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«Non conformatevi a questo mondo»: Josef Mayr-Nusser

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«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Romani 12,2).

Questo versetto della lettera ai Romani, valido per i cristiani d’ogni epoca, potrebbe ben sintetizzare la vita di Josef Mayr-Nusser (1910-1945), giovane trentacinquenne altoatesino, dirigente di Azione cattolica (AC), beatificato il 18 marzo 2017 nella cattedrale di Bolzano. Insieme a lui non fanno eccezione le figure di giovani cristiani saliti agli onori dell’altare negli ultimi decenni (pensiamo ad esempio a Pier Giorgio Frassati, Alberto Marvelli e Riccardo Pampuri).

Stupita e a volte disorientata di fronte a esempi di vita non comuni, anche la nostra generazione è alla ricerca continua di testimoni che affermino con la loro esistenza la possibilità di una vita cristiana vissuta in maniera significativa e piena, di veri maestri che possano orientare e guidare il cammino verso una spiritualità laicale cristiana autentica. Josef Mayr-Nusser ha dato prova concreta di questa testimonianza e la sua vicenda è da questo punto di vista impressionante e indicativa. Rifiutandosi di prestare il giuramento delle SS naziste, perché contrario ai metodi e alle atrocità compiute da questi reparti e all’assolutismo dell’obbedienza dovuta a Hitler, pagò con la vita la propria obiezione di coscienza.

Nel corso della sua breve esistenza egli pose l’accento, in molti dei suoi articoli e discorsi, sul tema della testimonianza, su un cristianesimo vissuto coerentemente e capace di trasformare la vita. Pienamente partecipe delle dinamiche sociali e culturali del suo tempo, Josef non si cimentò in riflessioni teoriche staccate dalla realtà o indifferenti alle difficoltà. Anzi, riteneva che soltanto attraverso una fede incarnata e credibile si potessero stemperare i conflitti, appianare le differenze, vivere per costruire un mondo e una società migliori. Scriveva ai giovani dell’AC: «L’uomo d’oggi può essere convinto da una cosa sola, non da libri, conferenze o prediche, ma solo dalla vita dei cristiani, questo è l’unico libro al quale si crede oppure no [...]. La parola agisce soltanto nella misura in cui dietro ad essa vi sia un’esistenza piena di fede; essa sola come esempio può convincere» (Rizzi 2016, 41). Queste parole sembrano riecheggiare nell’insegnamento odierno di papa Francesco, che in una delle omelie mattutine a Santa Marta (2017) ha detto: «Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne [...]. E la concretezza della fede porta alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o l’idealizzazione della fede».

La testimonianza di Mayr-Nusser può essere la dimostrazione che è possibile essere contemporaneamente persone fedeli al proprio tempo, alla storia che si è chiamati a vivere e al Vangelo. La Chiesa ha riconosciuto il suo martirio dettato dall’odio alla fede e ora la sua vita interroga ciascuno di noi. La sua decisione di non prestare giuramento scuote la nostre coscienze. Può ancora interessare oggi alla gioventù una testimonianza di questo tipo? Che cosa ha da dire a settant’anni di distanza?

Il contesto familiare e le passioni

Josef Mayr-Nusser nacque nel maso di famiglia il 27 dicembre 1910, alla periferia est di Bolzano (all’epoca territorio austriaco), quarto di sette figli. Il padre fu arruolato pochi anni dopo, allo scoppio della Prima guerra mondiale, e morì nel 1915 vicino a Gorizia. La madre, donna forte e molto religiosa, rimase sola con i figli, ma seppe portare avanti sia la famiglia sia il lavoro agricolo legato alla produzione del maso, animata da una sana e popolare religiosità contadina, contraddistinta dalla partecipazione giornaliera all’Eucaristia e dalla recita insieme del rosario. Inoltre, la carità e l’ospitalità erano quotidiani al maso Nusser: la signora «Era una grande benefattrice e i mendicanti si sentivano come a casa loro» (Innerhofer 2007, 23).

