Parole che sprigionano

Scrittori dal carcere di Opera-Milano
Prefazione di Valerio Onida, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2011, pp. 176, € 14
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Questa raccolta di scritti dal carcere di Opera, vicino a Milano, è frutto del lavoro di un gruppo di volontari che ha dato vita, con la collaborazione della Direzione, a una periodica “ora di lettura” a cui hanno partecipato alcuni detenuti e che si è trasformata anche in occasione di scrittura. Gli autori dei testi sono dunque i detenuti. Da Michele, che compone solo una sintetica serie di «Perché?» sulla vita e chiude il suo testo dichiarando di sentirsi quel giorno «leggero come una piuma», a Silvano o Gabriele F., che popolano i loro numerosi scritti con ricordi, racconti di vita carceraria, propositi, sogni, riflessioni, dialoghi, poesie. Raccontano, cioè, la vita. Quella vita che, come dice Maurizio, «è preziosa, bisogna trattarla con delicatezza e con più senso» (in «La vita vale molto, non buttiamola via»). Non mancano gli scorci di vita prima del carcere, per qualcuno lunga e ricca di esperienze, come per il quasi settantenne Gabriele F. (in «Manca poco»). Ovviamente, però, è la realtà della vita carceraria a essere descritta in dettaglio, anche misurando la distanza fra il carcere com’era prima della legge penitenziaria del 1975 e quello di oggi (Nazareno, «Erano i tempi…»); narrandone la normalità (Gabriele F., «Una “normale” domenica a scacchi»), quasi quella di «una seconda famiglia, con tutti i suoi annessi e connessi» (Gabriele T., «L’incanto dell’ombra. La forza del gruppo»). Ogni tanto – ed è naturale – affiorano anche, con denunce e accuse, le durezze e talora le incomprensioni o le inadempienze della giustizia o dell’amministrazione (Silvano, «Una normalità e le anomalie»). Parole scritte, libere e, per questo, potenzialmente liberanti: Parole che sprigionano, come recita il titolo del volume, perché la forza liberatrice della parola scritta comunica ai lettori l’umanità di chi scrive. Restano nell’ombra i volontari che hanno reso possibile questa esperienza: «Uomini» (e donne) che «perdono tempo con noi», scrive Maurizio: persone che si prendono l’impegno di contribuire ad aprire a coloro che incontrano «un varco verso la legalità» (in «Com’è bella la vita da libero»). Un’esperienza che merita di essere conosciuta, valorizzata, moltiplicata. Il volontariato in carcere (promosso anche dall’art. 17 dell’ordinamento penitenziario) è uno strumento prezioso perché il muro di separazione che, dal punto di vista reale e simbolico, divide il carcere dalla «società esterna », sia attraversato, non solo nelle battaglie politiche per un carcere più umano e capace di concorrere all’obiettivo costituzionale della risocializzazione attraverso la pena, ma nella vita di tutti i giorni.
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