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Senza via di uscita?

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Di sicuro le vicende dell’esodo, l’uscita di Israele dalla condizione servile in cui si trovava in Egitto, sono tra le pagine bibliche che più hanno affascinato nei secoli credenti e non credenti, esercitando grande influenza anche a livello di pensiero (dalla teologia alla filosofia, fino alle scienze sociali) e ispirando artisti e scrittori di ogni tempo. Alla base vi è la forza di una narrazione in cui l’esperienza dolorosa della schiavitù termina perché il Signore non resta sordo al grido di sofferenza del suo popolo e interviene con la potenza del suo braccio (Esodo 13,3.14) per liberarlo. La fine della prigionia, il passaggio dalla condizione di schiavitù a quella di libertà, il sovvertimento di un ordine basato sull’oppressione e l’ingiustizia raccontati in queste pagine trasmettono un messaggio di speranza e di incoraggiamento per quanti – singole persone, comunità o popoli – vivono una situazione analoga a quella di Israele, in una condizione di prigionia, privati della loro libertà e dignità. Per entrare appieno nella narrazione dell’esodo bisogna soffermarsi sulla figura di Mosè, che svolge un ruolo chiave nell’uscita di Israele dall’Egitto, e sulle motivazioni che lo portano a guidare gli ebrei verso la liberazione. La testimonianza biblica evidenzia come ciò che lo ha spinto ad agire è stato l’incontro singolare con Dio, narrato nel capitolo terzo dell’Esodo. Il quadro con cui si apre il racconto è costituito dai primi sei versetti, di cui riportiamo la traduzione letterale proposta da Jean-Louis Ska («“Fammi vedere la tua gloria!” (Es 33,18)», in Parola Spirito e Vita, 57 [1-6 2008] 27).


Esodo 3,1-6

1Mosè era pastore del gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian. Portò il gregge oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2L’angelo del Signore si fece vedere a lui in una fiamma di fuoco, dal mezzo di un roveto. Mosè vide: ecco il roveto bruciava nel fuoco, ma il roveto non era consumato. 3Egli disse: «Ora mi sposto per vedere questa visione: perché mai il roveto non si brucia?». 4Il Signore vide che si era spostato per vedere, e lo chiamò dal mezzo del roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Disse: «Eccomi!». 5Disse: «Non avvicinarti: togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo». 6E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe». Mosè si coprì il volto perché temeva di guardare Dio.

Il testo si presenta come una “teofania”, una manifestazione del divino, composta da due elementi strettamente collegati: una visione accompagnata da una parola che ne esplicita il senso. Davanti agli occhi di Mosè si presenta un roveto che, pur avvolto dalle fiamme, non si consuma. Alla luce delle parole che Dio pronuncia dal mezzo del roveto (vv. 2 e 4), che cosa è condotto a vedere Mosè? Di quale rivelazione diventa depositario?

Da insediato a emigrante

Per trovare una risposta, richiamiamo i fatti che hanno preceduto l’episodio del roveto ardente. Da Esodo 2,11-15 sappiamo che Mosè, cresciuto alla corte del Faraone, da adulto aveva operato una precisa scelta di campo. Schieratosi dalla parte dei suoi fratelli ebrei ridotti in schiavitù, si era spinto fino a colpire a morte un egiziano che stava maltrattando un ebreo, in un’atmosfera carica di violenza come risulta dalla terminologia ricorrente nel testo: colpire (vv. 11.12.13); litigare (v. 13); uccidere (vv. 14 [usato due volte] e 15). In questo clima Mosè, desideroso di fare giustizia, ricorre alla forza per combattere la violenza dilagante. Ma il risultato non cambia la situazione, anzi la aggrava. Egli deve affrontare la minaccia di una reazione spietata del Faraone e nello stesso tempo misurarsi con la crescente ostilità nei suoi confronti da parte degli stessi ebrei.

In questa situazione Mosè, deluso e solo, non vede altra soluzione che fuggire in una terra lontana, a Madian, nella zona nordorientale della penisola sinaitica, dove si ritira a vita privata. Si occupa del gregge del sacerdote del luogo e ne sposa la figlia Sipporà (Esodo 2,21 e 3,1). Il linguaggio usato per parlare di Mosè rinvia all’ambito della pastorizia, con i termini pastori, gregge e bestiame (cfr Esodo 2,16.17.19). La stessa scena dell’incontro con il Signore si apre introducendo Mosè nelle vesti di un pastore nomade (Esodo 3,1). Se poi teniamo presente che poco prima egli stesso si era definito emigrante in terra straniera (Esodo 2,22), ne risulta che il testo insiste volutamente sulle circostanze singolari in cui Mosè vive: è senza una dimora stabile, senza diritti da far valere o prerogative da esibire. Prima poteva contare sull’appartenenza alla famiglia del Faraone, che gli assicurava uno status sociale chiaro, e poi, quando ha scelto di difendere il suo popolo, poteva fare affidamento sulla sua forza e sulle sue capacità. Ora, persa ogni illusione, povero di certezze, è nella condizione di recepire ciò che Dio, in modo del tutto imprevisto, intende manifestargli.

