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Populorum progressio

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L’enciclica di Paolo VI Populorum progressio (Lo sviluppo dei popoli, PP) viene emanata nella festività di Pasqua del 1967 (26 marzo) per proiettare la luce del Vangelo e della Risurrezione sui problemi sociali del tempo. Essa esorta fin dall’inizio a un cambiamento di prospettiva: «Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (PP, n. 3). Ampliamento alle dimensioni planetarie, ma anche coinvolgimento personale di ciascuno nello scenario internazionale degli anni ’60, sulla linea del concilio Vaticano II.
 

La società internazionale degli anni ’60

Molti fenomeni di rilievo caratterizzano quell’epoca e costituiscono quindi la tela di fondo dell’enciclica.

Innanzi tutto la decolonizzazione – che durerà una ventina d’anni – porta molte nuove nazioni all’indipendenza politica, e l’ONU vede aumentare il numero dei Paesi membri. In quella sede le giovani nazioni si incontrano con le grandi potenze, in rapporti di forza diversificati.

Per non essere un’illusione, l’indipendenza politica richiede un minimo di autonomia economica, il che per molti non è facile. Il problema è come vivere nella giustizia, nella solidarietà, nel rispetto reciproco le nuove relazioni internazionali al fine di favorire lo sviluppo di quei popoli e il loro equo accesso alle risorse disponibili, sia naturali che manufatte, senza trascurare i beni della salute, dell’educazione, ecc.

Durante gli anni ’50 e ’60, i Paesi sviluppati hanno conosciuto una forte crescita economica e un potenziamento degli scambi commerciali, con elevazione dei livelli di vita, affermarsi di nuovi bisogni, acquisizione dell’agiatezza, se non dell’opulenza. Interi popoli sono divenuti ricchi. Nel medesimo tempo, il progresso è stato per altri debole e dipendente, accompagnato da un forte incremento demografico; ne è derivata una estensione delle aree di povertà, relativa e assoluta. Tale accentuata disparità tra popoli ricchi e popoli poveri costituisce una situazione intollerabile, dalle potenzialità esplosive; Paolo VI la denuncia in nome della solidarietà universale e della giustizia.

Egli chiama ciascuno a impegnarsi per porvi rimedio. Lo stesso grido profetico, d’angoscia e di urgenza, apre e conclude l’enciclica (nn. 4 e 87). Durante gli anni ’50 e ’60 la cooperazione internazionale si è organizzata per rispondere a questa sfida della fine del secolo XX: rafforzamento della FAO (Food and Agriculture Organization, Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura); creazione dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development, Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo); primo decennio dello sviluppo (1960-1970); programmi di aiuti bilaterali e multilaterali. In che modo la Chiesa e i cristiani possono partecipare a queste iniziative e renderle più efficaci? Malgrado situazioni difficili tra le due grandi potenze, tese talora sino all’estremo (crisi dei missili a Cuba, 1962), si è instaurata una distensione tra Ovest e Est, senza che tuttavia cessi la corsa agli armamenti. Nasce la speranza che lo sviluppo solidale divenga il miglior garante della pace internazionale. Paolo VI lo aveva detto all’ONU nel 1964 con vigore ed emozione; lo ripete qui come una fondata convinzione: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 87).
 

La Chiesa del Vaticano II

L’enciclica di Paolo VI, pur avendo radici nella Mater et magistra (1961, MM) di Giovanni XXIII, che tratta già delle relazioni tra Paesi sviluppati e sottosviluppati (MM, nn. 157-185), è un diretto prolungamento del concilio Vaticano II per tre ragioni.

Innanzi tutto il Concilio ha accolto i vescovi di tutte le parti del mondo; le nuove gerarchie autoctone, stabilite sia prima sia al momento dell’acquisizione dell’indipendenza politica, sono presenti e fanno sentire la loro voce. Nel corso dell’elaborazione della costituzione pastorale Gaudium et spes. La Chiesa nel mondo contemporaneo, i vescovi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, che temevano un testo troppo occidentale, preoccupato dei soli problemi dei Paesi sviluppati, hanno insistito perché fin dall’inizio, nella descrizione degli squilibri del mondo moderno, venissero sottolineate le disparità «tra nazioni ricche e meno dotate e povere» (GS, n. 8) e la disuguale ripartizione delle ricchezze; temi ripresi più volte (GS, nn. 29, 63 e 83).

