• Oltre la notte
Scheda di: 

Oltre la notte

di Fatih Akin
BIM distribuzione, Germania-Francia 2017, Drammatico, Durata: 100 min.
Fascicolo: 

La trama del film

La vita di Katja viene improvvisamente sconvolta dalla morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, rimasti uccisi nell’esplosione di una bomba. Grazie al sostegno di amici e familiari, Katja riesce ad affrontare il funerale e ad andare avanti. Ma la ricerca ossessiva degli assassini e delle ragioni di quelle morti insensate la tormenta, riaprendo ferite e sollevando dubbi. Danilo, avvocato e miglior amico di Nuri, rappresenta Katja nel processo finale contro i due sospetti: una giovane coppia appartenente a un’organizzazione neonazista. Il processo è un’esperienza durissima per Katja, che però non si arrende. La giustizia tedesca, nonostante molte evidenze, consegna i due assassini alla libertà. Di fronte all’immeritata libertà dei due carnefici la donna decide di farsi giustizia da sola.


Cade continuamente una pioggia densa sull’Amburgo di Oltre la notte, una pioggia fitta che impedisce di vedere anche solo uno sprazzo di sole. I colori che dominano ogni inquadratura sono desaturati: il grigio dell’asfalto, i palazzi di un bruno spento, il nero dei vestiti di avvocati e giudici durante il processo centrale. Non traspare nessuna speranza nella fotografia plumbea dell’ultimo lavoro del regista tedesco di origine turca Fatih Akin, che lascia allo spettatore molte domande aperte sulle quali interrogarsi. In una stagione in cui il cinema europeo è teso a raccontare la migrazione e i problemi legati al terrorismo internazionale di matrice islamica, Fatih Akin sposta il baricentro del discorso e prova a riflettere su una istanza altrettanto contemporanea, ma molto meno affrontata: la nascita e la proliferazione dei neofascismi. Oltre la notte prende spunto da alcuni fatti di cronaca accaduti in Germania tra il 2000 e il 2007: una decina di persone di origine extracomunitaria vennero uccise in una serie di omicidi – definiti dalla cronaca teutonica “delitti del Kebab” –, organizzati da un gruppo di estrema destra, il NSU (Nationalsozialistische Untergrund), composto da tre ragazzi. Due di loro si sono suicidati prima di venire arrestati, mentre la terza, Beathe Zschäpe, è tuttora sotto processo in Germania.

Oltre la notte non aspira a essere un racconto dettagliato delle vicende del NSU, ma è piuttosto un thriller di genere – con molti riferimenti cinematografici al cinema di Scorsese, Monicelli e Costa-Gavras – che può offrire spunti di riflessione su come in molti Paesi europei si stia sottovalutando il pericolo di un ritorno del fascismo, in tutte le sue varie espressioni e forme. Come ha avuto modo di dire il regista durante la conferenza stampa a Cannes: «Sono stato ispirato dagli omicidi neonazisti degli anni Duemila. […] Per me, di origine turca, tutto ciò era sconvolgente... mio fratello, ad esempio, era molto vicino a qualcuno che è stato assassinato ad Amburgo. La cosa più scandalosa però era data dalle indagini della polizia, che focalizzava la propria attenzione sulle vittime avanzando accuse di traffico di droga o legami con il mondo del gioco d’azzardo clandestino. Le pressioni della polizia erano tali che anche la stampa e la comunità hanno cominciato ad avere sospetti simili». Di fronte ai recenti risultati elettorali, tanto in Italia come in Germania, Francia e Austria, Oltre la notte denuncia, attraverso la figura di Katja, il fatto che lo spettro dei fascismi che hanno distrutto l’Europa nel XX secolo stia tornando a essere forte e inquietante.

Oltre la notte è diviso in tre parti: Famiglia, Giustizia e Mare. Ognuno dei tre capitoli è scandito da una serie di immagini girate in formato digitale a bassa risoluzione che raccontano episodi della storia familiare di Katja. Nessuno degli elementi presenti in questi flashback è casuale: i tatuaggi che costellano il corpo della protagonista, l’automobilina elettrica del piccolo Rocco, le vacanze al mare in Grecia sono ricordi importanti che ritornano poi nella narrazione. In modo originale, questi piccoli inserti di quotidianità aiutano a tenere insieme i tre diversi episodi di un film che altrimenti potrebbero essere percepiti come indipendenti.