Il Dio dei padri

Pascolando il gregge del suocero, Mosè giunge all’Oreb (Sinai). Qui si trova davanti allo strano fenomeno di un roveto in fiamme che non si consuma. Allora, nota il testo, si sposta (Esodo 3,3): cambia direzione rispetto alla strada su cui stava conducendo il gregge, per osservare meglio la sorprendente visione. Questo “spostamento” segna l’inizio della “svolta” che si inscrive nella sua esistenza di esule rassegnato. Infatti, proprio perché non continua per la sua strada ma si interessa e fa dei passi per capire quanto sta succedendo, Dio, che ha visto la deviazione da lui messa in atto, può intervenire e interpellarlo dal mezzo del roveto (Esodo 3,4).

Colui che parla non è un’entità generica. Si presenta come Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe (Esodo 3,6). È il Dio dei padri, i quali erano pastori nomadi (Esodo 46,34), emigrati in terra straniera (Abramo: Genesi 17,8, 20,1, 21,34; Isacco: Genesi 35,27; Giacobbe: Genesi 28,4). Condividendo la stessa condizione che si trova a vivere Mosè, essi avvertirono, nel loro peregrinare, la vicinanza e la cura di Dio. È questo stesso Dio a intervenire ora, prendendo le difese del suo popolo oppresso. Le espressioni che seguono in Esodo 3,7-8 ribadiscono come Dio si coinvolga fattivamente nelle dolorose vicende di Israele: Ho visto, davvero visto la miseria del mio popolo... ho udito il suo grido... conosco le sue sofferenze... sono sceso per liberarlo. È qui «messo in evidenza il legame di solidarietà che unisce Dio e il popolo di Israele. Il “Dio dei padri” è espressione tipica della solidarietà tribale. A Mosè, che si era allontanato dal suo popolo, Dio ricorda che egli è vicino al suo popolo che soffre» (Barbiero G., «Il cammino di fede del giovane Mosè come sintesi dell’esperienza spirituale dell’Esodo», in Salesianum, 57 [1995] 12). Dunque: Colui che si rivolge a Mosè si rivela come il Dio sempre vicino ai suoi, che rimane solidale con loro in ogni frangente. Resta da determinare come questa manifestazione del divino si accordi con la visione del roveto ardente.

Il roveto ardente

Perché Dio si è rivelato a Mosè attraverso un roveto in fiamme? L’interrogativo è presente nella letteratura esegetica prodotta dal giudaismo rabbinico. Illuminante risulta la risposta data da alcuni maestri: poiché Mosè si è convinto che gli egiziani finiranno per annientare Israele, Dio gli mostra un fuoco che arde ma non consuma, dicendogli: «Proprio come il roveto brucia e non è consumato, così gli egiziani non potranno distruggere Israele». Secondo questa linea interpretativa il fuoco rappresenta l’Egitto; il roveto, che è «il più umile degli alberi», rappresenta Israele, che è «il più umile dei popoli» (cfr Genesi Rabba II,5, opera in cui sono raccolti i più importanti commenti esegetici e omiletici al libro dell’Esodo). Anche Filone di Alessandria, autorevole rappresentante del pensiero giudeo-ellenista del I secolo d.C., si muove nella stessa direzione (Ginzberg L., Le leggende degli Ebrei, IV, Adelphi, Milano 2003, 264 nota 115).

Questa lettura della scena del roveto, che già risulta ben fondata alla luce del contesto immediato, è ancora più convincente se si osserva che in alcuni testi scritturistici, risalenti a una stessa tradizione, l’Egitto viene paragonato a una fornace per fondere il ferro. Emblematica è la grande preghiera di Salomone, riportata in 1Re 8: il saggio re domanda a Dio di perdonare il suo popolo perché si tratta [...] di coloro che hai fatto uscire dall’Egitto, da una fornace per fondere il ferro (1Re 8,51; cfr anche Deuteronomio 4,20 e Geremia 11,4). La descrizione dell’esodo come l’essere stati tratti fuori da un forno ardente avvalora l’interpretazione che vede nel roveto circondato dal fuoco una raffigurazione di Israele sottoposto alla minaccia di sterminio da parte del Faraone.

In base ai rilievi fatti finora, possiamo così precisare l’esperienza vissuta da Mosè: ai suoi occhi disincantati la sorte di Israele pareva segnata. Tutto lasciava pensare che gli eventi volgessero inesorabilmente verso una tragica fine. Ma ecco la scoperta sorprendente: in maniera del tutto imprevista, si rende conto che Israele non si consuma, nonostante i progetti omicidi del Faraone, perché Dio è in mezzo al suo popolo. L’esistenza di Mosè subisce uno scossone. La certezza di fede nella continua presenza in mezzo ai suoi di Colui che abitò nel roveto (Deuteronomio 33,16) lo sosterrà nell’arduo compito di guidare gli israeliti verso la terra della libertà.