Da queste brevi sottolineature, è possibile comprendere in quale contesto e ambiente familiare crebbe il giovane Josef e quali furono le caratteristiche che lo contraddistinsero: «prove e sacrifici, senso del dovere, fede profonda, attenzione ai poveri» (Rizzi 2016, 11). Era anche molto amante della montagna e dell’attività sportiva in genere, godeva di ottima salute e aveva una grande passione per l’astronomia. Trascorreva molto tempo ad ammirare le stelle, tanto che ne era diventato competente. Visto il numero dei fratelli e la non floridissima situazione economica della famiglia, Josef dovette accantonare il desiderio di continuare negli studi e dopo aver frequentato la scuola di avviamento professionale e l’istituto commerciale, trovò lavoro come cassiere presso la ditta Eccel, nota a Bolzano per la produzione di tessuti. Un’altra sua passione non secondaria era quella per la letteratura, in particolar modo religiosa. I suoi autori preferiti furono san Tommaso d’Aquino, san Tommaso Moro e Romano Guardini, oltre a una familiarità non comune per quei tempi con le Sacre Scritture.

Colpisce il fatto che tra le figure per lui più significative ci fosse proprio il Gran Cancelliere del re d’Inghilterra, accusato di alto tradimento e giustiziato nella Torre di Londra per essersi rifiutato nel 1535 di prestare giuramento di fedeltà al re Enrico VIII, reo di aver divorziato da sua moglie e di essersi proclamato capo della Chiesa d’Inghilterra, con il quale Josef, nonostante contesto ed epoca differenti, condivise l’esperienza del martirio, dovuta a circostanze simili. Infine, ciò che più di ogni altra cosa formò Mayr-Nusser come uomo e come cristiano fu l’appartenenza ai giovani di AC e il rapporto con il loro assistente don Josef Ferrari. La fede vissuta in maniera intensa e personale trovò così nell’aspetto comunitario e relazionale la dimensione più consona per fiorire e rafforzarsi: «La sua vita spirituale, la sua intelligenza e la sua innata capacità oratoria trovarono qui luogo e modo per formarsi, svilupparsi ed esprimersi in spirito di servizio» (Innerhofer 2007, 30).

Una rigorosa formazione delle persone

Nel 1934 Josef Mayr-Nusser fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di AC per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento [la diocesi di Bolzano-Bressanone, infatti, nascerà solamente nel 1964, N.d.A.]. Gli obiettivi fondamentali che egli si era proposto di perseguire erano tre: essere una comunità giovanile gioiosa, una scuola di vita per giovani cristiani, una fucina d’azione. Incominciò da allora un lavoro molto esigente di formazione e di analisi critica della realtà, per mantenere viva l’attenzione di tutti i soci sui principali temi di attualità, in un contesto sempre più difficile e complicato.

Mayr-Nusser e l’assistente Ferrari organizzarono molteplici incontri e conferenze sulle questioni sociopolitiche contemporanee e si interrogarono seriamente, oltre che sulle politiche coloniali così in auge in quel periodo, anche sui regimi totalitari che all’epoca stavano dilagando in Europa, «richiamando l’attenzione dei partecipanti sulla loro violenza intrinseca e sulla pericolosa idea che a una sola razza, quella ariana, spettasse il compito di reggere il mondo» (Vanzan 2008, 39).

Colpiscono l’attualità e l’acutezza di alcune sue parole pronunciate il giorno di Pentecoste del 1936: «Leader, ecco la parola vincente di oggi, lo slogan che elettrizza le masse [il discorso, pronunciato in tedesco, cominciava con la parola Führer, N.d.A.]. Tutti oggi puntano sulla leadership, in tutti i campi della vita umana, non solo in quello politico. Infatti la massa in quanto tale è incapace di guidarsi da sola, ma si attacca sempre a coloro che da essa emergono per le loro capacità particolari. [...] Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. [...] Senza dubbio possiamo considerarlo un sintomo che ci indica che ci avviciniamo a capovolgimenti di enormi dimensioni. Più che mai nell’Azione cattolica di oggi è necessaria una cattolicità pratica, vissuta» (Rizzi 2016, 52-549). Josef sembrava aver molto chiaro quali rischi e derive si stavano palesando per il continente e decise di prendere l’iniziativa per scuotere dal torpore le coscienze delle persone, soprattutto cattoliche, affinché prendessero posizione contro quelle ideologie contrarie al messaggio del Vangelo e alla Chiesa.

In occasione delle Opzioni in Alto Adige del 1939, ad esempio, si schierò con coloro che, contrari all’emigrazione verso il Terzo Reich, vollero mantenere la cittadinanza italiana e aderì segretamente a un movimento antinazista.

