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Riconoscere il lavoro: un contributo per la Settimana Sociale

La 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani (Cagliari, 26-29 ottobre) è un’opportunità per la Chiesa per riflettere sul senso del lavoro. A partire dal suo Instrumentum laboris e dal «Dossier lavoro» di Aggiornamenti Sociali, alla luce del magistero sociale recente, l’Editoriale invita a discernere in profondità poste in gioco e prospettive di impegno per il mondo del lavoro.
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«Non ci ritroviamo a Cagliari per celebrare un bel convegno. Data la gravità della situazione, ciò suonerebbe come una stonatura. Le giornate spese insieme vogliono piuttosto segnare una tappa di un cammino sinodale volto a capire, a trovare soluzioni, ad avanzare proposte». Con queste parole il n. 11 dell’Instrumentum laboris, pubblicato il 7 settembre scorso (disponibile sul sito <www.settimanesociali.it>), chiarisce lo scopo e soprattutto lo stile della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre prossimi con il titolo «Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale».

Aggiornamenti Sociali ha partecipato con decisione a questo cammino, costruendo sulle proprie pagine e sul proprio sito un «Dossier lavoro», che contribuisce allo sforzo della Chiesa italiana in cammino verso Cagliari, affrontando il tema del lavoro da una molteplicità di prospettive e con diversi linguaggi.

Come quella dei cattolici italiani, anche la riflessione della Rivista su questo tema non si concluderà con l’appuntamento della Settimana sociale. Ad esempio, in vista del centenario della fondazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2019, insieme a una rete di partner internazionali siamo coinvolti nella riflessione sul futuro del lavoro dopo la Laudato si’, a cui i frutti della Settimana sociale di Cagliari offriranno intuizioni preziose.

Le pagine di questo Editoriale, dunque, non vogliono – né possono – rappresentare la chiusura del dossier, ma provano ad articolare alcuni degli spunti del materiale che abbiamo pubblicato con le intuizioni contenute nell’Instrumentum laboris, sia per accompagnare l’ultima fase della riflessione prima dell’incontro di Cagliari sia, soprattutto, per provare a identificare i nodi cruciali del cammino futuro. Il quadro di riferimento entro cui ci muoveremo è quello del magistero di papa Francesco, a cui si richiama anche la Settimana sociale di Cagliari, fin dal suo titolo. In particolare riteniamo fecondo assumere il paradigma proposto dalla Laudato si’, cioè l’attenzione ai legami e alle connessioni. È questo il metodo per pensare il futuro del lavoro e per impegnarsi a costruirlo.

Il lavoro oltre le visioni riduzioniste

In una cultura segnata da un pluralismo disarticolato e frammentato è inevitabile che si facciano strada visioni riduttive del lavoro, alle quali siamo chiamati a resistere. Che cosa si intende quando si chiede “lavoro per tutti”? Considerare un solo aspetto del problema, per quanto magari drammatico e urgente, finisce per occultare la complessità e la ricchezza del discorso, e soprattutto per ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci e durature. L’ecologia integrale ci ha reso ben consapevoli che “tutto è connesso, tutto è in relazione”, ma stentiamo ancora a mettere in pratica questa prospettiva.

I nn. 20-22 dell’Instrumentim laboris invitano a questo sguardo più ampio: «Il lavoro è degno quando rispetta la vita delle persone e dell’ambiente [...], quando rispetta il ritmo e i tempi della vita [...], quando viene prima del risultato economico». È evidente che il lavoro ha a che fare con l’economia, ma non è possibile considerarlo solo come una delle variabili sottomesse alle leggi del mercato. Ugualmente, è innegabile che esso abbia a che fare con il procurarsi i mezzi per sostenere la vita dignitosa della propria famiglia, ma non è possibile ridurlo a mezzo per procacciarsi un salario. Il lavoro è tutto questo, ma è anche l’ambito di un «multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione» (LS, n. 127), oltre che una componente «del “capitale sociale”, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile» (LS, n. 128).

Altrettanto pericolosa è una considerazione del lavoro che lo separa dalle altre dimensioni della vita umana, a partire dall’impegno per la cura degli altri e del mondo e dall’equilibrio tra il tempo dedicato all’attività remunerativa e quello che siamo abituati a chiamare “libero”, ma che sarebbe più corretto definire “gratuito”, sottratto cioè a quella dinamica mercantile che è implicita anche nella retribuzione. A tale proposito, in questo numero offriamo le provocazioni utopiche, ma non per questo meno penetranti, di Jennifer Nedelsky, politologa canadese che propone di ridurre gli orari di lavoro di tutti per dare uno spazio adeguato (e normato) all’impegno di cura degli altri; così pure sono significative le parole di Marco Bentivogli, segretario generale di FIM-CISL, sull’azione del sindacato, quando assume la «consapevolezza che oltre al salario, è necessario valorizzare tutte quelle dimensioni umane e professionali che rendono il lavoro un’esperienza significativa e di senso, utile per il benessere personale e della comunità» (p. 637), affrontando temi come la formazione professionale, la conciliazione tra vita lavorativa e personale e il welfare integrativo.

