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«Predicare la giustizia»: l’impegno dei domenicani per il sociale

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Il patrimonio che la tradizione domenicana ha accumulato sulle tematiche sociali in sette secoli di storia resta di grande attualità, in quanto può offrire alla società multiculturale e complessa in cui viviamo un significativo contributo di orientamento, pur nel rispetto delle differenti visioni sul mondo.

Religiose e religiosi domenicani nel mondo

Dopo le soppressioni avvenute fra Settecento e Ottocento i domenicani erano ridotti a 3mila; si ripresero nel XX secolo, risalendo a 10mila, per scendere oggi sotto ai 7mila. Le suore domenicane, non di clausura, erano 15mila a fine Ottocento, 45mila nel 1975, oggi circa 20mila.

Due figure spiccano nella lunga e complessa storia dell’impegno sociale dei domenicani. Bartolomé de Las Casas (1484-1566) è il nome più noto, e con lui tutto un movimento proveniente in gran parte dall’Ordine, i cosiddetti “indigenisti”, che difendevano i nativi americani contro gli hidalgo spagnoli. Francisco de Vitoria (1483/86-1546), grande teologo di Salamanca, ha fornito agli «indigenisti» le argomentazioni teoretiche e ai Governi una serie di studi e pareri che resteranno fondamentali: non per niente, è considerato uno dei padri fondatori del diritto internazionale.

Las Casas e de Vitoria sono ancora oggi per i domenicani un modello e un’icona da studiare e imitare. Per questo, quando l’Ordine è “risorto” nel XX secolo, dopo aver vissuto un Ottocento piuttosto buio e travagliato, le attività teoretiche e pratiche rivolte al sociale sono state preminenti, sia presso i frati sia presso le suore domenicane.

L’Ordine domenicano merita una particolare attenzione per quanto ha prodotto e per quanto potrà ancora offrire. Quali figure hanno segnato l’impegno dei domenicani nel XX secolo? Che cosa hanno effettivamente realizzato? Che bene ne è venuto alle rispettive società civili?

I domenicani e la dottrina sociale

Nel secolo scorso i domenicani hanno seguito da vicino, ma anche ispirato, il progressivo sviluppo della riflessione e dell’impegno della Chiesa cattolica nel sociale. All’inizio del Novecento il grande problema erano gli operai e il movimento sindacale, all’interno del processo di industrializzazione dell’Europa. Per questo, in Belgio, Georges C. Rutten (1875-1952) diventa a Lovanio il primo titolare di una cattedra di dottrina sociale della Chiesa, dopo essere stato da giovane in miniera. Anche gli spagnoli Pedro Gerard (1871-1919) e José Gafo (1881-1936) sono immersi in questo mondo della difesa dei diritti dei lavoratori.

Il “secolo breve” inizia con la Grande guerra (1914-1918), che affosserà tante illusioni ottocentesche sul progresso senza fine delle società industriali. Il tedesco Franziskus Stratmann (1883-1971), cappellano degli studenti universitari berlinesi, diventerà un pacifista radicale; fu perseguitato da Hitler e incompreso anche all’interno della Chiesa. Non si dimentichi, infatti, che ancora negli anni ’50 Pio XII rifiutava l’obiezione di coscienza al servizio militare.

Anche il belga Dominique Pire (1910-1969), Nobel per la Pace 1958, percorse una strada simile, partendo dall’esperienza della Seconda guerra mondiale. Il suo merito maggiore fu aver aiutato gli Alleati a penetrare nel Belgio occupato dai nazisti. Dall’esperienza della guerra e dalla visita in alcuni campi profughi nacque l’idea dei Villaggi europei, costruiti in ogni continente e con obiettivi concreti: il sostegno ai profughi, soprattutto vecchi e bambini, e la difesa dei loro diritti umani, abbattendo le barriere di diversità religiosa, culturale e soprattutto razziale. Terreno fertile del suo apostolato fu anche l’annuncio del Vangelo ai non credenti e agli atei militanti.

