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Orientarsi nell’era della post-verità

Nell’ultimo anno l’espressione “post-verità” ritorna insistentemente nel mondo della comunicazione. Ma che cosa significa? Come è possibile orientarsi in un’era in cui i fatti sembrano perdere importanza a vantaggio delle convinzioni personali?
Fascicolo: 
Servono ancora i fatti per convincere, farsi un’opinione e prendere decisioni? Possiamo distinguere chi propaga notizie faziose da chi fa buona informazione? È possibile valutare l’attendibilità di quanto leggiamo su un giornale, sentiamo alla televisione o chiacchierando con gli amici, riceviamo e diffondiamo sui social network? È giusto o sbagliato parlare alla “pancia” delle persone più che alla loro intelligenza? Chi sono i manipolatori: i “populisti” o i “poteri forti”?

Da quando, lo scorso novembre, si è diffusa la notizia che Oxford Dictionaries aveva indicato post-truth – in italiano “post-verità” – come “Parola dell’anno 2016” (in <https://en.oxforddictionaries.com>), è stato un susseguirsi di articoli, dibattiti, reazioni. La scelta della prestigiosa università britannica si fonda sulla constatazione di un aumento dell’utilizzo del termine del 2.000% rispetto al 2015, soprattutto durante la campagna referendaria britannica e quella presidenziale americana.

Il dizionario inglese definisce post-truth un aggettivo «che fa riferimento o indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali». Il termine, che in inglese trova un sinonimo nel praticamente intraducibile post-factual, descrive dunque una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (politica e non solo), né costituire un criterio di riferimento, ad esempio per le scelte degli elettori. In questo senso, più che “dopo” ci troviamo “oltre” la verità, come ha segnalato anche l’Accademia della Crusca commentando il neologismo.

La parola è difficile da tradurre perché il calco diretto assume risonanze diverse da una lingua all’altra, ma soprattutto perché si porta dietro tutte le fluttuazioni di significato legate alle diverse concezioni filosofiche e sociali della verità oggi in circolazione. Questa ambiguità corrisponde d’altronde alla dinamica in atto che la nuova parola cerca di esprimere: per questo la scelta di Oxford Dictionaries ha suscitato numerose reazioni in tutto il mondo.

L’emergere del lemma ci segnala dunque una questione scottante della cultura contemporanea: la verità è divenuta di secondaria importanza, se non irrilevante, pur non essendo falsificata o contrastata. Il fenomeno presenta due caratteristiche salienti del mondo di oggi: è globale e digitale, ossia radicato e alimentato dalle dinamiche dei new media. Questo non significa che sia virtuale: già nel Rapporto Global Risks 2013 il World Economic Forum aveva inserito nella lista dei rischi globali la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte), sostenendo che i social network sono il terreno perfetto di coltura e diffusione del virus della disinformazione, con conseguenze geopolitiche molto chiare.

Siamo dunque alle prese con gli effetti reali del mondo digitale, anzi con la gestione di quella sorta di mutazione antropologica che la tecnologia digitale produce poiché impatta sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi. Molti osservatori avevano preconizzato questo cambiamento epocale, di cui oggi cominciamo a percepire i segnali concreti. La post-verità è uno di questi: ci balza agli occhi, ci destabilizza e ci destruttura, ma al tempo stesso ci interpella, anche se non sappiamo ancora bene dove andremo a finire incamminandoci per questa strada.


1. Segnali d’allarme

Questa destabilizzazione investe sia la sfera della socialità ordinaria, sia l’ambito più propriamente politico. La sensazione è di muoversi su un terreno infido, in cui vengono a mancare non solo la verità, ma anche le istituzioni che dovrebbero esserne garanti. Per stare in piedi, infatti, la società ha bisogno di fiducia, ma nell’epoca post-truth di chi ci possiamo fidare?

a) Vivere in una bolla

In un contesto sovraccarico di informazioni, gli algoritmi dei motori di ricerca, dei social network e delle piattaforme di posta elettronica sviluppano capacità sempre più avanzate di profilare gli utenti, studiarne e ricordarne il comportamento su Internet (siti visitati, pagine lette, acquisti fatti) per scoprirne gusti e preferenze e presentare loro una selezione di contenuti (prodotti, notizie, contatti, proposte politiche, ecc.) che ne suscitino l’attenzione. La ragione è nella maggior parte dei casi economica: quanto più si trattiene l’utente sulle proprie pagine web, tanto più aumentano le entrate pubblicitarie del sito, mentre chi utilizza Internet come piattaforma commerciale ha tutto l’interesse a selezionare e raggiungere con le proprie proposte quanti hanno maggiore probabilità di concludere l’acquisto.