Le Opzioni in Alto Adige furono il sistema scelto nel 1939, previo accordo tra Italia e Germania, per risolvere il contenzioso sull’Alto Adige e sulle altre isole linguistiche tedesche e ladine presenti in Italia. Alla popolazione di lingua tedesca e ladina fu imposto di scegliere se diventare cittadini tedeschi e conseguentemente trasferirsi nei territori del Terzo Reich o rimanere cittadini italiani integrandosi nella cultura italiana, rinunciando a essere riconosciuti come minoranza linguistica.

 

Il primato della coscienza e la scelta decisiva

Il 26 maggio 1942 Josef sposò Hildegard Straub, una giovane che lavorava nella sua stessa azienda e con la quale condivideva gli ideali e l’impegno sociale all’interno dell’Azione Cattolica. Dalla loro unione nascerà nel 1943 il piccolo Albert.

Scoppiata nel frattempo la Seconda guerra mondiale – così come aveva previsto e temuto Josef nello studiare approfonditamente l’ideologia e la follia nazista – nei primi giorni del settembre 1944 sia i cittadini tedeschi sia quelli italiani furono costretti ad arruolarsi per essere destinati alle SS combattenti. Durante l’addestramento a Konitz (Prussia), il giorno del giuramento Josef rifiutò la sottomissione a Hitler e fu l’unico tra i suoi compagni a non piegarsi. Sono struggenti le parole scritte in alcune lettere inviate alla moglie prima del rifiuto: «Nemmeno un momento ho dubitato di come debba comportarmi in tale situazione e tu non saresti mia moglie se ti aspettassi qualcosa di diverso da me. […] Ciò che più di ogni altra cosa affligge il mio cuore, o mia fedelissima compagna, è che, nel momento decisivo, la mia professione di fede ti getterà in un immane dolore. L’impellenza di tale testimonianza è ormai ineluttabile; sono due mondi che si scontrano l’uno con l’altro. […] Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza paura o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza» (Lettera alla moglie del 27 settembre 1944).

E ai suoi compagni di caserma che gli chiedevano di ripensarci diceva: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai» (Innerhofer 2007, 72). Josef Mayr-Nusser morì il 24 febbraio 1945 su un vagone bestiame, stremato dal freddo e dalla fame, mentre veniva trasportato verso il campo di concentramento di Dachau, dove avrebbe dovuto essere fucilato.

Possiamo dire che egli, con la sua scelta e la sua testimonianza, abbia compiuto quanto espliciterà poi il Vaticano II al n. 16 della Gaudium et spes: «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro».

Ora, ogni volta che la Chiesa beatifica o canonizza qualche figura del passato non intende in alcun modo sottolinearne la straordinarietà delle gesta o la distanza e inapplicabilità con l’oggi, ma vuole indicarne l’attualità e la possibilità di imitazione e ispirazione. Di più: c’è un lungo filo rosso che collega idealmente Josef Mayr-Nusser a tante altre figure, non ancora “ufficialmente” sante, come don Giovanni Minzoni, Gino Pistoni, Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, tutti uccisi nel periodo fascista e durante la Seconda guerra mondiale, e, in tempi più recenti, ad Aldo Moro, Vittorio Bachelet o ancora al giudice Rosario Livatino.

Anche la vita di Mayr-Nusser, seppur breve, suscita ammirazione ed è segno di non arrendevolezza al potere e alla brutalità di certe ideologie e totalitarismi: egli ha testimoniato la differenza evangelica, la coerenza fra quello che professava e la vita concreta, non rifuggendo il proprio tempo, ma confrontandosi seriamente con le questioni e le problematiche sociali, avendo sempre presente il rispetto dei valori fondamentali della dignità della persona e della convivenza civile.

A lui e a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per ideali più grandi dobbiamo la nostra libertà, declinata sotto diversi punti di vista (di stampa, di espressione, di associazione, ecc.) e le grandi conquiste della democrazia e della legalità, per la testimonianza del servizio allo Stato come servizio all’intera comunità nazionale.


Risorse

Innerhofer J. (2007), Un santo scomodo. Josef Mayr-Nusser, Edizioni Pro Sanctitate, Roma.

Papa Francesco (2017), La fede è concreta, meditazione mattutina nella cappella della Casa Santa Marta, 24 aprile.

Rizzi G. (ed.) (2016), Josef Mayr-Nusser. Testimone eroico della fede, Edizioni Messaggero, Padova.

Vanzan P. (2008), «Josef Mayr-Nusser. Obiettore di coscienza e martire», in La Civiltà Cattolica, 3793, 39-48.


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