L’ispiratore, e parziale estensore, dell’enciclica di Paolo VI Populorum progressio è stato invece il francese Louis-Joseph Lebret (1897-1966). Partito nel secondo dopoguerra dallo studio della situazione dei pescatori bretoni, è progressivamente diventato un promotore del metodo di rilevamento sociologico come base di qualsiasi discorso sociale normativo o etico. Comprese non solo l’importanza di valorizzare il laicato, ma anche la centralità dell’“apostolato del mare” all’interno della Chiesa, allora completamente sconosciuto. Nel 1942 con un gruppo di laici e di frati fondò il Centro studi e poi la rivista Economie et humanisme, il cui merito principale è stato quello di portare l’economia al centro della considerazione degli studiosi di dottrina ed etica sociale cattolica. Lebret, viaggiando molto in America latina, toccò con mano il dramma del sottosviluppo di cui cercò di rendere comprensibili le cause strutturali e proporre i corrispondenti rimedi; cominciò quindi a farsi strada la proposta di un’economia e di uno sviluppo che potessero rispettare la persona nella sua interezza.

dagli scritti di Joseph Lebret OP

«Lo sviluppo autentico non può che essere integrale ed equilibrato, concentrato soprattutto sulla piena realizzazione della persona umana, di ogni persona e di tutte le persone all’interno di ogni società globale e nel progressivo avvicinamento di tutte le società globali che sono più o meno interdipendenti» (Développement et civilisations, 1960).

«Secondo noi, lo sviluppo è l’oggetto stesso dell’economia umana, nel senso che è dato dal gruppo Economie et humanisme. Questo è il senso che gli diamo: la disciplina (sia di studio che di azione) che descrive il passaggio di una o più popolazioni particolari – o di alcune loro parti – da uno stadio meno umano a uno più umano, con il ritmo più rapido possibile, senza costi di nessun genere, mantenendo viva la solidarietà fra le popolazioni e le loro parti. Noi intendiamo per sviluppo proprio questi tipi di passaggio» (Dynamique concrète du développement, 1967).

Albert Nolan (n. 1934), un irlandese operante da sempre in Sudafrica, è il propugnatore della teologia contestuale: di fatto ha sviluppato una teologia della liberazione africana. Nel campo del pensiero sociale cattolico non si può dimenticare l’importante scuola domenicana tedesca di Walberberg, che ha annoverato figure come Eberhard Welty (1902-1965), Fridolin Utz (1908-2001) e il vivente Wolfgang Ockenfels (n. 1945); i primi due hanno influenzato la politica tedesca del secondo dopoguerra all’epoca del cancelliere Konrad Adenauer, caratterizzata dalla dottrina dell’economia sociale di mercato. Per finire, non può essere trascurato il lungo cammino della lotta dei domenicani per la giustizia in America latina, specialmente negli ultimi cinquant’anni, con i contributi all’elaborazione della teologia della liberazione.

L’esperienza delle religiose domenicane

Se per i chierici domenicani l’impegno sociale prende origine dagli studi e dalla spiritualità, per le sorelle domenicane la via è stata spesso l’inverso: si sono trovate, con la loro spiritualità, a contatto con situazioni sociali che le hanno condotte all’impegno personale e in alcuni casi all’elaborazione di un pensiero più strutturato e sistematico. Un esempio è dato dalle testimonianze delle suore ungheresi durante il regime comunista, raccontate con abbondante materiale d’archivio dei servizi segreti statali. La brutalità di un potere senza limiti legali e morali è agghiacciante. Molto rilevanti sono stati anche l’impegno di attiva resistenza contro le armi nucleari negli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra o quello meno eclatante di Elisabeth Voisin (n. 1921), suora operaia francese che svolse il suo apostolato nelle lavanderie industriali degli anni ’50, scoprendo l’inferno legato alla moderna urbanizzazione.

