Orbán e i suoi fratelli: alla radice della tentazione sovranista

28/08/2018
Oggi pomeriggio a Milano, il ministro dell'Interno e vice-presidente del Consiglio italiano, Matteo Salvini, incontra - non senza critiche e polemiche - il primo ministro ungherese Victor Orbán, probabilmente l'esponente più noto e influente del cosiddetto "sovranismo", una corrente politica alimentata da vari leader europei (e non solo), accomunati da posizioni conservatrici, nazionaliste, contrarie all'immigrazione e in generale al pluralismo culturale e religioso, scettiche se non apertamente contrarie nei confronti dei processi di integrazione europea. 

Il fenomeno è particolarmente evidente nei Paesi dell’Europa centrorientale: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e, appunto, Ungheria. Alla situazione in questa parte importante del Vecchio continente Aggiornamenti Sociali ha dedicato nel 2017 un'analisi di Dorota Dakowska, professore di Scienze politiche all’Université Lumière (Lyon II). Il suo articolo analizza le cause di questa evoluzione, il ruolo svolto dal fattore religioso, l'influenza del recente passato e le differenze tra i vari leader. Pubblichiamo di seguito il paragrafo finale, dedicato in particolare all'atteggiamento di questi Paesi verso l'Unione Europea e la Russia. Qui è possibile scaricare l'articolo integrale

Al tema del sovranismo in Europa sono dedicati anche due recenti editoriali di Aggiornamenti Sociali, entrambi firmati da Giuseppe Riggio SJ: I Trattati di Roma: un anniversario per guardare avanti (marzo 2017) e “Noi europei”: un dato di fatto da realizzare (gennaio 2018).

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L’atteggiamento verso l’Unione Europea e la Russia


Senza voler mettere in discussione l’adesione dei loro Paesi alla UE, i leader dell’Europa centrorientale criticano apertamente diversi aspetti del funzionamento delle istituzioni europee. Nel contesto attuale, ciò che colpisce non sono tanto le critiche, alcune di circostanza, quanto la base ideologica su cui si fondano.

Se l’offensiva autoritaria di Orbán, che rivendica l’avvento di una “democrazia illiberale” e sovrana, ha esercitato un certo fascino su alcuni leader conservatori della regione, la sua diffusione nei Paesi del gruppo di Visegrád non è priva di limiti. I dirigenti della regione concordano nel rigettare la ripartizione dei rifugiati, ma le loro posizioni divergono in politica estera. I Primi ministri ungherese, ceco e slovacco sono favorevoli all’ammorbidimento delle sanzioni contro la Russia, i responsabili polacchi non ne condividono la posizione e privilegiano una linea più dura, a causa soprattutto del sostegno dato agli ucraini vicini a posizioni europeiste durante la rivoluzione di piazza Maidan a Kiev nel 2013-2014 e del pericolo che costituisce ai loro occhi la Russia che storicamente ha più volte annesso i territori confinanti. 

Le affermazioni di Orbán, che ritiene Vladimir Putin, così come il presidente turco Erdogan, un modello di autorità, non sono condivise da tutti i leader della regione. Dal 2015 le relazioni diplomatiche tra la Polonia e la Russia sono notevolmente peggiorate, non solo a causa delle differenti valutazioni sulla gestione dell’inchiesta sull’incidente aereo di Smolensk, ma anche per la politica espansionistica russa, particolarmente temuta dagli Stati baltici. Questi Paesi, che facevano parte dell’Unione Sovietica, accolgono minoranze russe numerose e sono forti i timori nella classe dirigente che la Russia possa avanzare rivendicazioni territoriali, approfittando di un contesto internazionale incerto nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito la NATO un’organizzazione obsoleta.

Sul piano europeo, il Governo slovacco, che è stato presidente di turno della UE nel secondo semestre del 2016, ha detto di spendersi per limitare il potere delle istituzioni europee. Questa critica non è però formulata negli stessi termini all’interno della Slovacchia o nel contesto europeo. Nel caso polacco, il primo ministro Beata Szydło ha fatto togliere la bandiera europea per apparire con la sola bandiera polacca sullo sfondo durante le conferenze stampa. Ciò nonostante, non mancano le ambiguità nelle critiche rivolte all’integrazione europea dal Governo polacco. Il risultato del referendum sulla Brexit complica la situazione di centinaia di migliaia di polacchi che si sono trasferiti nel Regno Unito all’indomani dell’allargamento a Est della UE nel 2004. L’uscita del Regno Unito dalla UE fa perdere ai Paesi di Visegrád un alleato potenziale, refrattario a sostenere il cammino dell’integrazione europea verso un modello federale simile a quello degli Stati Uniti e preoccupato delle questioni di difesa. Contare sul sostegno politico britannico, che sta uscendo dalla UE, si può rivelare un calcolo rischioso.

In definitiva, senza voler isolare il caso dell’Europa centrorientale, conviene risituarlo nel contesto più generale della UE e della crisi attraversata dall’integrazione europea allo stato attuale, dai partiti politici tradizionali e da un certo modello del vivere insieme delle società plurali. Varie precauzioni, innanzi tutto semantiche, vanno prese per analizzare le peculiarità dei movimenti conservatori centroeuropei. L’impiego di immagini come “onda” o di altri termini stigmatizzanti come “populista” o “euroscettico” ha mostrato i suoi limiti, dato che queste parole faticano a spiegare le posizioni dei leader della regione, le loro evoluzioni e le differenze interne. La distinzione destra-sinistra non è più la linea di divisione pertinente in Paesi dove le fratture politiche possono separare i sostenitori di una destra nazionalista e critica verso l’integrazione europea e una destra più moderata, seguace del liberalismo economico. I partiti socialdemocratici, invece, oscillano tra la continuità delle riforme (Repubblica Ceca), l’essere emarginati (Polonia) e perfino intrattenere legami pericolosi con l’estrema destra, come nel caso slovacco.


28 agosto 2018
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