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Multitalia
Università di Milano, direttore della rivista Mondi migranti

Se i diritti restano alla frontiera

17/10/2016
Nei giorni scorsi è entrata in vigore nell’Unione europea un’innovazione normativa di grande significato simbolico e politico: il passaggio da un controllo dei confini affidato ai singoli Stati, oggi specialmente quelli collocati sulle frontiere esterne dell’Unione, a una vigilanza condivisa, affidata a una guardia di confine europea. Al remoto confine tra Bulgaria e Turchia, quasi un moderno deserto dei Tartari, è spettato l’onore di tenere a battesimo questa innovazione. 

È una novità interessante, perché il controllo dei confini è una delle prerogative più antiche e meglio custodite degli Stati nazionali, uno dei simboli più visibili della sovranità nazionale. Mentre in Europa e nel mondo sembrano tornare alla ribalta i nazionalismi che alzano i muri, de-nazionalizzare il controllo dei confini e farne una missione istituzionale europea è un passo nella direzione di un governo politico più adeguato al tempo presente e alla sua complessità: articolato su diversi livelli, dal locale al sovranazionale, basato sulla collaborazione intergovernativa, capace di riconoscere che i confini di un sistema integrato come quello europeo non riguardano soltanto i singoli Stati.

C’è però un aspetto preoccupante: i governi incrementano la collaborazione sul terreno della sicurezza, si accordano per vigilare meglio sui confini, si aiutano per tenere lontani coloro che chiedono di entrare. Nel frattempo, la politica europea comune sull’accoglienza dei rifugiati non riesce a decollare, bloccata dall’opposizione aperta o strisciante della maggior parte dei governi. 

La divaricazione tra politiche della sicurezza e politiche dell’accoglienza non potrebbe essere più stridente. L’Europa si accorda per sigillare i confini, non per renderli permeabili alla protezione dei diritti umani.

17 ottobre 2016
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