L’effetto è la creazione di quelle che l’esperto americano Eli Pariser (Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, Penguin Group) già nel 2011 aveva definito “bolle di filtraggio”, cioè ecosistemi informativi personalizzati, generati da specifici algoritmi attorno a ciascun utente, che vede e legge prevalentemente informazioni che somigliano a ciò che ha gradito in passato. Il rischio è però che ciascuno resti confinato nella propria bolla, esponendosi sempre meno a informazioni, notizie, opinioni, idee che potrebbero smentire le sue precomprensioni e incontrando sul web solo persone che non le mettono in discussione.

In analogia con l’ingegneria acustica, gli studiosi dei new media – ad esempio Walter Quattrociocchi della Scuola di Alti Studi IMT di Lucca – utilizzano in questi casi il termine echo chamber (camera riverberante) per indicare spazi virtuali in cui persone con la stessa mentalità o idee simili si scambiano opinioni confermandosi a vicenda (cfr How does misinformation spread online?, 14 gennaio 2016, in <www.weforum.org>). Questo meccanismo, che si presta a essere utilizzato a fini manipolatori o commerciali, sfrutta in un modo nuovo, contro cui siamo meno pronti a reagire, la tendenza a cercare conferme insita nel nostro sistema cognitivo prima ancora di essere veicolata dal web. Tutto ciò si somma alle tendenze narcisistiche sempre più spinte e legittimate, per cui si è bisognosi di attenzioni e di approvazione per definire se stessi. Vari studi mostrano come le interazioni tra coloro che si trovano in echo chamber diverse hanno molto spesso esito fallimentare: ciascuno rimane sulle proprie posizioni, che non mette in discussione, e si formano comunità virtuali estremamente polarizzate. Anzi, anche un tentativo di chiarimento documentato su una notizia infondata può diventare paradossalmente un’occasione per rilanciare la disinformazione. Queste camere riverberanti sono davvero impenetrabili? C’è un’alternativa ai due estremi della confusione da sovraccarico informativo e della frammentazione sociale in echo chamber non comunicanti?

A essere in pericolo è la nostra fecondità intellettuale e culturale. Proprio come in biologia e in demografia, anche per la cultura la condizione della fecondità, e quindi dello sviluppo e dell’apertura al futuro, è la disponibilità a interagire con chi è diverso, rinunciando a forme di protezione immunizzante dal contatto con l’alterità, che è sempre causa di stress e di paura. Ma nelle echo chamber è proprio l’alterità a essere bandita. In una società almeno in parte smarrita e spaventata, in particolare di fronte alla diversità e al cambiamento, la post-verità assume forse anche la valenza di barriera difensiva. Con il rischio però di rimanerne intrappolati.

b) La sensazione di essere invischiati

Un secondo versante di destabilizzazione riguarda più specificamente i rapporti socio-politici: costruire la società e promuovere il bene comune richiedono dialogo e confronto, disponibilità all’incontro e un clima di sufficiente fiducia reciproca, che non a caso è uno degli elementi del capitale sociale. È proprio a questo livello che la dinamica post-truth produce effetti particolarmente corrosivi.

Il suo emergere ci avvisa del fatto che molte istituzioni (la politica, i media, il mondo scientifico, ma anche le chiese, ecc.) hanno sprecato un grande capitale di fiducia e credibilità, a causa di manipolazioni e scandali (ad esempio quando il rigore del metodo scientifico viene piegato agli interessi economici di chi finanzia la ricerca) e che questo produce guasti profondi nella società. In particolar modo viene ostacolata la dinamica democratica sostanziale: il convincimento degli elettori, infatti, è pesantemente determinato dal loro livello di consapevolezza e dalla qualità e attendibilità delle informazioni di cui dispongono.