La prima parte – Famiglia – è il racconto di un lutto, della difficoltà del suo superamento e dell’incapacità di poter uscire da una tragedia da soli. Di fronte alla morte di Nuri e Rocco il film descrive le idiosincrasie che si sviluppano in una famiglia multiculturale. Da un lato la famiglia di Katja, proveniente da una delle zone rurali della Germania orientale, si dimostra chiusa e razzista, ed è convinta che dietro gli omicidi ci siano i retaggi del passato di Nuri, che aveva scontato alcuni mesi di carcere in gioventù per spaccio di mariujana. Dall’altro la famiglia di Nuri accusa Katja di essere stata una madre poco attenta e vuole a ogni costo che le due salme vengano portate in un cimitero in Turchia. Questa prima sezione del film appare la più autobiografica. Fatih Akin è infatti figlio di emigrati turchi in Germania e il suo cinema, da La sposa turca (2004) a Soul Kitchen (2009), si anima delle differenze tra prime e seconde generazioni e tra le comunità turche, greche e armene di alcune città della Germania. In questa prima parte il regista mostra come dietro gli stereotipi si muovano realtà molto più complesse. Nuri ha un’apparenza losca, con i capelli lunghi e la barba incolta, eppure il suo è stato un cammino di integrazione e riabilitazione. Dopo il carcere ha conseguito una laurea in legge e si è occupato di diritto del lavoro per i tanti migranti di origine turca. Akin è però molto attento a non scadere nell’agiografia, ognuno dei suoi personaggi ha più sfaccettature: Katja abusa di droghe e alcool per soffocare il dolore, l’avvocato Danilo, che con Katia costituisce l’accusa, sembra vicino ad ambienti torbidi. Eppure è proprio questa dimensione complessa a far simpatizzare lo spettatore con le persone sullo schermo.

Il secondo capitolo del film, Giustizia, rappresenta certamente il punto più alto dell’opera: qui Fatih Akin in un’unità spaziale quasi claustrofobica, la grigissima aula del tribunale di Amburgo, racconta quali sono gli ambienti in cui nasce l’estremismo di destra e come uno Stato poco attento può determinarne lo sviluppo e la crescita. «La mia impressione – ha detto in un’intervista recente – è che sia in atto una battaglia culturale, in Europa e nel mondo. Da una parte c’è un’élite di persone colte, educate e politicamente corrette che vorrebbero spiegare a chi non è come loro come si sta al mondo, cosa si può o non può fare, come si mangia, come ci si veste, come si vive. Gente per cui la globalizzazione magari non è un problema, ma solo un’opportunità. Dall’altra c’è chi non è così e vive la differenza come un conflitto. I fascisti e i razzisti conoscono questa situazione e la usano a loro vantaggio: mentre i politici classici hanno perso completamente il contatto con chi non appartiene all’élite, i razzisti parlano la loro stessa lingua. E usano questa confidenza linguistica per accumulare consenso» (Ravarino I., «Fatih Akin: “Oltre la notte è un film sull’Europa nera”», in <www.mymovies.it>). Il film riporta questa battaglia in termini giuridici: da un lato Katja e il suo avvocato Danilo, dall’altro il legale difensore dei due giovani neonazisti appartenenti a una rete internazionale che coinvolge vari Paesi, dalla Grecia alla Germania. Il modello principale di questa sezione è sicuramente Z-L’orgia del potere di Costa-Gavras, in cui si ricostruiscono meticolosamente i cavilli burocratici attraverso i quali i nazifascismi possono sopravvivere e prosperare nello Stato di diritto.

Nella parte conclusiva, Mare, la più critica e sicuramente la più avvincente, il film assume più chiaramente i connotati di un thriller: Katja insegue i due assassini liberati dallo Stato e compie la propria vendetta. Dopo le scene teatrali dei due primi episodi girate in spazi chiusi, il film si apre agli stupendi paesaggi della costa greca in inverno. Ma laddove Akin può dimostrare la sua bravura nel generare tensione attraverso un ottimo sound-design e nel muovere la macchina da presa – eccezionale il lungo piano sequenza nell’hotel greco – il film si dimentica delle sue premesse etiche e si trasforma, forse, in una classica parabola da “legge del taglione”. Probabilmente questo aspetto imperfetto e a tratti eterogeneo del film rispecchia la complessità del discorso sulla giustizia e sugli estremismi. Nel compiere la sua vendetta, Katja diventa partecipe della stessa violenza dei carnefici? Se lo Stato fallisce nel suo compito, a chi spetta compiere la giustizia? Il regista non offre risposte e lascia aperto l’orizzonte della riflessione allo spettatore.


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