Figura italiana molto significativa è stata quella di Luigia Tincani (1889-1976), fondatrice della Unione di Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola. Si laureò all’Università Cattolica e frequentò i gruppi universitari della FUCI, realtà nelle quali la battaglia per il reinserimento dei cattolici nella cultura italiana andava di pari passo con la valorizzazione della donna. Tincani attuò il suo ideale coltivando la vocazione intellettuale del cristiano, nel senso di «pensare cristianamente» la vita e offrire nello studio, nella ricerca, nell’insegnamento, la «fede pensata» e veicolata nella cultura.

Negli Stati Uniti Miriam MacGillis, ha fondato nel 1980 Genesis Farm a Caldwell, in New Jersey, con l’obiettivo di comprendere l’universo e la terra come un unico processo in corso di svolgimento. Attraverso programmi educativi e l’impegno nell’azione concreta, Genesis Farm offre esperienze innovative che ispirano un approccio globale ai cambiamenti personali e sociali e ha promosso una spiritualità ecologica e un conseguente stile di vita, accompagnata in questo cammino dalle iniziative legali e politiche di Patricia Siemens. Un’intera congregazione di suore domenicane americane, dette di Adrian, ha sviluppato prassi e teorie di investimento socialmente responsabile.

La grande diversità di culture e di condizioni tra i continenti ha influenzato l’agire delle suore domenicane, ma se in Europa e negli Stati Uniti tutto è ben documentato da un punto di vista intellettuale, in India, Vietnam e America latina le religiose si sono immerse totalmente nell’azione e hanno poi avuto difficoltà a esporre sistematicamente le proprie esperienze.

L’impegno sociale nella spiritualità domenicana

Quale rapporto hanno queste iniziative sociali teoriche e pratiche con la spiritualità specifica dell’Ordine domenicano?

I motti domenicani Veritas e Contemplata aliis tradere (trasmettere agli altri le realtà conosciute attraverso la contemplazione) spingono a immedesimarsi e a meglio comprendere le condizioni di vita dei propri contemporanei, per poter annunciare loro il Vangelo in una forma di umanesimo cristiano affascinante e credibile, realizzabile da tutti.

Le società sono sempre più complesse e un discorso di giustizia non è percorribile se non se ne conoscono le strutture e i meccanismi. Senza analisi previe e idee concrete di soluzione, ogni proposta etica diventa evanescente.

Le personalità che abbiamo citato ebbero a che fare con la seconda industrializzazione, con lo sviluppo dei Paesi poveri, con due guerre mondiali, con l’emancipazione femminile. Tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI si sono confrontate anche con la società postindustriale e postcristiana.

Partendo dall’assunto che la giustizia, nel senso di virtù generale della vita umana, è sempre legata alla persona e alle sue relazioni, i domenicani hanno incarnato l’ideale evangelico di vicinanza agli ultimi, creando le condizioni per un reale e sincero riscatto sociale. Ancora oggi la presenza domenicana ha un ruolo importante sia all’interno della Chiesa sia nella realtà quotidiana. Per far questo sono richiesti allo stesso tempo fedeltà e innovazione, a partire dalla vita personale fino alle esperienze comunitarie: essere un esempio, sia teoretico sia pratico, di come i valori cristiani inducano inevitabilmente a impegnarsi perché le società e i rapporti economici siano il meno possibile negativi e disumani. Nel disorientamento generale della società postmoderna, vale la pena tentare seriamente questa via.



L’impegno sociale domenicano nel XX secolo è stato oggetto di due progetti di ricerca realizzati e sostenuti dalla Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università San Tommaso (Angelicum) di Roma, i cui risultati sono raccolti in due volumi:

Compagnoni F. – Alford H. (edd.), Preaching Justice. Dominican Contributions to Social Ethics in the Twentieth Century, Dominican Publications, Dublin 2007 (con Prefazione di Gustavo Gutiérrez);
Compagnoni F. – Alford
H. (edd.),
Preaching Justice (Volume II). Contributions of Dominican Sisters to Social Ethics in the Twentieth Century, Dominican Publications, Dublin 2016 (con Prefazione di Mary McAleese).


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