonora originale, che riprende spesso i suoni della natura, non è invadente e la regia è sorprendentemente misurata e sapiente: Scorsese si è davvero messo a servizio della storia, adottando uno stile più sobrio, in qualche modo più contemplativo. La bravura degli attori, infine, dà un grande contributo alla riuscita del film, in particolare grazie all’interpretazione di Issei Ogata, che impersona il ruolo del grande inquisitore giapponese Inoue Masashige (1585-1661). 

Il film, e ancor prima il libro, si ispira a un fatto realmente accaduto. La notizia dell’apostasia sotto tortura del padre Cristóvão Ferreira nel 1633 è all’origine dell’invio di due giovani gesuiti, Sebastião Rodrigues (un personaggio che richiama la figura del gesuita italiano Giuseppe Chiara, 1602-1685) e Francisco Garrpe, che vogliono scoprire se l’informazione sia effettivamente vera e, in tal caso, sollecitare il p. Ferreira a pentirsi. I due gesuiti convincono il loro superiore (identificato con Alessandro Valignano, morto però nel 1606: un anacronismo storico giustificabile per l’importante ruolo che svolse nelle missioni dei gesuiti in Oriente) a farli partire verso una morte praticamente certa, visto che la persecuzione in Giappone era giunta a un livello tale che sopravvivere più di qualche settimana era quasi impossibile per i missionari occidentali. 

Giunti a destinazione, i due missionari scoprono con i loro occhi l’intensità delle persecuzioni e la crudeltà delle torture inflitte ai cattolici giapponesi ancora presenti. Lo straordinario successo della missione nei primi decenni con la conversione di daimyos (importanti signori locali nel sistema feudale giapponese del tempo), la costruzione di molte chiese e i numerosissimi battesimi non è altro che un lontano ricordo. 

Perché lo shogun, massima autorità militare del tempo, organizzò una persecuzione di tale portata contro il cristianesimo che si sviluppava pacificamente? La risposta è semplice: alcuni stranieri, non del tutto disinteressati, avevano informato le autorità che l’evangelizzazione non era altro che l’anticamera della colonizzazione, come era già accaduto nelle Filippine, e che il proposito ultimo dei portoghesi e degli spagnoli era la conquista. Per evitare che nel Paese s’installasse una quinta colonna cristiana che facilitasse questo progetto, lo shogun decise di sradicare del tutto il cristianesimo e di chiudere le frontiere giapponesi per evitare qualsiasi contatto con gli europei. Si può biasimare lo shogun per questa decisione su un piano politico? I dialoghi tra il grande inquisitore Inoue Masashige e Rodrigues mostrano la dimensione politica dell’evangelizzazione e le ambiguità di un legame con un potere che come minimo si poteva definire potenzialmente coloniale: san Francesco Saverio (1506-1552), il gesuita che per primo si recò missionario in Oriente aprendo la strada ai suoi confratelli, l’aveva denunciato con forza parlando della situazione in India. 

Una prima chiave di lettura offerta dal film invita perciò a soffermarsi sulla questione dell’inculturazione e del carattere molto europeo della Chiesa impegnata nella missione. Come favorire la nascita di un cristianesimo davvero giapponese? Lo scrittore Endo si poneva questa domanda, ma ve ne sono anche altre che vanno sollevate: quale immagine del Cristo può essere proposta al popolo giapponese? Quella del Risorto, risplendente di gloria e potenza? O quella del Crocifisso, umiliato e silenzioso? Domande che restano aperte e rivolte allo spettatore per una sua personale risposta. 

La visione del film Silence non lascia indifferenti, obbligando ad affrontare anche alcune questioni spirituali delicate. Quale senso può avere il martirio? Cosa vuol dire evangelizzare? In fondo, la tesi avanzata da Endo e fatta propria da Scorsese, che si potrebbe definire teologica, è chiedersi se la croce non sia l’elemento davvero identificativo del cristianesimo, il simbolo potente dell’accettazione del silenzio di Dio nella storia, in solidarietà con i deboli e gli umiliati. Il volto di Cristo non si rivela forse più sulla croce che nella gloria della risurrezione? Dio può aspettarsi che i suoi figli, gli essere umani, sacrifichino non solo le loro vite, ma anche quelle di coloro che amano per confessare il suo nome? Nel film vediamo genitori che accettano la morte dei loro giovani figli, preti che sopportano la vista delle prolungate torture inflitte alle persone che hanno evangelizzato. Chi è forte e chi è debole? Colui che accetta l’umiliazione dell’apostasia per far vivere una famiglia è uno spregevole traditore o qualcuno che entra dolorosamente nel mistero di Cristo? 

Endo soffriva di un complesso d’inferiorità nei confronti del fratello maggiore e si considerava un debole. Mostrava, anche, una tenerezza particolare per i deboli e i vigliacchi, come il personaggio del cristiano Kichijiro che più volte tradì la fiducia in lui riposta e la sua fede senza però giungere mai ad abbandonare completamente il cristianesimo. Il Cristo non è venuto tanto per i deboli quanto per i forti? Non c’è una dose di orgoglio nell’ostinazione di alcuni martiri? Eppure, nel libro così come nel film, non è possibile non essere toccati dalla fede semplice e forte di questi kakure kirishitan, di questi cristiani nascosti, come la magnifica figura del capo catechista del villaggio e martire. Questi cristiani sognavano il paradiso e un Dio che si prendesse cura di loro, per questo non volevano abbandonare la loro fede. 

Per alcuni tutto ciò può essere ricondotto alla religione come oppio dei popoli, ma – a nostro avviso – vi si può leggere la consapevolezza dell’attenzione che Dio ha per tutte le sue creature, in particolare i vinti della storia, gli anonimi, i miseri e sofferenti. Il volto di Cristo, che appare fugacemente nel film e che ha le sembianze di un dipinto di El Greco, ricorda il volto del Cristo clown di Rouault, amato da Endo. Silence comincia con una riflessione sul Giappone visto come una palude in cui il cristianesimo non può sbocciare, ma giunti alla fine della visione ci domandiamo se il Cristo dei cristiani giapponesi perseguitati non ci aiuti a entrare ancor di più in comunione col Cristo nella sua umanità, nella sua passione, nella sua radicale solidarietà con tutti i piccoli. 

Marc Rastoin SJ
12 gennaio 2017

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