Certo, spesso la post-verità è anche una giusta ribellione contro chi esercita un potere ammantandolo di eticità o di progresso e se ne serve per controllare l’informazione e costruire una verità ufficiale a proprio uso e consumo. In molti casi la sfiducia verso le istituzioni è più che meritata e il web svolge un ruolo fondamentale nella direzione della trasparenza e nello smascheramento di pratiche istituzionali di facciata. Un certo grado di scetticismo nei confronti delle istituzioni è giustificato, e persino salutare.

Ma il rischio è quello di passare da un terreno che (anche giustamente) sembra franarci sotto i piedi a sabbie mobili dove si resta invischiati. Nella società post-truth ci si sente liberi non solo di dire cose “politicamente scorrette”, ma anche “palesemente false” per screditare chi è considerato un avversario, senza che questo susciti alcuna reazione collettiva o provochi conseguenze: di fatto è considerato un comportamento legittimo. Nel flusso comunicativo le fake news (notizie artefatte o “taroccate”, oltre alle note “bufale”) vengono rilanciate esattamente come la buona informazione e acquistano la stessa credibilità. O meglio, intorbidano le acque e minano l’attendibilità dell’informazione nel suo complesso, a danno di tutto e di tutti. Ciò che può apparire relativamente innocuo diventa letale. Come la tradizione logica ed etica mettono in evidenza da secoli, la falsità ha un grande potere di corrosione e di corruzione, perché è di inciampo al pensiero, alla comunicazione e alla decisione; pensiamo a che cosa succede quando i medici intervengono sulla base di esami clinici errati: prendere decisioni ad esempio in materia di cambiamenti climatici – ambito molto controverso e su cui circola molta disinformazione – non è meno delicato e rischioso.


2. I contributi della post-verità

Prima di passare alla ricerca di soluzioni, vale la pena andare al di là dello choc e riflettere un po’ di più su che cosa significa dire “i fatti non contano più”. Che cosa dobbiamo capire meglio di questo fenomeno, prima di etichettarlo come “buono” o “cattivo”? C’è uno spazio di discernimento prima di associarsi al coro di quanti ritengono la post-verità un segnale di inarrestabile degrado socio-politico o di coloro che commentano che in fondo non è cambiato nulla, perché i politici hanno sempre mentito. Sono due le dimensioni a cui prestare attenzione: il significato e il valore di ciò che chiamiamo “fatto” e l’intersezione tra dinamiche emotive e razionali.

a) Il valore dei fatti

Ciò che la post-verità mette in discussione è il valore dei fatti, dei dati oggettivi, la loro forza persuasiva e la possibilità di utilizzarli per smascherare una menzogna o chiudere una discussione. È proprio su questa forza che si è sviluppata la pratica del fact-checking: la verifica, condotta in ambito giornalistico con il supporto di istituti di ricerca, del grado di attendibilità delle affermazioni fatte dai politici, ad esempio durante una campagna elettorale. Gli studi sull’impatto del fact-checking mostrano però che il pubblico reagisce in maniera diversificata: tutti tendono a credere nei fatti che confermano la propria opinione precedente e a diffidare o respingere quelli che la smentiscono. Inoltre, i più “partigiani” finiscono per mettere in dubbio l’attendibilità di chi ha svolto il fact-checking, magari evocando teorie complottistiche e diffondendole all’interno della propria cerchia. Internet e social network rendono tutto questo molto più facile, così il fact-checking rischia di non raggiungere proprio coloro che più ne avrebbero bisogno.