Un ultimo sforzo è quello di non scindere la considerazione del mondo del lavoro e dei suoi problemi da quella degli altri fenomeni salienti della nostra società: perdere di vista le interrelazioni espone al rischio di elaborare proposte parziali e semplicistiche. Nel mondo di oggi, ad esempio, non è possibile tenere separati lavoro ed ecologia: «Il lavoro dev’essere coniugato con la custodia del creato, perché questo venga preservato con responsabilità per le generazioni future» (papa Francesco, Incontro con il mondo del lavoro in occasione della visita pastorale a Cagliari, 22 settembre 2013). Allo stesso modo occorre prendere consapevolezza di quanto i fenomeni migratori siano intrecciati con le questioni occupazionali, o di come sia impossibile affrontare tematiche come la parità di genere senza partire dalle dinamiche concrete del mondo del lavoro.

Coinvolgere, partecipare, contribuire

Contro ogni tentazione di riduzionismo individualista, anche nella società contemporanea il lavoro mantiene il suo carattere originariamente sociale: come far sì che ciascuno, nessuno escluso, possa davvero contribuire alla costruzione della società? Nel numero di aprile, l’economista Lorenzo Caselli ricordava che «Il coinvolgimento dei lavoratori, dei consumatori e dei cittadini è essenziale per il successo delle stesse iniziative economiche. La solidarietà e la sussidiarietà creano le premesse perché abbiano a dispiegarsi le potenzialità di ciascuna persona, perché sia possibile l’accesso più largo ai beni e ai servizi di base nell’interesse del maggior numero di soggetti e nel rispetto delle generazioni future» (p. 299). La sfida è quindi offrire a tutti non solo un posto di lavoro (e men che meno soltanto un reddito), ma un’autentica opportunità di partecipare con le proprie risorse e la propria creatività ai processi economici, sociali e culturali in cui il proprio lavoro si inserisce.

Il tema riguarda certamente l’ambito dell’organizzazione aziendale: promuovere un ruolo attivo dei lavoratori nella governance delle imprese può essere un modo per favorire il rinnovamento del capitalismo italiano. Ma la domanda non può non ampliarsi alla considerazione di altre parti in causa (stakeholder). In questa linea, nel numero di maggio Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, si interrogava sul rinnovamento del legame tra attività agricola e territorio, comunità rurali, città e consumatori. Gli scenari dell’Industria 4.0, e in particolare la pervasività delle connessioni informatiche tra le fabbriche e il mondo esterno, ripropongono la stessa domanda anche per il settore manifatturiero, richiedendo di elaborare una nuova politica industriale (come sottolineava l’articolo dell’economista Franco Mosconi, nel numero di agosto-settembre).

Nell’ottica del pluralismo degli attori, una particolare attenzione va riservata a quel variegato mondo che le statistiche internazionali definiscono “settore informale”: a livello globale – è bene ricordarlo – è tutt’altro che marginale, in quanto vi operano 3 dei 7 miliardi di abitanti del pianeta. Qui papa Francesco identifica un potenziale innovativo che non possiamo permetterci di disperdere. Nella costruzione di «un’alternativa umana alla globalizzazione escludente» – ha detto il Pontefice ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti per il II Incontro mondiale a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) il 9 luglio 2015 – «voi siete seminatori del cambiamento». Questo è uno stimolo in più a riconoscere che le soluzioni non vengono soltanto dagli esperti, dalle autorità o dall’establishment: il mondo è ricco di iniziative dal basso, portatrici di autentiche novità.

Le iniziative di tutela del lavoro che nascono in questo ambito sono quelle che più ne sottolineano la dimensione sociale e la necessità di collegare i luoghi di lavoro e i conflitti che si svolgono al loro interno con la società circostante: proprio l’apertura delle fabbriche al quartiere e al territorio, al di là delle esigenze puramente commerciali, è una delle caratteristiche che accomunano le esperienze delle imprese recuperate, a cui era dedicato l’articolo della giornalista Elvira Corona apparso nel numero di maggio. Chi lotta per difendere o per inventare il lavoro, ha ben chiaro che esso è un bene comune, non una questione privata.

Questo vale anche per la comunità ecclesiale: prima che a elaborare soluzioni è chiamata a riconoscere i fermenti di novità e a collaborare con quanti ne sono portatori, in particolare con coloro che sono ai margini della società. Come ricordava papa Francesco al Convegno nazionale della Chiesa italiana di Firenze (10 novembre 2015), è sempre in agguato per la Chiesa la tentazione di «essere il centro», mettendosi a dispensare soluzioni invece di avviare processi che valorizzino tutte le componenti sociali e le competenze disponibili a prendersi cura del lavoro e dei lavoratori.

Questa stessa consapevolezza anima anche Cercatori di LavOro, l’iniziativa della CEI in occasione della Settimana sociale che Luca Raffaele presenta sinteticamente in questo numero alle pp. 690-693: la ricerca delle buone pratiche non è fine a se stessa, ma punta alla costruzione di reti e di interfacce tra le comunità locali e le realtà imprenditoriali più innovative e attente, in modo da sviluppare un tessuto di legami che le sostengano, ad esempio attivando dinamiche di consumo responsabile grazie a una maggiore informazione e consapevolezza.