Inoltre, il Concilio esprime il desiderio che un organismo permanente della Chiesa segua i problemi posti dallo sviluppo. Contemporaneamente all’enciclica viene così istituita da Paolo VI la Commissione pontificia Iustitia et Pax (GS, n. 90,3; PP, n. 5).

Infine, il Concilio consente alla Chiesa di prendere meglio coscienza di sé e delle sue responsabilità nella trasformazione del mondo. La sua relazione col mondo è chiarita dalla Gaudium et spes. Paolo VI l’applicherà allo sviluppo dei popoli (PP, nn. 12-22) riprendendo i termini del Concilio; la Chiesa esperta in umanità scruta i “segni dei tempi” e si mette al servizio degli uomini con mezzi specifici e in una visione globale della storia. Paolo VI esplicita tutto questo all’inizio della sua enciclica: «All’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi a servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità» (PP, n. 1).
 

Le fonti

Oltre ai testi del Vaticano II, in particolare la Gaudium et spes, da cui l’enciclica attinge l’ispirazione primaria, altre fonti sono proprie a Paolo VI.

Anzitutto le numerose citazioni bibliche danno al testo una tonalità evangelica; vengono richiamate tutte le parabole sui ricchi e i poveri; e il vigore dell’esortazione è quello di un profeta che attira l’attenzione di tutti e di ciascuno su situazioni che non possono più durare: il giudizio di Dio si prepara e farà irruzione! Di qui, per prevenirlo, un grande appello: «A tutti gli uomini e a tutti i popoli di assumersi le loro responsabilità» (PP, n. 80). A differenza delle precedenti encicliche, il processo discorsivo dell’insegnamento sociale della Chiesa sfocia in un impegno più diretto, in nome del Vangelo, senza passare né attraverso argomentazioni filosofiche – anche se prende dall’una o dall’altra scuola la sua terminologia (“essere” e “avere”) – né attraverso la via indiretta del puro diritto naturale.

Un’altra novità è data dal fatto che Paolo VI fa riferimento a lavori di teologi, di filosofi, di specialisti, citandoli esplicitamente. Per esempio, i padri de Lubac e Chenu, mons. Larrain (Cile), Maritain e soprattutto p. Lebret, fondatore dell’organizzazione Economie et Humanisme, a cui l’enciclica deve molto: sensibilizzazione ai problemi, espressioni, possibili soluzioni; vi si ritrovano anche elementi del pensiero dell’economista F. Perroux. La gamma delle fonti è ampia; tuttavia l’enciclica, che vuol essere anzitutto un appello (presa di coscienza e invito all’azione), non cita direttamente la vasta documentazione, talvolta piuttosto tecnica, pubblicata nei precedenti quindici anni sui problemi dello sviluppo e sui rapporti tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Essa è in primo luogo un modo di guardare, una sensibilità, una descrizione, a grandi linee e senza pretesa di originalità, di una situazione globale. I “dati del problema” occupano uno spazio limitato (alcuni brevi paragrafi, i nn. 6-12), con orizzonti aperti e una accentuazione dell’urgenza: aspirazioni degli uomini (n. 6), colonizzazione e colonialismo (n. 7), squilibrio crescente (n. 8), aumentata presa di coscienza (n. 9), urti di civiltà (n. 10), e al termine un monito sui gravi pericoli che possono derivare da tali situazioni (n. 11).

Ultima e personalissima fonte: i viaggi intrapresi da Paolo VI, prima e durante il pontificato, in America Latina, Africa, India, Vicino Oriente, all’ONU. Paolo VI, che non era l’uomo delle grandi folle, è stato segnato da ciò che ha visto, sentito, constatato durante quei brevi viaggi. Può pertanto rivolgersi in termini concreti a ognuno dei suoi lettori sotto forma di un rinnovato esame di coscienza (n. 47) e di un appello diversificato secondo i ruoli e le responsabilità. Nella conclusione egli si rivolge ai cattolici, ai cristiani e ai credenti, agli uomini di buona volontà, agli uomini di Stato, agli uomini di pensiero, ma anche ai giovani, agli esperti, ecc.
 

Struttura e argomentazioni

Lo sviluppo, idea portante dell’enciclica, ne assicura l’unità; numerosi aggettivi cercano di precisarne il contenuto: deve essere vero, plenario, integrale, solidale... Supera ampiamente la sola crescita economica, pur necessaria e i cui frutti devono essere ripartiti con equità fra i popoli. Ma l’intento profondo è lo sviluppo dell’uomo, di tutto l’uomo e di ogni uomo, nel suo “essere” più ancora che nel suo “avere”.