Ma quali sono le radici di questa resistenza ai fatti? Torneremo a breve sulle componenti emotive, di capitale importanza, ma riteniamo più interessante partire da una rinnovata riflessione sul concetto stesso di “fatto” e quindi sulle basi del suo valore veritativo. Il punto di partenza è riconoscere il fallimento di un certo realismo scientifico (o scientista) ingenuo, che pure è ancora molto diffuso a livello di immaginario collettivo e anche di mondo dell’informazione, quando ad esempio si cerca di capire “che cosa dice la scienza”. Secoli di riflessione filosofica ed epistemologica ci mettono in guardia contro l’ambiguità della pretesa di oggettività. Già nelle scienze esatte, e ancora di più in quelle umane e sociali, i dati sono un costrutto anche culturale e sociale, e ancor più lo è la loro interpretazione. Questa, per essere corretta, deve essere consapevole dei propri presupposti e disponibile a metterli in discussione: un’ermeneutica corretta non elimina le evidenze “sgradevoli” (perché ne contraddicono i presupposti), ma le assume come stimolo per il proprio progresso. Uscire da questo positivismo è sano e può essere un contributo della post-verità, a patto di non cadere nell’eccesso opposto, cioè l’assoluto relativismo. Nei diversi campi dello scibile umano l’epistemologia ha elaborato e continua a elaborare criteri di ancoraggio alla realtà delle operazioni ermeneutiche di cui pure le scienze sono costituite.

Un secondo elemento da non trascurare è che la disponibilità a considerare vero un fatto, e quindi a modificare la propria visione del mondo e le proprie azioni, dipende anche dalla percezione di attendibilità, e dunque dall’autorevolezza, di chi lo afferma. Contro ogni realismo ingenuo, la verità, o meglio il suo riconoscimento, è sempre anche questione di fede: si crede a chi è credibile. Nella storia questo è stato il terreno di terribili manipolazioni, con conseguenze catastrofiche. Internet rende più facile svelarle, anche se la conseguenza è spesso il diffondersi di uno scetticismo generalizzato.

b) Ragione e sentimento

Fin dalla sua definizione da parte di Oxford Dictionaries, la logica post-truth pare rovesciare il rapporto tra il valore dei fatti, che parla alla ragione, e quello di emozioni e sentimenti: nella misurazione del consenso il modo in cui i candidati sono vestiti pare avere un peso maggiore delle loro parole. È una spia ulteriore del fatto che stiamo uscendo dalla modernità razionalista per addentrarci in una postmodernità della sensazione. Vale la pena considerare questo punto senza rimpiangere un passato che finiva per risultare algido e inabitabile e che schiacciava le persone sotto il peso insostenibile di verità assolute di ogni genere.

Anche le emozioni hanno un ruolo nella ricerca della verità: sono segnali da leggere, mettendo a fuoco che cosa indicano. Bisogna saperle distinguere e rintracciarne le origini, per poterle usare come mezzo per orientarsi senza rimanere in balia della loro volubilità e alternanza. Le emozioni, poi, sono una preziosa riserva di energie: abbiamo bisogno di qualcosa che ci scaldi il cuore per accettare la fatica di impegnarci per il cambiamento. Ed è il gusto che sperimentiamo quando operiamo davvero per l’edificazione di una società migliore e non per la difesa di interessi di parte, quando sentiamo di fare la cosa giusta e non la più conveniente, a sostenerci di fronte ai fallimenti o a stimolare la nostra creatività per superare un ostacolo imprevisto.

Emozioni e sentimenti sono troppo preziosi per lasciarli ai margini delle dinamiche sociali, specie nell’epoca della fine delle ideologie, cioè di orizzonti comprensivi di motivazione che facevano maggiormente appello al registro dell’autorità o della ragione. Ma vanno letti e interpretati e quando impattano su dinamiche sociali questo compito deve essere assunto collettivamente, in un percorso di dialogo autentico. Quando lo si pratica rispettandone condizioni e metodo, esso offre una opportunità irrinunciabile: permette a ciascuno di cogliere la propria parzialità, trascendere il proprio punto di vista e l’assolutezza con cui percepisce le proprie pulsioni emotive. Ma occorrono luoghi e occasioni dove apprendere l’arte del dialogo e praticarla.