Contemplare per integrare

Lo sguardo del sociologo, così come quello dell’attivista sindacale o del politico, non faticano a rintracciare nel mondo del lavoro contraddizioni e conflitti, ma l’ambiguità segna l’esperienza del lavoro anche su altri piani. Da una parte infatti il lavoro, quello manuale e quello di esecuzione in particolare, appartiene alla sfera della necessità e, in fondo, della costrizione: se ne vorrebbe poter fare a meno. Dall’altra in ogni attività lavorativa sono inscritte la promessa e l’attesa di un compimento: quello della realizzazione di sé e dell’espressione della propria creatività.

I testi biblici ci offrono una chiave per avvicinarci a questa radicale ambiguità. Come scrive il biblista Giuseppe Trotta nel numero di maggio, il compimento della finalità originariamente buona del lavoro è affidata alla libertà degli esseri umani «di attuare quelle condizioni in cui possa svolgersi in vista di una vita buona, umanizzante» (p. 425). Oltre che con la libertà, nel lavoro facciamo i conti con la nostra identità più profonda, quella di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio: è il lavoro – ricordava papa Francesco nell’udienza generale del 1° maggio 2013 – che «ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora». Infine, il lavoro è uno dei modi con cui l’essere umano entra in contatto con la realtà che lo circonda, distruggendola o prendendosene cura: «Qualsiasi forma di lavoro presuppone un’idea sulla relazione che l’essere umano può o deve stabilire con l’altro da sé» (LS, n. 125).

Competenze e abilità sono indispensabili per lavorare, ma non sono abbastanza; la profondità delle dimensioni con cui il lavoro ci mette in contatto – libertà, identità e rapporto con la realtà – richiede di maneggiarlo con cura: «quando nell’essere umano si perde la capacità di contemplare e di rispettare, si creano le condizioni perché il senso del lavoro venga stravolto» (LS, n. 101). Abbiamo bisogno dello sguardo contemplativo, oltre che delle competenze scientifiche e tecniche e di una passione non ideologica per il bene comune, per sfuggire alle visioni riduzioniste del lavoro, per cogliere la ricchezza e la complessità delle relazioni tra i fenomeni e la varietà degli attori da valorizzare nel circuito del dialogo e della partecipazione.

Un autentico sguardo contemplativo non ci porta oltre la realtà, facendocela perdere di vista, ma più in profondità, per permetterci di abitarla con maggiore pienezza e consapevolezza. È questo l’obiettivo che auspichiamo raggiunga anche il «Dossier lavoro» di Aggiornamenti Sociali. Soprattutto è questa la cartina al tornasole della bontà di tutti i processi di riflessione ecclesiale sul tema del lavoro, a partire dalla prossima Settimana sociale: il suo successo non starà nella qualità dei contributi e degli scambi, o nell’innovatività delle conclusioni e delle proposte che elaborerà, ma nella vitalità dei processi che saprà mettere in moto una volta che i delegati faranno ritorno a casa.

La peculiarità e le specificità di ciascun territorio forniscono la concretezza per garantirci dal rischio che i processi rimangano astratti o velleitari. Il territorio resta plurale e pluralista, segnato dalla varietà e dalle differenze, e al tempo stesso costituisce un legame che evita la dispersione e una base di integrazione. Solo su un territorio concreto, abitato da persone concrete che danno vita a soggetti sociali concreti (associazioni, movimenti, sindacati, imprese, ecc.) è possibile costruire reti e aprire spazi di dialogo. Ed è ancora sulla concretezza del territorio che possiamo misurare gli effetti delle politiche, delle mobilitazioni e delle lotte.

Al tempo stesso, oggi più che mai, possiamo affermare che nessun territorio è un’isola. Lo sguardo contemplativo addestrato dalla lettura della Laudato si’ saprà fare attenzione alle connessioni e ai legami che uniscono ciascun territorio a quelli vicini e al mondo intero, sfuggendo alla tentazione di una chiusura identitaria che altro non è che un ulteriore riduzionismo. Saprà anche riconoscere qual è il livello di articolazione territoriale rilevante per i diversi fenomeni: alcuni si giocano a livello di quartiere o di città (ad esempio una crisi industriale, o la riconversione di un impianto inquinante), altri su scala regionale o nazionale, altri ancora a livello europeo (ad esempio la fetta più rilevante della politica industriale) e infine alcuni su scala propriamente globale (tra tutti i fenomeni migratori o i cambiamenti climatici). Di conseguenza l’impegno, la costruzione di reti e il dialogo andranno giocati sulla scala territoriale appropriata.

Analisi e progetti, mobilitazioni e lotte sono collegati e resi fecondi da ciò che più facilmente trascuriamo: un modo di procedere contemplativo, con cui riconoscere, nella propria coscienza a livello personale e socialmente attraverso un franco e serrato dialogo, ciò che è più vitale, creativo e capace di farci procedere verso il lavoro che vogliamo.

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