Il testo è strutturato in due parti, i cui titoli indicano le linee d’azione: «Per uno sviluppo integrale dell’uomo» (I parte, aspetto più personale) e «Verso lo sviluppo solidale dell’umanità» (Il parte, aspetto più collettivo); e si noterà, in queste due formulazioni, la sfumatura dei termini adottati: «per, uno, integrale» (1º titolo) e «verso, lo, solidale» (2° titolo). L’antropologia cristiana dello sviluppo diventa la vocazione dell’uomo (n. 15); quest’ultimo esplica le qualità di intelligenza, di libertà e d’azione dategli da Dio. Nello sviluppo occorre procedere per gradi perché l’uomo raggiunga un “essere di più” (nn. 20 e 21), con una scala di valori per valutare tali tappe.

Il concetto di sviluppo dei popoli è meno facile da precisare. All’inizio bisogna superare una prima soglia (la lotta contro la fame) e raggiungere livelli di vita sufficienti che rispondano ai bisogni essenziali (salute, lavoro, educazione, ecc.); poi viene la promozione sociale, politica e culturale nel rispetto delle specificità di ogni popolo; infine il consenso sui valori morali. Siffatto sviluppo dei popoli deve nascere da una solidarietà voluta fra tutti, attraverso la promozione della giustizia e della fraternità; si colloca nel quadro delle relazioni internazionali, con l’auspicio che la cooperazione internazionale giunga a costituire un ordine giuridico universalmente riconosciuto (n. 78) e anche a stabilire – come già indicava Giovanni XXIII nella Pacem in terris – «una autorità mondiale efficace». Solo in questa amplissima prospettiva lo sviluppo sarà a servizio della pace internazionale e ne prenderà anche il nome (n. 87). Per attuare queste speranze, Paolo VI, superando i dibattiti ideologici sulle strutture sociali che ogni Paese si sceglie, insiste sulle azioni da intraprendere e suggerisce delle istituzioni (Fondo mondiale per lo sviluppo). Accenna rapidamente a molti problemi umani correlati allo sviluppo: demografia, alfabetizzazione, lavoratori emigrati, pianificazione, accoglienza degli studenti, ecc. Le diversità restano possibili, con il richiamo di alcune idee essenziali sulla proprietà, sul lavoro, sulla tentazione della violenza, ecc.

Una questione originale e d’attualità viene trattata più a fondo: l’equità nelle relazioni commerciali internazionali (nn. 57-66), con una ricerca sul giusto prezzo degli scambi commerciali e sulle condizioni per la stipulazione di contratti equi. Questi difficili problemi venivano contemporaneamente affrontati nelle conferenze delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (1964, 1968, 1972) alle quali la Santa Sede partecipava.
 

Portata e influenza

L’enciclica sullo sviluppo dei popoli venne accolta in maniera molto positiva dai responsabili politici ed economici, ma anche dalle organizzazioni private e dall’opinione pubblica. Essa incoraggiava e orientava i cristiani già impegnati in compiti di sviluppo; suscitava nuove vocazioni e ricordava a ognuno la propria responsabilità di fronte alla sfida maggiore di questa fine del XX secolo; contribuiva ad allargare gli orizzonti. L’enciclica, senza proporre né soluzioni prestabilite né modelli, dà orientamenti e offre motivazioni per l’azione. Naturalmente, per divenire operativi, quei suggerimenti devono passare attraverso una analisi più rigorosa della diversità delle situazioni e delle cause del sottosviluppo. Rimane allora la scelta degli obiettivi da raggiungere e delle strategie di sviluppo da applicare tenendo conto dei vincoli e delle varie fasi in rapporto con l’evolversi delle situazioni internazionali: crisi economica; evoluzione dei rapporti di forze nei loro aspetti tecnologici, finanziari, militari...; cambiamenti di mentalità e adattamento delle culture, ecc. La buona volontà non è sufficiente, e neppure lo sono i progetti più generosi, senza un rapporto esigente con la realtà.

Nel 1967 la parola profetica di Paolo VI è stata lanciata; ed è stata accolta; essa germina e si sviluppa in molteplici iniziative che, per essere efficaci e per ampliarsi, devono tenere conto dei cambiamenti in atto, delle difficoltà delle situazioni, ma anche dell’esperienza che, con il tempo, trasforma le speranze in realtà.


Risorse

GS = Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 1965.
MM = Giovanni XXIII, enciclica Mater et magistra, 1963.
PP = Paolo VI, enciclica Populorum progressio, 1967.
PT = Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, 1963.


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