3. «Dai loro frutti li riconoscerete»

Con tutte le sue ambiguità e anche qualche opportunità, l’epoca post-truth è cominciata e il nostro compito è attrezzarci per abitarla senza subirne la corrosione. Come farlo? Alcune priorità saltano subito agli occhi. Una è curare l’educazione, sia alle specificità dei new media, sia al metodo scientifico e all’ermeneutica, sia in termini di quella che un tempo si sarebbe chiamata una solida preparazione culturale: da che mondo è mondo, gli ignoranti sono prede più facili per chi li vuole abbindolare. Inoltre occorre affrontare il funzionamento del mondo dei media (tradizionali e nuovi), i valori a cui si ispirano, l’etica e la deontologia di chi vi opera. Questo aiuterà anche un ripensamento degli strumenti della democrazia partecipativa, ma anche di quella rappresentativa, che trova nella corretta informazione uno dei suoi cardini. Infine, come nel caso della vendita di prodotti adulterati, si apre il campo anche per interventi normativi. L’elenco è tanto ovvio quanto impegnativo quando si passa alla sua attuazione, ma tutte queste azioni vanno considerate come strumenti per l’apprendimento delle novità e la valutazione dei loro effetti più che come rapide soluzioni definitive: credere che esistano ricette semplici e veloci per problemi complessi è infatti a sua volta uno specchietto per le allodole, una “bufala”.

Nella concretezza della vita quotidiana serviranno anche criteri su cui basare decisioni e scelte a ragion veduta: la post-verità interpella la nostra capacità di discernimento, che non può essere rimpiazzata da nessun sofisticato algoritmo. In forme del tutto nuove, di cui bisogna essere consapevoli, la sfida ci ripropone temi con cui da tempo la sapienza umana è alle prese. Non partiamo dunque da zero, a condizione di scoprire come rendere un patrimonio, anche molto tradizionale, fruibile nelle mutate circostanze.

In questa linea riteniamo stimolante rileggere una parabola evangelica molto nota, quella del grano e della zizzania (Matteo 12,34-30): il padrone di un campo lo fa seminare a grano, ma nella notte un nemico vi semina della zizzania. Di fronte all’ansia dei suoi contadini, il padrone invita alla pazienza «perché non succeda che cogliendo le zizzanie, con esse sradichiate anche il grano. Lasciate che le une e l’altro crescano insieme fino alla mietitura». Allora saranno separate: il grano raccolto e la zizzania bruciata. Questa specie di gramigna infestante presenta molte affinità con alcune dinamiche post-truth. Durante la crescita è difficile distinguerla dal grano ed estirparla, proprio come le fake news intasano i mezzi di comunicazione prima di essere riconosciute come tali e diventano poi quasi impossibili da rimuovere. I frutti della zizzania, poi, se mescolati ai chicchi di grano, rendono la farina amara e malsana. La parte stupefacente della parabola però è l’invito del padrone: anziché correre immediatamente ai ripari, occorre il coraggio della pazienza e dell’attesa del momento in cui sarà possibile applicare un solido criterio di discernimento: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Matteo 7,15-20).

Siamo chiamati a vivere il tempo di questa non facile attesa, che ci obbliga a fare i conti con apprensioni e paure legittime, con sconcerto e sconforto, resistendo alla tentazione della fretta e dello scoraggiamento dovuto al senso di impotenza. Ci conduce a trattenere il giudizio moralistico, che spesso è solo la conferma di un pregiudizio, per rimanere attenti a cogliere i segni dei tempi. Ci chiede infine di prepararci al fatto che la post-verità produrrà anche vittime, perché condurrà le persone a compiere scelte sbagliate, che renderanno le nostre società più povere, più chiuse e meno capaci di offrire a tutti una opportunità.

Certo, non si può rimanere bloccati e questo ci chiede di assumerci il rischio di compiere errori o provocare incidenti. Chi però ha sperimentato la differenza tra la gioia, che è il frutto di un incontro tra persone nella verità, e lo stordimento solipsistico delle echo chamber, troverà in essa una bussola per orientarsi in questo tempo. Diventerà così capace di accompagnare altri e di tracciare sentieri e strade sicure per la società: pratiche e istituzioni educative, informative, politiche, culturali e sociali resistenti all’erosione e al cui interno costruire nuove modalità e occasioni di incontro e di dialogo, nel rispetto della verità e della dignità di ciascuno e nella gratitudine per l’originalità e la differenza di cui è portatore.

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