Quale futuro per il patrimonio immobiliare ecclesiastico?

29/10/2018
Esistono buone pratiche che testimoniano la possibilità di un uso generativo e innovativo dei beni immobili ecclesiastici precedentemente sottoutilizzati. Si traccerà ora un breve profilo di cinque casi, che testimoniano l’intraprendenza di comunità locali, istituti religiosi e associazioni. Sono scelti sulla base di criteri di efficacia e replicabilità.

Il primo è il progetto “Casa di Davide”: un immobile che a Roma ospitava il noviziato di un istituto religioso è diventato luogo di accoglienza gratuita di 17 famiglie di bambini in cura per malattie oncoematologiche presso l’ospedale Bambino Gesù. L’iniziativa è promossa e gestita da un’associazione dedicata a Davide Ciavattini, morto per leucemia ancora bambino, e ha fruito della consulenza e dell’accompagnamento della Fondazione Summa Humanitate. Il bene generato travalica le mura della casa: oltre alle famiglie accolte, si diffonde e contagia il territorio e la parrocchia ospitante.

Il secondo caso è quello delle comunità di famiglie appartenenti all’associazione Mondo comunità e famiglia. Sono quindici quelle che occupano immobili di enti ecclesiastici dati in comodato gratuito. L’associazione nasce dall’esperienza di Villapizzone, un quartiere della periferia nord di Milano, dove alla fine degli anni ’70 due famiglie di ritorno dal volontariato internazionale in Africa e una comunità di gesuiti hanno iniziato a vivere “con la porta aperta”, sostenendosi tra loro e creando luoghi di accoglienza aperti al territorio e sensibili alle necessità delle persone.

Un terzo esempio è quello di buona parte dei servizi delle cooperative collegate alle Caritas diocesane, ospitati in spazi di proprietà di enti ecclesiastici. Per limitare lo sguardo a Roma, ricordiamo, tra molti: “Casa Immacolata”, che accoglie madri con bambini; il nido “Piccolo mondo” per figli di immigrati; “Ferite invisibili”, ambulatorio per il sostegno e la cura di immigrati e rifugiati vittime di violenza e di tortura.

Un ulteriore esempio riguarda il riuso delle case canoniche disabitate. Nella diocesi di Pisa, in occasione del Giubileo della misericordia (2015-2016), è stato avviato il progetto “Misericordia Tua”, dedicato alla memoria dell’arcivescovo Alessandro Plotti. Una canonica inutilizzata è stata destinata ad accogliere detenuti ammessi alle misure alternative o in permesso, ed eventualmente ex detenuti. Il progetto è sostenuto dalla Caritas diocesana, con la presenza di alcuni padri dehoniani, trasferitisi nella diocesi con il compito prioritario della pastorale carceraria. La Chiesa di Mantova ha intrapreso il progetto “Alloggiare i senza tetto”: alcune canoniche recuperate costituiscono una rete di housing sociale sostenuta dalla Caritas locale e dalle comunità parrocchiali.

L’ultimo esempio nasce dal discernimento compiuto dalle benedettine del monastero di Santa Scolastica di Civitella San Paolo, alle porte di Roma. Dopo aver compreso la necessità di un profondo cambiamento, hanno scelto che quel luogo continuasse a essere una casa di preghiera per i romani. Dopo un periodo di ricerca e riflessione, gli immobili del monastero sono stati donati alla Comunità monastica di Bose ed è stata avviata una condivisione di vita tra le due realtà monastiche: oggi le monache benedettine vivono assieme a quelle di Bose, condividendo la liturgia, il lavoro, l’ospitalità. Il monastero continua così a offrire in forma rinnovata molteplici occasioni di preghiera e formazione.
Questi progetti, e i molti altri che non è qui possibile menzionare, hanno una caratteristica in comune: non si limitano alla gestione degli spazi, ma vedono la presenza e il coinvolgimento di membri della comunità cristiana e civile locale. Si tratta di un vero e proprio valore aggiunto, che li trasforma in occasioni di crescita per l’intera comunità, estendendone l’efficacia al di là della cerchia dei primi destinatari. 

In vista di possibili repliche, è bene sottolineare che queste esperienze si radicano da una parte in processi di autentico discernimento, dall’altra in un’attenta, accurata e competente valutazione di fattibilità condivisa con esperti capaci di identificare le condizioni di sostenibilità nel tempo. La necessità di gestire i beni ecclesiastici in modo adeguato alla missione della Chiesa si rivela un’opportunità formidabile per «iniziare processi più che occupare spazi». Non possiamo terminare senza formulare l’auspicio che queste buone pratiche si diffondano e ottengano anche il sostegno ufficiale della Chiesa italiana, ad esempio con l’istituzione di una commissione capace di sostenere processi di questo tipo, in modo da dissotterrare e trafficare quei talenti che a volte, per molte ragioni, rimangono nascosti e inutilizzati, o venduti al miglior offerente.


[Questo testo è tratto dall'articolo Immobili ecclesiastici, "talenti" da non sprecare, di Francesca Giani (Architetto, Fondazione Summa Humanitate, dottoranda nel Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale, Sapienza Università di Roma), nel numero di ottobre di Aggiornamenti SocialiLeggi l'articolo integrale]


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