Il Nome di Dio

Ricevuta la missione di tornare in Egitto a liberare Israele, Mosè chiede di conoscere il nome di Colui che lo invia (Esodo 3,13). La risposta enigmatica che gli viene data (v. 14: Io sono Colui che sono) lascia intendere, in prima istanza, che Dio non può essere manipolato dall’uomo né piegato ai suoi interessi immediati. Ma c’è di più. La formula utilizzata (costruita con la ripetizione del verbo “essere” allo stesso modo, tempo e persona) è un modo con cui in ebraico si significa quanto in italiano esprimiamo con l’ausiliare “volere”. Tale formula, conseguentemente, «indica che Dio non è determinato nel suo essere se non da se stesso, dalla sua volontà, dalla sua libertà» (Rota Scalabrini P., «Il Dio dell’esodo», in Parola di Vita, 42 [2/1997] 5). Che cosa concretamente Dio sia e voglia essere, diventa subito chiaro alla luce della missione di Mosè, alla quale è direttamente collegata la rivelazione del Nome. Tale missione «è il primo luogo dove si rivela il nome divino. Questo nome divino si identifica quindi con la volontà di salvare il popolo e di iniziare una storia di liberazione» (Ska J.-L., Il libro sigillato e il libro aperto, Dehoniane, Bologna 2005, 325). Rivelando il suo Nome, Dio mostra la sua volontà di farsi vicino a Israele per sottrarlo alla schiavitù.

Quanto detto trova conferma in una seconda considerazione di ordine linguistico. Il verbo “essere”, in ebraico, è «un verbo attivo: “essere agente”. Significa l’esistenza in quanto si esercita e si manifesta con la sua attività. “Essere” è “essere in rapporto” agli altri esistenti, è “essere in relazione”, “vivere con”, “agire per”» (Auzou G., Dalla servitù al servizio. Il libro dell’Esodo, Dehoniane, Bologna 1976, 128-129). Ciò lascia intendere che le parole con cui Dio si presenta a Mosè rimandano alla sua presenza fattiva in mezzo al suo popolo. «Il vero senso dell’espressione ebraica sarebbe dunque: “Io esisto” davvero per voi, con voi» (Rey B., «Moïse et la révélation du Nom», in Lumière et Vie, 49 [2/1988] 89).

Un cambio di prospettiva

A conclusione di questa lettura del brano del roveto ardente possiamo trarre qualche indicazione, che ha anche un valore più generale, sul cammino compiuto da Mosè. Di fronte a una situazione pesante e apparentemente senza via di uscita – come era ad esempio la schiavitù in Egitto – è facile scivolare impercettibilmente nello scoraggiamento, nello smarrimento della speranza. Rassegnati, allora, si diviene passivi e il lamento resta l’unico modo per dar voce al disagio vissuto. In alcuni, invece, può farsi strada l’idea che una soluzione può venire solo dalla violenza, dal ricorrere alla forza per combattere i soprusi (cfr i tre contributi di Teani M. su «Dominare la violenza», in Aggiornamenti Sociali, 11-12 [2017] e 1 [2018]). È il caso di Mosè. Il suo progetto, tuttavia, non ha un esito positivo: non solo i suoi intenti sono vanificati, ma si ritrova isolato dalla sua stessa comunità, costretto a fuggire e a cercare rifugio in una terra straniera. Così Mosè è messo al confine, è marginalizzato.

Ma è proprio questo uomo, oramai lontano dalla sua comunità, che è capace di spostarsi, di percorrere una nuova direzione, rispetto a una situazione – quella della schiavitù – che sembra definitiva e non più modificabile. Il gesto fisico richiamato da Esodo 3,3 diviene il simbolo della disponibilità a considerare una situazione assumendo un altro punto di vista, che si allontana dalla lettura dei più e può così far spazio a possibilità di azione altrimenti oscurate. Una disponibilità che forse nasce proprio dal trovarsi in una condizione marginale: sgravato dal peso di dover difendere convinzioni o posizioni ricevute, Mosè è libero per far propria una prospettiva diversa sulla storia del suo popolo. In particolare, Mosè avverte che il roveto che brucia senza consumarsi – immagine di Dio che è vicino al suo popolo che soffre e se ne prende cura attivamente – rinnova in lui la speranza di salvezza per gli israeliti e lo sospinge ad assumere un compito che non riteneva più possibile. Una dinamica che può ripetersi anche oggigiorno in tante situazioni che a prima vista sembrano senza via di uscita.

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